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1450–1514

Canzone 10

Benedetto Gareth

O non volgare honor del secol nostro, Tra noi, come tra stelle un vivo sole, Nato da generoso sangue, antico; Quel che nel volto, in atto et in parole,

Et in pensiero al volgo ognihor dimostro, No' 'l celo a te, perfetto et raro amico. Io piango et canto ardendo; et m'affatico Indarno sempre in exaltar costei,

Ch'io adoro; onde, s'io veggio, Intendo et laudo il meglio, et seguo il peggio, Ne 'ncolpo i duri fati, iniqui et rei. Ché, ben ch'altra prometta quant'io cheggio,

Et d'ella io speri morte per mercede, Sarà pur verso lei L'ultima tal, qual fu la prima fede. Così vivo, seguendo mia ventura

Fera et crudele, et quel, che posso, io voglio, Poiché quel, che vorrei, non si può fare. Sì cieco Amor mi tien, che non mi doglio Di vedermi sepolto in fama oscura,

Lasciando a voi le palme insigni et chiare. Non cominciai sì follemente amare, Ch'io spere più d'Amor posser fuggire: Ché passa il decimo anno,

Ch'io pugno meco per fuggir d'affanno, Et per questo pugnar cresce il martìre; Ché correr con la voglia è minor danno. Poi che non può sospiro, o voce alcuna

Da la mia bocca uscire, Che non risone Amore et la mia Luna. Colui, che con soäve ingegno et arte, Infiammar prima fe' gli ombrosi mirti,

D'Ariadna cantando in dolci accenti; Poi con più audaci et animosi spirti, Examinando il ciel di parte in parte, Dinumerò le aurate stelle, ardenti;

Scendendo poi, cantò degli elementi Le nature diverse, e i varii mostri Di quella discordante Concordia, giunta in fede sì constante;

Lui celebre gli heroi di tempi nostri, Lui de gli Alfonsi et di Ferrandi cante; A me lasciando il chiaro, almo pianeta, Ché co' i favori vostri

Non può mancarmi il nome di Poëta. Come fu vinta la novella Troia Da man de l'Aragonio novo Achille, Che restò vivo et lieto, et pien di honore;

Et come, extinte le vive faville De l'ardor Tarentino, in pace et gioia Ricovrò il patrio regno, vincitore, Potrà cantar con voci alte et sonore

Pardo, che 'l somno oscuro in Helicona Con chiari versi ha desto. A lui conven, che faccia manifesto Il glorïoso nome d'Aragona

A quei che poi verranno; et io con questo Più dolce stil cantando la mia Diva, Di sua bella persona Farrò forse memoria eterna et viva.

L'insignie, li trophei, le opime spoglie, Rapte da man di barbari infideli, Di che 'l Rettor del ciel s'allegra et gloria; Il domar di tyranni, impii, crudeli,

Il moderar de le sfrenate voglie, Il sapersi goder de la vittoria, Cante con versi d'immortal memoria Altilio, al cui cantar terso et polito

Le Nymphe di Sebeto Menavan le lor danze, onde quel lieto Hymeneo, Hymeneo sonava il lito Del bel Tyrrheno mar, tranquillo et cheto.

Non vo' ch'altro, ch'io sol, la lyra tempre, Per far che l'infinito Valor de la mia donna viva sempre. Et tu, di cui l'ingegno ogni altro avanza,

Che l'una, et l'altra lingua hai exornata, L'alme Muse evangeliche illustrando, L'alma gentil per te più celebrata, Da l'Aragonio honor l'altra speranza

Potrai lodar, sì come hor fai, cantando. Né gir conven per lode incerte errando, Ché da qua l'alpe et oltre, in mare, in terra Son conosciuti et chiari

Gli atti di sua vertù, preclari et rari, Giocondi in pace et animosi in guerra. Et io vo' pur cantar quei dolci et cari Occhi celesti et quelle gote intatte,

Ché, (se 'l veder non erra,) Son fresche rose, asperse in puro latte. Ché, s'io contemplo o miro il chiaro aspetto, Il riposato et non mortale incesso,

Da la mia bocca nasce un suon più vivo. Ma se pur gli occhi miei guardar da presso Ponno il soave, casto et latteo petto, Mille Eneïde allhor, mille opre scrivo.

Se 'l fato non m'havesse in tutto privo. Del grandiloquo stilo, in quel più bello, Antiquo, alto idïoma Non cantarei de la possente Roma,

Di Cesare, di Paulo o di Marcello; Il mio signor, con l'honorata soma Di trophei, mi darebbe nome altero, Et non minor di quello

Forse, che diede Achille al grande Homero. Canzon, nel sacro fonte d'Aganippe Un poeta vedrai, sublime et raro, Di lauro ornar la chiome,

Da le Muse chiamato in vario nome, Hor Actio et hor Syncero, hor Sannazaro, A lui la fronte inclina, et digli come, Vivend'io ascoso in questa sorte humìle,

Di contentarmi imparo, Ché non ogniuno arriva a l'alto stile.

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Canzone 10 · Benedetto Gareth · Poetry Cove