Quest'è, s'io non mi inganno, il bel balcone, Ch'era sì chiaro et lucido da prima, Hor con oscurità morte portende; Sotto 'l qual l'infelice Endimïone
Solea, rivolto al ciel, cantare in rima Quella beltà, ch'al primo cielo splende. Hor più non vi s'intende Lyra, né voce alcuna.
Rotta giace e spezzata homai la lira, La voce è morta, et l'ombra hor qui sospira Eternamente, et piange l'aurea Luna; Et con queste parole
Morendo langue, si lamenta et duole. Pianga ciascun di ciò che gli arde il core, Ché piangendo releva ogni dolore. A' naviganti era oportuno il vento,
Tanto importuno a cui langueva ardendo, Ond'era presso già la morte mia, Quando sentii di donne un tal lamento, Che redir non si può, se non piangendo,
Et pianger et parlar non si poria. Vidi un'altra Orithia, Da Borea rapta in fretta, Che lagrimava d'una et d'altra stella,
E 'l pianger la facea parer più bella, Che pose nel mio cor magior saetta; Lasciando a la partita Napol senza beltà, me senza vita.
Pianga ciascun di ciò che gli arde il core, Ché piangendo releva ogni dolore. Sì veloce al partir ella si mosse, Sol per me dar più dolorosa morte,
Ch'io non li diedi le saluti extreme; Onde tal rabbia il petto mi percosse, Che, volendo parlar, latrai sì forte, Come cane che l'onde fugge et teme.
Allhor, perdendo inseme La speranza et la luce, Con furïoso ardor dietro gli andai, Gridando: - Ai, Luna, ai, Luna, ove ne vai?
Rivolge al men la desïata luce, La luce ardente et chiara, La notte e 'l giorno a me cotanto avara! - Pianga ciascun di ciò che gli arde il core,
Ché piangendo releva ogni dolore. Ella pur col bel volto, irato et grave, Né si rivolse mai, né mi rispuose, Et era giunta al mar, senza dimora.
Io possetti mirarla in l'alta nave Con queste luci oscure et tenebrose Senza morire; e 'l ricordar m'accora. Che di dolor si mora,
No' 'l creda mai vivente, Ché tal lo scrisse che 'l debbe soffrire. Ai, natura matrigna, hor che vuol dire, Che subita allegrezza inmantinente
Uccide, et più vivace È colui che 'n martìri et doglia giace? Pianga ciascun di ciò che gli arde il core, Ché piangendo releva ogni dolore.
Col nautico clamor già si partiva La vela, che nel pelago volava, Lasciando ombrose homai nostre contrade; Splendeva ovunque andava la mia diva,
Talché Neptuno intento la admirava, Dicendo: che giamai tanta beltade Si vide in nulla etade Passar l'ondante regno.
Tethide et tutte l'altre dee marine, Uscendo de lor case crystalline, Disser: - Felice et glorioso legno, Tu conduci un thesauro,
Che sì bel no' 'l portò mai Giove in tauro! - Pianga ciascun di ciò che gli arde il core, Ché piangendo releva ogni dolore. Di poi ben augurando il suo vïaggio,
Continuävan lor soävi accenti, Cacciando fuor dal mar l'humido volto: - Dimostre il sol più luminoso il raggio, Et Eolo pona freno a gli altri venti,
Euro sol temperato sia disciolto. - Io era sì rivolto Ne la mia Luna, et fiso, Che 'l parlar de le dee più non intesi.
Ma di desio la mente et gli occhi accesi Seguevan lo splendor del chiaro viso; Che mille altre dolcezze Disser, lodando il sol di sue bellezze.
Pianga ciascun di ciò che gli arde il core, Ché piangendo releva ogni dolore. Ma poi che più mirarla io non potei Per la distantia, homai fuor di misura;
Et magior forza il desiderio prese, Tutti eran ne la vela i sensi miei, Fin che la vista tenebrosa, oscura Altro che 'l largo mar più non comprese.
Il foco, che m'accese, Allhor più che mai vivo, Come 'l dirò, se 'l sentimento persi? Ma ben so che tal doglia io non soffersi,
Poiché di libertade io vixi privo. Così con lei partìo L'alma, la gioventute e 'l viver mio. Pianga ciascun di ciò che gli arde il core,
Ché piangendo releva ogni dolore. Là, dove il sol s'asconde, Gir ti conven, Canzon, per l'acque salse; Se pur arrivi inanzi al mio cordoglio,
Non ti spavente il grave et duro orgoglio, Contra 'l quale humiltà mai non mi valse. Digli che un sol conforto M'è rimasto, che 'n breve io sarò morto.
Già riposar devresti, ardente core, Poiché, piangendo, più cresce 'l dolore.
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