Ah pur troppo son desto e troppo miro! Così nato senz'occhi foss'io piuttosto, o più tosto non nato! A che, fero destìn, serbarmi in vita
per condurmi a vedere spettacolo sì crudo e sì dolente? O più d'ogni infernale anima tormentata,
tormentato Mirtillo, non stare in dubbio, no; la tua credenza non sospender già più; tu l'hai veduta con gli occhi proprio, e con gli orecchi udita.
La tua donna è d'altrui, non per legge del mondo, che la toglie ad ogni altro; ma per legge d'Amore,
che la toglie a te solo. O crudele Amarilli, dunque non ti bastava di dar a questo misero la morte,
s'anco non lo schernivi con quella insidiosa ed incostante bocca, che le dolcezze di Mirtillo gradì pur una volta?
Or l'odiato nome, che forse ti sovvenne per tuo rimordimento, non hai voluto a parte
de le dolcezze tue, de le tue gioie, e 'l vomitasti fuore, ninfa crudel, per non l'aver nel core. Ma che tardi, Mirtillo?
Colei che ti dà vita, a te l'ha tolta e l'ha donata altrui; e tu vivi, meschino? e tu non mori? Mori, Mirtillo, mori
al tormento, al dolore, com'al tuo ben, com'al gioir se' morto. Mori, morto Mirtillo: hai finita la vita,
finisci anco il tormento. Esci, misero amante, di questa dura ed angosciosa morte, che per maggior tuo mal ti tiene in vita.
Ma che? debb'io morir senza vendetta? Farò prima morir chi mi dà morte. Tanto in me si sospenda il desio di morire,
che giustamente abbia la vita tolta a chi m'ha tolto ingiustamente il core. Ceda il dolore a la vendetta, ceda la pietate a lo sdegno
e la morte a la vita, finch'abbia con la vita vendicato la morte. Non beva questo ferro
del suo signor l'invendicato sangue, e questa man non sia ministra di pietate che non sia prima d'ira.
Ben ti farò sentire, chiunque se' che del mio ben gioisci, nel precipizio mio la tua ruina. M'appiatterò qui dentro
nel medesmo cespuglio, e, come prima a la caverna avvicinar vedrollo, improvviso assalendolo, nel fianco il ferirò con questo acuto dardo.
Ma non sarà viltà ferir altrui nascosamente? Sì. Sfidalo adunque a singolar contesa, ove virtute del tuo giusto dolor possa far fede.
No, che potrebbon di leggieri in questo loco, a tutti sì noto e sì frequente, accorrere i pastori ed impedirci, e ricercar ancor, che peggio fôra,
la cagion che mi move: e s'io la nego, malvagio, e s'io la fingo, senza fede ne sarò riputato, e s'io la scopro, d'eterna infamia rimarrà macchiato
de la mia donna il nome, in cui, ben ch'io non ami quel che veggio, almen quell'amo che sempre volli e vorrò fin ch'i' viva e che sperai e che veder devrei.
Moia dunque l'adultero malvagio, ch'a lei l'onore, a me la vita invola! Ma, se l'uccido qui, non sarà il sangue chiaro indizio del fatto? E che tem'io
la pena del morir, se morir bramo? a l'omicidio, alfin fatto palese, scoprirà la cagione; onde cadrai nel medesmo periglio de l'infamia
che può venirne a questa ingrata. Or entra ne la spelonca e qui l'assali. È buono, questo mi piace. Entrerò cheto cheto, sì ch'ella non mi senta. E credo bene
che ne la più segreta e chiusa parte, come accennò di far ne' detti suoi, si sarà ricovrata, ond'io non voglio penetrar molto a dentro. Una fessura
fatta nel sasso e di frondosi rami tutta coperta, a man sinistra a punto si trova a piè de l'alta scesa: quivi più che si può tacitamente entrando,
il tempo attenderò di dar effetto a quel che bramo. Il mio nemico morto a la nemica mia porterò innanzi; così d'ambiduo lor farò vendetta;
indi trapasserò col ferro stesso a me medesmo il petto, e tre saranno gli estinti, duo dal ferro, una dal duolo. Vedrà questa crudele
de l'amante gradito non men che del tradito tragedia miserabile e funesta; e sarà questo speco,
ch'esser dovea de le sue gioie albergo, de l'un e l'altro amante, e, quel che più desio, de le vergogne sue tomba e sepolcro.
Ma voi, orme già tanto invan seguìte, così fido sentiero voi mi segnate? a così caro albergo voi mi scorgete? e pur v'inchino e seguo.
O Corisca, Corisca, or sì m'hai detto il vero, or sì ti credo.
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