Quando ritorna a la memoria ardente L'imagin di quel giorno oscuro et rio, Che fu l'extremo fin del viver mio, Partendosi il mio sol verso occidente;
Son le virtù vitali allhor sì spente, Che già per lagrimar non dà vigore A gli occhi il debil core; Son per soverchio ardor chiuse le vie
De le lagrime mie: Tra li segni mortali egli è 'l più forte, Non posser pianger l'huom la propria morte. Non sento il ghiaccio, no, del dolce orgoglio,
Che, liquefatto dal continuo foco, Si transformava in pianto a poco a poco; Ma più che non solea, lasso!, mi doglio. Vo sospirando d'uno in altro scoglio,
Ove si sente il mar rotto dal vento, Conforme al mio lamento. Ivi prendo solazzo in sì gran duolo Di lamentarmi solo;
Et più m'affligo, che possa soffrire Di mali il magior mal senza morire. Dov'è chi de bellezza et pudicitia A le altre, et di candor tolse la palma?
A me la libertà, la vita et l'alma? A Napoli ogni gioia, ogni letitia? Empiêro i monti et valli di mestitia Le Nymphe, eguali a lei non di beltade,
Ma di florente etade; Et, disciogliendosi le treccie bionde, Più salse et magior l'onde Fêr lagrimando, ond'io m'avidi allhora
Che gl'immortali dei piangon anchora. Ella seguìo volando il suo camino; E 'l clamor de le misere sorelle Penetrò l'aureo tempio de le stelle;
Le stelle, a cui rincrebbe il lor destino. Pianse Vesevo e 'l bel fiume vicino; Pianse 'l lito Baiano et l'acque amene, Et le sulfuree vene.
Et quel dolce Bagniuol, che si rimembra De le divine membra, Disse plorando: - Hor non vedrò più quella, Ch'io vidi igniuda, sola al mondo bella! -
O me infelice!, et io, che più perdei, Pur vivo et taccio, essendo a tal condutto, Che celar mi bisogna un tanto lutto, Io, che degli altri più pianger devrei;
Io, che no' spero più che gli occhi miei Vedan quel chiaro et non mortale aspetto, Quel bel tenero petto, Candido latte et non calcata neve.
Ché, s'un momento breve Spera il voler, ragion paventa et teme; Et vinta dal timor cade la speme. No' spero più vedervi, o luci sante,
Che splendeti in quel volto intatto et sacro, Di cui lo vivo et proprio simulacro Hora non è che non mi sia davante; Ma sempre il mio voler sarà constante;
Et quel vostro splendore, al sole eguale, Per sé fatto immortale, Sempre sarà da me più celebrato. Et, se 'l tenace fato
Non è continuo in noi, qual hor si mostra, Sarà più chiara anchor la gloria vostra. Al mio Marchese invitto Ti mostrarai, Canzon, senza paura;
Con lui parla secura. Se spiasse di me, digli che vivo; S'un huom, che sempre muor, si può dir vivo.
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