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1450–1514

CANTICO SECONDO

Benedetto Gareth

Così cantò quel Re sacrato et almo, Degno a cui fusse figlio in terra Christo, Rimembrando il divino, antiquo psalmo. Ché, di lontano assai vedendo Christo,

La gloria et passïon cantar solia, L'aureo, preclaro calice de Christo. Nel fin ogni alma et ogni hierarchia Rispuose: – Amen!; – con ci voce canora

Di cieli s'accordò l'alta harmonia. Et era già venuto il tempo et l'hora, In che l'auttor de le mirabil cose Si deveva destar anzi l'Aurora.

Lasciando dunque l'alme glorïose Ne le delitie, donde l'invida arte Le departì, nel marmo si nascose. Et animando quella humana parte,

Ch'era di spirto in tutto exinanita, Le due substantie unìo, ch'erano sparte. Rendìo a le menbra incorruptibil vita D'un celeste vigor, che mai non langue,

Continua gioventù, sempre fiorita. Bullea già per le vene il caldo sangue, Quando si risvegliò, qual, di concreto Ghiaccio, si suol levar il frigido angue;

Il qual, de notte hiberna, in lo spineto Extender non si può, né mover passo. Ma col caldo del sol surge più lieto. Partìosi senza aprir il chiuso sasso,

Sì com'entrò et uscìo da l'alma porta, Di cui a Iòseph fu interdetto il passo, Tremò la terra, e sbigottita e smorta Fu la custodia, posta al monumento

Per quei c'havean la mente iniqua et torta. Fuggìosen carca d'arme et di spavento: Il falso ha divulgato, il vero ascoso, Ma contra 'l ver non val forza d'argento.

La notte già cadeva, e 'l bel riposo Per la terra occupava i corpi lassi, Posava il vento, e 'l mar non era ondoso; Le stelle in ciel con lor taciti passi

Andavan misurando i tempi et l'hore; Tacean le selve, i campi, i monti e i sassi. Del somno ogniun prendea l'alto dolciore, Per burghi, per città, per ville et paghi,

Di fatiche dïurne oblìto il core. Riposavan gli augei canori et vaghi, Sotto 'l silentio de la notte, in pace, Altri in frondenti rami, et altri in laghi.

Ma quella sempre vergine verace, Levitica et Vestale, ara di fede, Dove non mancò mai l'accesa face; Vigile in la magion sola si sede,

Qual huom ch'ad hora ad hor ciò ch'arde et vuole, Spera fruïr, et quasi abbraccia et vede. Sperava il suo bel giorno inanzi 'l sole, E 'n la mente volgea l'alto mysterio,

Spargendo verso 'l ciel queste parole: – Leva sù, gloria mia, surge, psalterio, Surge a cui già per tempo aspetta ardendo, Penetra il cor fidel col raggio etherio. –

Mentre parlava, un gran lume stupendo La circondò, volando in varie rote, Di sé splendore a sé stesso facendo. Sì come quando il sol l'onde percuote,

Per cui reflexïon tremuli lampi Danzan nel tetto, al suon de l'acque mote; Et qual tra nymbi in gli alti, aërii campi Fulgura et senza tuon Giove arde et luce,

Onde par che la terra e 'l cielo avampi; Tal si mostrò con la divina luce Il redemptore a quella, di costume Santo, guida fidel, ch'al ciel conduce.

Subito riconobbe il noto lume, Ond'io la vidi intrepida inclinarse A terra, et adorare il santo nume. Lui, manifesto idio, tutte gli apparse

Senza velame in una essentia et trina, Qual suole in cielo a gli angeli mostrarse. Et salve, – disse allhor: – madre Regina, Degna a cui sola pria si manifeste

L'imagin tua, congiunta a la divina. Tu mi vestisti questa humana veste, Hor, qual tu già sarai, vede et attende, Assumpta a l'eternal templo celeste.

Hor dormi dunque, o madre, et somno prende, Sì come io somno ho preso et ho dormito; Ché chi ne fece humani, a sé ne rende. – In tal guisa parlando, ei s'è partito

Da l'alma madre, et hor ne ha qui mandat i Per aprirvi il sepulcro exinanito. – Così l'un di quegli angeli beäti Dié fine al suo parlare, et ambi due

Verso 'l ciel ventilaro i fianchi alati. Restò la dea de le parole sue Attonita, et di quel zelo fervente, Che dal fonte d'Amor continuo flue.

Drizzando gli occhi al ciel con fede ardente Dicea, poi d'un sospiro alto et profondo: – Deh, che mi ti mostrassi, o sol fulgente! – Le piante il suo fattor prima sentiro,

Ch'apparendo spargea con larga mano Rugiada, onde le rose e i fior s'apriro. Et mentre lei lo viso, quasi insano, Rivolge intorno a l'horto, – horto felice! –

Vede il suo Christo in veste de hortolano. No 'l riconosce, insin che lui li dice: – Maria!; – et lei – Maestro! –; indi s'appressa. Et lui: – Non mi toccar, ché non ti lice.

Ad altro il tatto, a te sola è concessa La vista, hor mira aperto il lume mio, Ch'io tolsi a gli occhi tuoi la nube spessa. Et a i frategli miei, che 'n gran desio

Ardon, dirai: – Ho visto il signor nostro, Vivo, immortal, vero huomo et vero idio. Ascendo al padre mio et padre vostro, Dio mio et vostro dio, dirai ch'io dico;

Per aprirvi la via per l'alto chiostro. – Et lei: – Come hor m'è 'l ciel tanto nemico, Ch'almen basciarti i piè non mi permetta? Et non so a cui benegno et tanto amico? –

– Uopo non è, – diss'egli: – a la perfetta Fede poner la man ne le ferite, Ch'al dubbio non fu mai fede subietta. Tre fiamme in un sol foco inseme unite,

Che tra verdi, incombuste et fresche fronde, Vide quel primo honor de li Levite; Hor vedi in me; ché nulla ti nasconde Questo d'humanità velo condenso,

Che tu toccasti con le treccie bionde. Né vedrà il mio Thomaso altro che 'l senso, Fin che tolta gli sia l'ombrosa terra, Che tra lui s'interpone e 'l nostro immenso.

Chi for da via di fede incredulo erra, Solo vede di me l'humana spoglia, Chiave di fede il mio miglior disserra. Né quel dubitarà di propria voglia,

Ch'io permetta che sia dubitativo, A ciò che gli altri poi da dubbio toglia. Hor va, più non tardar; di' ch'io son vivo, Né più morte vedrò; ché, se fui morto

Per colpa lor, per lor giustitia vivo. – Disse; et colei partìo dal florido horto, Gridando a tutti: – Ho visto il Re divino! –; Et chi de dubbio empìo, chi de conforto.

Poi l'alto Re, nascoso in peregrino, A' duo, pien di mestitia il petto e 'l ciglio, Fuor la cittade apparve in sul camino. Givan verso un castel, che di consiglio

S'interpreta desio, ch'ogniun aviso Fa, che consiglio affètti huom nel periglio. Un vapor nubiloso havea diviso De Christo lo splendor da' loro volti,

Che gli celava il conosciuto viso. Di poi varie parole, ei disse: – O stolti, O poveri di fede et di memoria, Gli alti mysterii, nei volumi involti,

Non intendete, de l'antiqua historia; Che dicon chiaramente: ei pur convene Patér Christo, et intrar ne la sua gloria? – Poi, per non tormentarli in tante pene,

Sgombrò la nebbia con le proprie mane, Et mostrogli di beni il magior bene. Che, mentre nel mangiar frangeva il pane, Si fe' noto et disparve, e 'l volo alzando,

Il camin prese per l'immenso inane. Rimaser, di terror pieni, tremando, Senza posser parlar per lungo spatio, Di scorno et di letitia lagrimando.

Tornati in sé, l'un dixe: – Io ti ringratio, Perpetuo Imperator del regno eterno, Ché de ne consolar non sei mai satio! Come al celestial templo superno,

Hai consecrato il nostro humano velo, Liberando il miglior nostro d'inferno; Così, dio mio, ti prego, per quel zelo, Che ti strinse a pigliar forma servile,

Ch'una magion tu ne concedi in cielo. Et conta noi tra 'l santo, dextro ovile, Quando giudicarai l'orbe terreno! – Piacque al signor l'oratïone humìle,

E, 'n segno, lampeggiò dal ciel sereno.

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