Quando dal virginal templo divino Nacque di verità la chiara face, Che ne mostrò de vita il bel camino; Quella che 'n terra è nominata Pace,
Concordia in ciel, l'humìl mondo terreno Illuminando, empìo del ben verace. Era di gioia il suo bel volto pieno, E i begli occhi fulgean nel lieto viso,
Quasi gemini soli in ciel sereno. D'un manto d'ostro, in cui diletto et riso Luceva imaginato, era vestita, Con tutta l'harmonia del paradiso.
Eravi il fin de la beäta vita, Figurato per man di due nature, Bullato con l'eterna margarita. Nel lavor si vedean mille figure
D'uomini et donne, in danze et in canzoni, Che parean tutti vivi, et non pitture. Con tai color et tai proportïoni, Che l'un da l'altro senso era ingannato:
Chi vi guardava, udiva i dolci suoni. Tre dive tenea pinte al dextro lato: Le due terrene, et l'altra ardente amica D'Amor, che 'n cielo optien perpetuo stato.
Ne la sua man portava una aurea spica, Et un pampineo ramo, intorno avolto A l'aratro, de l'huom dolce fatica. Ovunque andava, il lume del bel volto
Il mondo empia di gioia et di letitia, Et col viso sedava ogni tomolto. La gran figlia d'Astrèo, l'alma Giustitia, Ritornando con lei dal ciel, firmava
Tra li mortali et dio vera amicitia. Giva senz'arme Pallade, et danzava Con queste sante dive, et l'alta fronte De le sue bianche et verdi olive ornava.
D'oro puro spargeva un vivo fonte, Che i beventi levava al ciel da terra, Et le porte chiudea del Re bifronte. Fuggìo da lor conspetto l'impia Guerra,
La Guerra di mortali atra pernicie, Cercando Marte suo da terra in terra. No 'l trovò ne le parti anchor Threïcie, Però che 'n grembo a la bella Regina
Del terzo ciel giacea, pien di delicie, Pendea l'inerme testa resupina Dal volto amato, e, languido inhïando, Gli occhi pascea ne la beltà divina,
Lei, con dolci parole lusingando, Lo 'ntertenea, mulcendo il fier coraggio, Col floreo riso il mondo tranquillando. Qual dunque va per un boscho selvaggio
In terreno inimico, et già si crede Il malfattor soffrir danno et oltraggio; Poiché subsidio alcun per sé non vede, Correndo in fretta, cerca un antro oscuro,
Ove segno non sia d'humano pede; Tal de la Guerra il fero volto impuro S'ascose a quelle luci sempiterne, E 'n Cocito hebbe sol luogo securo.
– La gloria – dunque – a dio ne le superne Magioni, e 'n terra pace al buon volere! – Cantaron l'alte intelligentie eterne. Accompagnòle il moto de le spere:
Fortunati i pastor ch'allhor sentiro Tal melodia, con le parole intere!; Ma più quei piscator, che 'l ver seguiro, Ché da la propria bocca, alzando il passo
Il signor verso il ciel, tal suono udiro: – La pace mia vi do, pace vi lasso, Pace vera, immortale et rediviva, Non come dar la suole il mondo basso.
Andate, predicate in voce viva Questo Evangelio ad ogni creätura; Rendete gli occhi a l'alma intellettiva. L'alma, ch'è baptizata in l'acqua pura
Del fonte, ove si lava il primo rio, De regnar meco in ciel serà secura. Pronuncïate il testamento mio, Et come io venni necessariamente,
Dio congiunto con huomo, huomo con dio. Che 'ntender idio sol d'humana gente Non si potea, ché 'l lume immenso abbaglia, Né sol huom d'insegnarvi era possente.
Né soffrir in silentio tal battaglia, Né dare, altro che dio, divin precetto; Né mostrar come, in carne, in ciel si saglia. – Disse; et sì come augel leggiero e schietto,
Sovra le nubi et sovra ale di venti, Prese il camin per lo stellato tetto. Già s'appressava a l'auree stelle ardenti, Quando per tutto quel regno immortale
S'udiron murmurar soavi accenti. Era a veder per le sideree scale Scender le hierarchie di regno in regno, Per recever il Sire universale.
Non saliva con lui superbia, o sdegno, Ma quella cruce humìl, sol per memoria, Che, 'n legno humìl, l'error vinse del legno. Ché del superbo non s'havea vittoria,
Se non si humiliava a quel supplicio, Forma servil prendendo, il Re di gloria. Continüando dunque il sacro officio, Circundaro il signor li nove chori,
Dando a questo soave canto inicio: – Ne i cieli sia letitia, eterni honori Haggia la terra, il mar pian pian si mova, Fumen ne le are sacre accensi odori.
L'età del mondo, et ogne cosa, è nova, L'antiqua vetustà giace confusa, C'hor natura rinasce, hor si rinova. Homai dée cominciar l'antiqua Musa
A temprar la fidel Christiana lira Al novo tuon, che 'n terra hoggi non s'usa. Quest'è l'immenso Re, che 'l cielo admira, Et, fermo stando, move il vago mondo,
E 'l fren de l'universo allenta et tira. Hor iubilate a lui, dal ciel profondo Insino a l'imo abysso, a lui servete, Che mai non hebbe simil né secondo.
Al cui fonte perenne hor vostra sete Empite, anime sante, virginelle, Che non beveste mai l'acque di Lete. – Andando il suon per le stellate selle,
L'un ciel rendeva a l'altro il dolce canto, Al suon del qual danzavano le stelle. Con altro accento poi più grave alquanto Incessabili voci, alte et leggiadre,
S'udivan rimbombare: – O santo, santo, Santo signore, idio d'armate squadre! La terra e 'l ciel son pien de l'alta, eterna Maiestà di tua gloria, o sommo padre! –
Allhor s'aprìo la casa sempiterna Di quella omnipotente Olympia sede, Ultra la qual non è cosa superna. – Vien dentro, a la mia man dextra ti sede; –
Il signor disse allhora al mio signore: – Finché i nemici havrai di sotto 'l pede. – Rispuoser tutti i chori: – Gloria, honore Rendemo, et gratie ingenti et infinite
Al padre, al figlio, al sempiterno Amore. – Vennero ad adorarlo insieme unite Multe migliaia d'alme, innocenti alme, Tutte di stole candide insignite.
Quei che le puërili, humane salme Lasciâr per Christo, pure anime insonti, Che nanzi tempo preser l'auree palme. Udita fu Rachel ne gli alti monti
Piangere et ulular per quei beati, Battizati nei lor sanguinei fonti. Questi son quei che non fur inquinati Con Venere; son vergini; et l'Agnello
Seguon, sempre di stelle incoronati. Qual per notturno ciel, sereno et bello, Li lumi scintillar veder si suole, Che 'nvitan gli occhi al luminoso hostello;
Et quai bianche colombe ai rai del sole Micando van; tai fur quei che lavaro Nel sangue de l'Agnel le bianche stole. Chinati le ginocchie, e 'l volto chiaro
Intento havendo al sol di veritade, Quest'hymno in dolce tuono incominciaro: – Santo, immortal, di cui la voluntade S'adempie in un momento, con la sola
Propria, suprema et sciolta potestade, Constituisti il ciel con la parola, Il mondo, et quanto il mondo in sé contiene: Chi nata, serpe, sta, camina et vola.
Cosa alcuna agguagliar non si convene, Né comparare a te, si non te solo, Di cui la specie vera è 'l sommo bene. Da la tua sede al basso, infimo suolo,
Ove s'asconde il sole, ove rinasce, Da i termini de l'uno a l'altro polo, Dovunque il lume, in ciel, le stelle pasce, Lodato sii, ch'uscir ne concedesti
Da perigliosa vita, in latte e 'n fasce. Prima c'huomini, dei tu ne facesti, Senza conoscer morte et senza affanno, Ne transportasti a i tuoi regni celesti.
Non sentimmo dolor, pena, né danno, La crudeltà d'altrui fu gloria nostra; Tanto chi ignora te, prende d'inganno! O dio di dei, o specchio, in cui si mostra
Ciò che natura asconde et manifesta, Quanto tra sé concorda et quanto giostra, Quello che toglie il fato, et quel che presta, Et tutte le cagion, ch'asconde et preme
Tanta diversità, sì ben contesta; D'eternità nel ciel tu spargi il seme, De mutabilitade in terra sempre, Di vita et moto, in tutto 'l mondo inseme.
Tu freni gli elementi con tai tempre, Che 'l mar, non più che dée, le braccia extende, Né l'un contrario l'altro avien che stempre. Hor di tue lode il sacrificio intende,
Che procede da mente ardente in zelo, Che 'l vento del divino spirto incende. O thesauro, che 'n terra, sotto il velo Di fé, ti manifesti, a cui riceve
La gratia tua, qual ti riveli in cielo; In silentio di te parlar si deve Da chi 'l ver ama, e 'l suo contrario abhorre, Et dal tuo sacro fonte assiduo beve.
Hor nostra humìl pietade a te ricorre, Non già per noi, si non solo per quelli, Di cui la mente cieca a morte corre. A te son figli, a noi padri et fratelli,
Dàgli saver, che gl'insegni obedire Al voler tuo, di cui son sì ribelli. Carità ne constringe; hor exaudire Ti piaccia i nostri prieghi, alma clementia,
Fa che la gloria tua possan fruïre! – Allhor quella suprema omnipotentia Mostrò 'l bel ciglio suo lieto et contento, Et, revelato un trino in una essentia,
Fece tremar col cenno ogni elemento.
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