Come d'ogni splendore un libro ornato, Ricco di fuore; et de leggiadre note, De minio et d'oro dentro illuminato; In cui lettre, dal vil volgo rimote,
Alcun Vergilio, o Tullio, o Livio splende; Diletta i saggi inseme et gli idïote: L'un gli ornamenti admira, et l'altro intende, Et de l'auttor adora l'alto ingegno:
Quel che più sa, piacer doppio ne prende; Così ne l'immortal celeste Regno, Egualmente ciascun trïompha et regna; Ma chi più sa di magior gloria è degno.
Quel piscator, che 'l verbo al mondo insegna, Presso gli siede; et l'alta laurea Augusta Di sedersi più giù non si disdegna. Alcun son qui che, per età vetusta,
Morte non gustaranno, a nostro aviso: Ché la Musa del ciel morte non gusta! Parole son del Re del paradiso, Che disse anchor: – Così vo ch'ei si reste,
Insin ch'io mostri in maiestade il viso. – Non per regni, thesauri, o ricche veste, Ma per scïentia i Magi inteser Christo, E i mysterii del suo regno celeste.
Di sapïentia initio è temer Christo; Il mezzo: in Christo haver l'animo intero; Di sapïentia il fin: conoscer Christo. Beati spirti, in cui fu sol pensiero
Di penetrare il ciel con l'intelletto, Di ritrovare et contemplare il vero! Questi conobber primi il ben perfetto, Et da i prati del ciel con gentil arte
Cogliéro i fiori, et se ne empiro il petto. Elegendo del ben l'optima parte, Che 'n alcun tempo mai non perderanno, D'infallibil thesauro empîr le charte.
Duo guidardon del bel dispeso affanno Son certi havere: in terra fama eterna, Eterna gloria nel sidereo scanno. La testa alzando a la magion superna,
Non fur nudriti in otïoso gioco: Ché Venere o Leneo non li governa. La mente han posta in sì sublime loco, Che di vender le leggi, o far thesoro,
O d'altra vanità si curan poco. Non vana ambitïon, non fame d'oro Rompe gli alti coraggi, né fortuna Può macular il lor nobil decoro.
Così si va a regnar sopra la Luna, Non con imponer monte sopra monte, Con vïolenta audacia et importuna. Di sapïentia, dunque, al vivo fonte
Bevendo assiduamente, i Magi intraro Nel ciel, di lor saver facendo ponte. Tosto che lor virtù li collocaro Appresso i Seraphini, il Re divino
In sì dolce harmonia ringratiaro: – O sommo, exuperante, un solo et trino, Padre, Verbo et Amor, primo et postremo, Vita, di verità vero camino;
Supremi honori et gratie ti rendemo, Ché con la luce tua tanto n'allume, Che, sol per te, di te notitia havemo. Solo admirando et adorando nume,
Che tien gli homini et Dei tutti subietti, Dio de verace Dio, lume di lume; Un simplice perfetto in tre perfetti, Una infinita, eterna potestade,
Invisibil cagion di chiari effetti; Con la paterna tua santa pietade Te dignasti prestarne intelligentia, Per contemplare il Sol di veritade.
O santo, immenso Amor, pien di clementia, Quanto la nostra mente hor ti ringratia, Che gli sei chiaro, trino in una essentia! Qual sacrificio a questa immensa gratia
Mai potrebbe agguagliarsi? o quali ingegni De dir le lode tue tengon audacia? Nostri intelletti hai fatti illustri et degni D'esser sacrati in questo fermo polo,
Onde dispregian tutti i bassi regni. Quest'è 'l sommo piacer, quest'è 'l ben solo, Per cui ciascuno affatigar si deve, Mentre che spira in quel terreno suolo.
Fugace, irreparabil tempo et breve È de la vita, e 'l ben di suoi piaceri Sempre si paga et subito si beve. Et, benché noi gli human, bassi pensieri
Lasciammo, poi che ne i beati chiostri Tu ne ducesti, da i mundani imperi; Pur ne sovien di dolci pegni nostri, Nostra progenie cara; hor ti pregamo,
Che tu vêr lor la tua clementia mostri: Fagli lavar la macula d'Adamo Ne i fonti di speranza, ardore et fede, Onde 'l tuo nome hor noi glorificamo! –
Così parlaro; et quel, che tutto vede, Col volto, che tranquilla et l'aria et l'acque, Tal da l'intimo cor responso diede; Parlando lui la casa Olympia tacque,
Tremò la terra et l'insule marine, Posaro i venti, e 'l mar senz'onde giacque: – Re saggi, soli, in cui l'alte dottrine Fioriro al mondo, ond'hor sapran le genti
Danzar al suon de le note divine; Prendeti il premio homai di quei fulgenti Sacri thesauri et odorati incensi, Che m'offereste con pietose menti.
Per quei pochi, godete hor questi immensi Thesauri, che non ponno esser predati, Né mai di tarlo o vetustade offensi. Staran di vostri pegni immoti i fati;
Lasciate ogni pensiero, ogni paüra, Ché, come voi, saran sempre beäti. La nuova stella, che per l'aria oscura Vi guidò da l'un sole al più bel sole,
Memoria vostra mentre il mondo dura, Insegna fia di vostra insigne prole, Incremento d'honor: vivete lieti Del frutto, ch'a vertù render si suole.
Et perché più con gli animi quïeti Possate qui fruïrmi, a vostro voto, Di fati io v'aprirò gli alti secreti. – Tacque il signor, et le parole Cloto
Riprese, et disse: – Hor attendete, in pace, Al fuso eterno, il qual, filando, io roto. Ne la terra gentil Saturnia giace Un luogo, che più ch'altro al mondo ride:
Casa antiqua d'heroi ricca et ferace. Quivi, i fier monstri, un Aragonio Alcide, Domando, regnarà con fatti egregi, Inimico mortal di Crassi et Mide.
Nasceran di costui Principi et Regi, Co' i quai si giungerà la vostra gente Con tituli alti et memorandi pregi. Del suo Ferrando, invitto, armipotente,
Di vostri una Ysabella fia consorte, Morigera, fidel, casta et prudente. Nascerà di lor due quel giusto et forte, Quel magnanimo Alfonso, vincitore
De le Turchesche, horribili cohorte; A cui giunta la gloria et lo splendore De li Visconti, Hyppolita Maria, Darà col parto un Re, nato ad honore.
Sol mostraran costui nel mondo, in via Di farsi Re de l'habitabil terra, I fati; né volran ch'oltra più sia. Ché, ricovrato il suo, volrà far guerra
Contra 'l regno d'altrui, tanto animoso, Che, già da mo Briganti, et Cymbri atterra! Ond', anzi tempo, fia più glorïoso; Ché, per non agguagliarsi huomo con dio,
Sarà condotto a l'eternal riposo. Regnarà, poi di lui, l'inclyto zio, Congiunto a la seconda alma Ysabella, Figlia di Pirrho, human Principe et pio.
Costei dée rinovar la vostra stella, Tre Regi dando in luce: i tre figliuoli, Degni de trïomphal, cesarea sella. La fama di costor per multi soli
Per l'universa terra andrà volando, Et gli alzerà fin a i siderei suoli. Il primo nato fia quarto Ferrando, D'infrangibil vertù chiaro diamante,
In cui fortuna indarno irà pugnando. Come non perde il lume il sol radiante, Di condensi vapor tutto coverto, Ma la sua luce in sé resta constante,
Per lungo spatio non si mostra aperto, Ma, dispregiando quelle vane offense, Combatte, de la sua vittoria certo, Ché, con le squadre de le luci immense
Vencendo di vapor l'imprese vane, Dissipa, et fa volar le nebbie dense, Talché vittorïoso al fin rimane, Et a i mortali, l'alma, illesa luce
Rende, spargendo i rai per l'ampio inane; Così vertù, che 'n sé sola reluce, Per nebbia di crudel fortuna, infesta, Da chi non la conosce, è posta in cruce:
Ma poi nel fin vittorïosa resta, Et mostra i rai de lo stellato ciglio; Del cui trïompho il mondo e 'l ciel fan festa, Testificando il ben preso consiglio.
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