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1450–1514

CANTICO QUARTO

Benedetto Gareth

Hor veridica, santa, inclyta Musa, Che i profondi secreti manifesti De l'alta mente, in tutto 'l mondo infusa, Diva Beatrice, tu, che conducesti

Al cielo il tuo poeta, et gli mostrasti Ad una ad una le magion celesti; Fa me beato, come lui beasti, Fàmi gustar gli ambrosii, alti sapori,

Empie la mente mia di dolci pasti. Per me fragranti orïentali odori Cresceran ne i tuoi templi in sempiterno, Poi che crescon per te li nostri honori.

Canta quel che si fe' nel regno eterno, Poi che del lume, che mai non s'extingue, Fu degno il corpo human, nel ciel superno. Poscia ch'Amor con infiammate lingue

Coverse i santi padri al tempo, quando Gli fe' parlar gran cose in varie lingue; Che l'altissimo venne fulgurando, A rinovar la faccia de la terra,

Et dié la voce sua chiara, tonando; Uscìo di cieli il suono in ogni terra: De i misterii de dio l'alte parole S'udiro in quanto il mar circonda et serra.

Magior pensier non hebbe il vero sole, C'haver seco la vera, unica luna Nel luogo, ove sì può ciò, che si vole: – O senza labe, o vergen sola et una! –

Chiamando disse: – abbrevia la tua via, Ch'amor patér non sa tardanza alcuna. Vien presto, amica mia, formosa mia Regina, a la mia mano dextra ascende,

Ché 'l magior Re la tua beltà desia! Dorme, vergine santa, et somno prende, Sì come io somno ho preso, et ho dormito, Et del tuo sol coverta al ciel ti rende.

Non aspettar che 'l mondo sia finito, Per ricovrar l'intatta spoglia, ond'io Di vera humanità mi son vestito. Poi ch'io ti preservai dal primo rio,

Ante 'l secol creata et da l'initio, Anzi 'l primo huom, ne l'intelletto mio; Non vuol ragion che l'ultimo giuditio Debbii aspettar, poi che sei benedetta

Più ch'altra, ché per te purgato è 'l vitio. Con la spetiosa tua bellezza eletta Procede, intende, et regna in questo imperio, Immaculata mia, tutta perfetta.

Et tu; che primo il divinal mysterio Gli revelasti, eletto al gran saluto, Di quel virgineo, intatto puerperio, Quel parto illeso, intègro et impolluto,

Onde minor del padre io sono, et fruo Il padre, hor qui d'humana veste induto; A cui nel fin col roseo volto suo: – Ecco de dio l'ancilla, Angel beato,

Facciasi in me secondo il verbo tuo!; – La vergine respuose; ond'incarnato Fu 'l verbo, e 'l fanciul tolse il padre immenso, Di sua misericordia ricordato;

Tu, ministro fidel, l'anima e 'l senso Mi porta giunti in sua santa amicitia, Ch'io, che son un col padre, in ciò dispenso. Da quella vita dura, anzi mestitia,

Hor mi trahe la mia vergine madre, Et la conduce a l'eternal letitia. – Accompagnato da celesti squadre, L'Archangel si partìo, movendo l'ale

Vêr le sacre magion, sante et leggiadre. Et ritrovò la vergine immortale Da duodeci beati accompagnata, A i quai diceva già l'extremo vale.

Fu per le tenere aure in sù levata, Per man d'Angeli assumpta a l'alto cielo, Et sovra i chori angelichi exaltata. Conforme al figlio, nel corporeo velo,

Simile al padre, in sua divina mente, Et, in amor, al santo, ardente zelo. Quei tre, mostrando un sol viso ridente, L'incoronâr d'un auro, che refulge

Per secoli infiniti, eternamente. Non quell'auro che 'n Mida et Crasso fulge, Ma quel probato, ignìto, auro celeste, Ch'a fede et humiltà solo s'indulge.

A lei sola si dié la bianca veste, Et medicòsi d'un collirio il viso, Che le cose del ciel fa manifeste. Onde gli era già noto il paradiso,

Prima che 'l corpo intrasse, ov'era sempre Con l'animo, da dio mai non diviso. Di cui la gloria è de sì fine tempre, Che rivoltar di cieli o di pianete,

O tempestà non può far che si stempre. Poscia che 'l fonte de la humana sete Sol refrigerio, anzi salùbre foco, Che seccò le nocive onde di Lete;

Fu collocata in sì sublime loco, Ch', a respetto di quello, ogni gran gloria De l'uno et l'altro mondo, è men che poco; Quella bontà, che 'n Christo sol si gloria,

Di dar premio a virtù, di quei tre Regi, Che l'adoraro in fascie, hebbe memoria. Quei pien di santità, quei Magi egregi, Che nel presepe, anzi nel templo, aprendo

I suoi thesauri et peregrini pregi, Sacrificaro al fanciullin, tremendo Già, da la cuna, a quel fiero monstroso, D'immanità portento, Herode horrendo.

Voltòsi Christo in quello aventuroso Paëse orïental, lieto et ferace, Et vide i Re ne l'otio glorïoso. Davano leggi a i suoi popoli in pace,

Vivevan con pietà, giustitia et fede, Affettando la via del ben verace. O trina, alma unità, poi che procede Di te ch'un solo in le sedi supreme

Posto, gli altri mortali ha sotto 'l pede; Per che soffri che nullo oggi ti teme? Servon i buoni et regnano gl'indegni, Tanto d'ogni buon frutto è perso il seme!

Et se adiven ch'alcun forse s'ingegni In reger con vertù, tu presto il porte, Et anzi tempo, a i glorïosi regni. Onde 'l mio gran Ferrando, (o dura sorte!),

Clemente, giusto et di pietà ristoro, Nel fior di gioventù sentìo la morte. Tacer conven di ciò che sempre io ploro, Non vo che l'affettion più mi disvie

Dal cominciato mio primo lavoro. Tornate indietro voi, lagrime mie, Chiudetevi al sepulcro, in notte oscura, Là dove dorme l'Aragonio die.

Quel dunque alto poeta di natura, Che finxe il mondo, et quanto in quel reluce, Ornandol di fulgente, aurea pittura, Fe' rinovar la inusitata luce,

Ch', al camin del Bethlemio alto sacrario, Di quei tre saggi Re fu certa duce; Quando, per altra via, dal santuario Tornaro ne la propria regïone,

Per non vedere il Re crudel, nephario. Quella stella per guida et per timone Gli rimandò la deïtà superna, Per lo mar de l'etheria, alta magione.

Subito la lucente, aurea lanterna Fu conosciuta, et quei, che la seguiro, Fur transferiti a la allegrezza eterna. Per la colpa di quel padre deliro,

L'onde del santo Amor li baptizzaro, Tal ch'al salir gravezza non sentiro. Miraro, intrati in ciel, presente et chiaro, Quanto vider con gli occhi intellettivi

Quel dì, che 'n humil casa lo adoraro. Così i buon Re, transfigurati in divi, Per sapïentia, fede et humiltade, Cangiar, per regni eterni et redivivi,

La peritura humana potestade.

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