Io son colui, che, nel florente aprile De mia fugace et vaga primavera, Cantai d'Amor con dolce lyra humìle; Hor, ne la grave età, la Musa altera
Con magior lena ascende al ciel superno, Lasciando indietro homai l'ultima spera. Anime sante, exempio sempiterno, Lume e splendor del bel Thosco idïoma,
Dante et Petrarcha, d'Arno honore eterno. Onde traheste voi la ricca soma Di bei volumi? e 'n qual fonte beveste? L'antro, ove entraste, anchor come si noma?
Deh!, fate homai ch'a noi si manifeste Vostra secreta selva, i lauri vostri, Sacrati a l'immortal Musa celeste! Che 'n tal guisa serraste intorno i chiostri,
Che, dopo voi, nessun preclaro ingegno V'ha penetrato, insino a i tempi nostri. Così le dolci paci e 'l dolce sdegno Di Laura sian più dolci, e 'l sacro nume
De la Beatrice sia sempre benegno! Ma tu, perpetuo Sol, fonte di lume, Profluënte da l'una et l'altra vena, Che piovesti d'amor sì largo fiume;
Tu, sacrosanta anchor prima Camena; Se vi fur grati mai gli accensi odori Di cui vegghiava in ciel, dormendo in cena; Hor mi instillate i vostri aurei liquori,
Ond'io rinfreschi lieto la memoria Di quei paschali, immensi, alteri honori. Opra vostra è cantar l'alta vittoria, I trophei rapti dal profondo limbo
Et del ritorno al ciel la vera gloria. Ond'io mi possa ornar del bel corimbo, Et farmi un monumento alto et insigne, Senza temor di tempestoso nimbo.
O quando fia quel dì, Muse benigne, Che 'n la mia patria prima io vi conduca, In quelle alte magion, di gloria digne! Là conven che 'l mio nome splenda et luca,
Rimembrando l'honor ch'al cielo extolle Il mio bel Sannazar, maestro et duca; Il suo Sebetho, e 'l bipartito colle Vesuvio, e i lauri ch'adornaro il ciglio
Del Re, che 'l cielo inanzi tempo volle. Sotto 'l monte di Giove, in sul vermiglio Fiume, poner io spero un templo d'oro A la madre del ciel, figlia del figlio.
Tu vergine, tu dea, ch'io sempre adoro, Sarai nel sacro altar nume sovrano, Nume, del vero ben primo ristoro. Tra tanto hor qui, nel bosco Antinïano,
Tra gli odorati lauri e i bei myrteti; Suscitarem Vergilio e 'l gran Pontano. O prìncipi degli altri, almi Poeti, Difendetemi voi da fama oscura,
Così i somni vi sian sempre quïeti. Era quel tempo, in cui l'alma natura Sé medesma vagheggia, et innamora I sensi human di florida pittura.
Del suo color la verecunda Aurora L'horizonte smaltiva et l'aria, donde Cade rorante humor, che 'l mondo infiora. Modulavan gli augei tra verdi fronde,
Dolcezze radoppiando in vario canto, Pien di proportïon grate et gioconde. Quando una dea, piovendo un mar de pianto, Entrò ne l'horto, ov'era il monumento,
Anz'il templo de dio, sacrato et santo. Eran le vive lagrime ornamento De sua beltà, che superava il sole, Che i monti alti innaurava in quel momento.
Era il plorato suo, qual esser suole Da bianca nube, in aëre luminoso, Pioggia, che cade in rose et in vïole. Flagrava in lei candor meraviglioso,
Candor divino; et scintillava il viso D'ardente carità foco amoroso. Di quel fulgor, che fulge in paradiso, Erano i suoi capei: l'occhio, mirando,
Non vi potrebbe star un punto fiso! Sparsi al vento ondeggiavan rutilando, Il tremolar di lampi il collo apria, Perle et topatii inseme al ciel mostrando.
Quai fur, pensar da sé ciascun devria: Chiome degne asciugar le sacre piante, Che fêr trita d'Olympo la invia via! Per l'aria si spargea quella abondante
Ambrosia, il pretioso odor soäve, Ch'empìo d'invidia avara il volgo errante. Grande era in lei beltà, ma tanto grave Mostrava in sé vertù, c'havrebbe morte,
Quando ardon più, d'Amor le fiamme prave. Continuändo il pianto, ognihor più forte, S'appressò dove stato era sepolto Quel, che, morendo, uccise nostra morte.
Ove vedendo il gran sasso rivolto, Sbigottita le lagrime ritenne, E 'l gran timor gli tolse il fior del volto. Volando al marmo et desïando venne;
Ché spavento et horror non fur possenti De ritener le desïose penne. Et, inclinata, vide i rai lucenti De gli angeli, vestiti in bianca neve,
Che 'n l'aspetto parean fulguri ardenti. Per toglierli il terror, succinto et breve Gli parlò l'uno: – O donna, tra li vivi, Non tra li morti, idio chieder si deve!
Quel che tu cerchi, homai più non è quivi, L'humano ha ricovrato il suo divino: Affrena gli occhi, occhi non già, ma rivi. – – Dove? – diss'ella; et lui – Vostro camino
Drizzate là; ché lui là vi precede, Ove converse i fonti in dolce vino. – Che, poi ch'al padre il pronto spirto diede, Essendo l'alta impresa homai consunta,
Le porte de Pluton ruppe col pede. Intròvi a liberar quella defunta Euridice, ch'al verde, almo paëse Cadde, dal morso del serpente punta.
Di gloria il Re ne gl'inferi discese, A 'lluminar le sante anime insonti Che 'n negra ombra di morte eran sospese. Tremaro al primo entrar le valli e i monti,
Per mezzo un colle excelso si divise, Non per chiusi vapor d'aure o di fonti. Allhor videro il ciel le faccie invise, Non visto pria, deprense in greve scorno,
Come sospetto in man d'arme improvise. Et qual notturno augel che vola intorno, Et, non trovando grotta atra et funesta, Cade ne la sua faccia et fugge il giorno;
Et qual d'un grave somno alcun si desta, Che 'l giorno saëttando il luogo oscuro, Gli dà ne gli occhi e 'l fa chinar la testa; Tai fur, ne l'apparir del lume puro,
Quelle pesti d'ardente insania piene, A cui fu sempre il dì molesto et duro. A ciascuna fur poste aspre catene, Precipitate in carcer più profondo,
Dove a sé stesse sono eterne pene. Era a veder l'exercito ingiocondo Sotto 'l giogo passar del Re supremo, Che con sua cruce ha redemuto il mondo.
Giva il Voler di temperantia scemo, Con cento canne aperto et cento brame, Che sempre ciò che vuol, passa l'estremo. Dietro a costui venea la sacra Fame
D'oro, d'ogni gran mal prima cagione, Con la Rapina e 'l Latrocinio infame. La Gloria vana et cieca Ambitione, Che non sa donde viene et corre avanti,
Et di sé non sa dar certa ragione. Mostrava gli occhi mobili et tremanti, Le chiome incompte et hirte, il mento infiato, Con tutti i gesti incerti et incostanti.
L'iniqua Tyrannia un ampio hiato Mostrava in ciascun senso; et Ingiustitia, Che fu sempre consorte al core ingrato. Di quai duo nacque Inertia et vil Pigritia,
Che 'l camin chiuse a l'immortal vertute, Et aperse le porte a la nequitia. Latrando et dispregiando ogni salute, Correva l'impetuosa aspra Vendetta,
Piena di sanguinose, alte ferute. Libidine, che vive et more in fretta, Et perde quando acquista, et più si pente Di quel piacer, nel qual più si diletta.
L'altra, ch'al gusto, et al vorace dente, Tutto 'l peculio suo suol dedicare, Et Egestà con lei mesta et dolente. Questa è colei che muor sol per mangiare,
Et mangia per morire, et sol si vanta Del ventre, et non di cose alte et preclare. Eravi la crudel ch'ad ogni pianta Toglie con gli occhi il nutritivo humore,
Et da radice i grandi alberi schianta: L'Invidia horrenda, il pallido Livore, Che lagrima et si duol quando non cerne Cose, che faccian lagrime et dolore.
Poi vien Discordia, che di guerre eterne Suol a i mortali aprir le porte prime, Con mille, anzi infinite, furie inferne. – Guai a voi vitti! – in voce alta et sublime
Gridammo noi; ché 'l clamor si sentio Dal centro insino a le celesti cime. Venuti dunque al fin del bel desio Quei padri, che 'n pregione oscura et trista
Fur chiusi, per cagion del primo rio; Quel santo, pria che nato, almo Battista, Vedendo coruscar l'atra caverna Di chiari rai de la divina vista:
– Ecco l'agnel de dio, la gloria eterna! – Disse exultando a voci: – hor giace extinto Il principe infernal ne l'ombra inferna. – Et al Re di giustitia et fede cinto:
– Venisti in fin, o via di nostra vita, Et la pietade il camin duro ha vinto. Dàine tu, dunque, gloria sì compita, Che ti parlamo, et tu n'ascolti et miri,
Porgendo il ben de la promessa aita? Quanti dolori, ai!, ai!, quanti martìri, Hai tu per noi sofferti, ai!, quanti affanni, Qual morte, quai flagelli iniqui et diri!
Ch'io per biennio, e i miei padri molt'anni Goduto havem de sì certa speranza, C'ha riparato tutti i nostri danni. – Ei egli a lor: – Rumpamo ogni tardanza,
Ché 'l terzo dì s'appressa, et conven prima Render a voi l'eterna dilettanza. – Salìo, col fin de le parole, in cima Del seggio trïomphal de l'auro ignito,
Che 'l volgo, (benché avaro,) hoggi no' stima. D'anime sante un numero infinito Raccolse in quel vittorïoso plaustro, Di lauri, olive et palme redimito.
Preser la via de lo stellato claustro I pennati destrier, che sotto i piedi Vedean Zephiro et Euro, Borea et Austro. Già collocati in le beäte sedi,
Incominciò quel Re, divino Vate, Principe di Poete et Cytharedi: –cantico nuovo hor al signor cantate, Al fattor de le cose alte, admirande,
Ché con sua man le sue membra ha salvate. Ha fatto noto a i Regi un Re più grande, Et per le genti in tutte le contrade, La sua giustitia excelsa il braccio spande.
Di sua paterna, antiqua, alma pietade S'è ricordato al suo popol eletto, Dando il promesso sol di veritade. Han visto i fin terreni il ben perfetto
De la salute, hor con psalmi et canzoni Iubilate, exultando al suo conspetto. A quel che siede sovra i celsi throni, In cythara cantate et d'èree trombe
Tutto l'empireo ciel per voi risuoni. Di vostre voci il mar lieto rimbombe, Di Protheo exulte anchora il gregge immane, Apransi de gli heroi le sacre tombe.
I fiumi et i monti applaudan con le mane A quel, che vien per dar del seme il frutto, Et giudicar tutte le cose humane. Giudicarà la terra e 'l popol tutto,
Con sua giustitia et equità paterna. Al padre, al figlio et al lume, produtto D'entrambi, loda, honor et gloria eterna!
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