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1538–1612

SCENA VIII

Battista Guarini

O dea, che non se' dea se non di gente vana, oziosa e cieca, che con impura mente e con religion stolta e profana

ti sacra altari e tempii... Ma che tempii diss'io? più tosto asili d'opre sozze e nefande, per onestar la loro

empia disonestate col titolo famoso de la tua deitate. E tu, sordida dea,

perché le tue vergogne ne le vergogne altrui si veggan meno, rallenti lor d'ogni lascivia il freno, nemica di ragione,

macchinatrice sol d'opre furtive, corruttela de l'alme, calamità degli uomini e del mondo, figlia del mar ben degna

e degnamente nata di quel perfido mostro, che con aura di speme allettatrice prima lusinghi e poi

movi ne' petti umani tante fiere procelle d'impetuosi e torbidi desiri, di pianti e di sospiri,

che madre di tempeste e di furore devria chiamarti il mondo, e non madre d'Amore: ecco in quanta miseria

tu hai precipitati que' duo miseri amanti. Or va' tu, che ti vanti d'esser onnipotente,

va' tu, perfida dea; salva, se puoi, la vita a quella ninfa, che tu, con tue dolcezze avvelenate, hai pur condotta a morte.

Oh per me fortunato quel dì che ti sacrai l'animo casto, Cintia, mia sola dea, santa mia deità, mio vero nume,

e così nume in terra de l'anime più belle, come lume del cielo più bel de l'altre stelle!

Quanto son più lodevoli e sicuri de' cari amici tuoi l'opre e gli studi, che non son quei degl'infelici servi di Venere impudica!

Uccidono i cignali i tuoi devoti; ma i devoti di lei miseramente son dai cignali uccisi. O arco, mia possanza e mio diletto;

strali, invitte mie forze; or venga in prova, venga quella vana fantasima d'Amore con le sue armi effeminate; venga

al paragon di voi, che ferite e pungete. Ma che? troppo t'onoro, vil pargoletto imbelle;

e, perché tu m'intenda, ad alta voce il dico: la ferza a gastigarti sola mi basta. «Basta».

Chi se' tu che rispondi? Eco, o più tosto Amor, che così d'Eco imita il sòno? «Sono». A punto i' ti volea; ma dimmi: certo

se' tu poi desso? «Esso». Il figlio di colei che per Adone già si miseramente ardea? «Dea». Come ti piace, su! di quella dea

concubina di Marte, che le stelle di sua lascivia ammorba e gli elementi? «Menti». Oh, quanto è lieve il cinguettare al vento!

Vien' fuori, vien'; né star ascoso. «Oso». Ed io t'ho per vigliacco. Ma di lei se' leggittimo figlio o pur bastardo? «Ardo».

O buon! né figlio di Vulcan per questo già ti cred'io. «Dio». E dio di che? del core immondo? «Mondo». Gnaffe! de l'universo?

Quel terribil garzon, di chi ti sprezza vindice sì possente e sì severo? «Vero». E quali son le pene

ch'a' tuoi rubelli e contumaci dài cotanto amare? «Amare». E di me, che ti sprezzo, che farai, se 'l cor più duro ho di diamante? «Amante».

Amante me? se' folle! Quando sarà che 'n questo cor pudico amor alloggi? «Oggi». Dunque sì tosto s'innamora? «Ora».

E qual sarà colei che far potrà ch'oggi l'adori? «Dori». Dorinda forse, o bambo, vuoi dir in tua mozza favella? «Ella».

Dorinda, ch'odio più che lupo agnella? Chi farà forza in questo al voler mio? «Io». E come? e con qual'armi? e con qual arco?

Forse col tuo? «Col tuo». Come col mio? vuoi dir quando l'avrai con la lascivia tua corrotto? «Rotto». E le mie armi rotte

mi faran guerra? e romperailo tu? «Tu». Oh, questo sì mi fa veder affatto che tu se' ubbriaco. Va', dormi! va'! Ma dimmi:

dove fien queste maraviglie? qui? «Qui». O sciocco! ed io mi parto. Vedi come se' stato oggi indovino pien di vino. «Divino».

Ma veggio, o veder parmi, colà, posando in quel cespuglio, starsi un non so che di bigio, ch'a lupo s'assomiglia.

Ben mi par desso, ed è per certo il lupo. Oh, come è smisurato! Oh per me giorno destinato a le prede! O dea cortese, che favori son questi? in un dì solo

trionfar di due fère? Ma che tardo, mia dea? Ecco, nel nome tuo questa saetta scelgo per la più rapida e pungente

di quante n'abbia la faretra mia. A te la raccomando: levala tu, saettatrice eterna, di man de la fortuna e ne la fèra

col tuo nume infallibile la drizza, a cui fo voto di sacrar la spoglia, e nel tuo nome scocco. Oh bellissimo colpo,

colpo caduto a punto dove l'occhio e la man l'ha destinato! Deh, avessi il mio dardo, per ispedirlo a un tratto,

prima che mi s'involi e si rinselvi! Ma, non avendo altr'arme, il ferirò con quelle de la terra. Ben rari sono in questa chiostra i sassi,

ch'a pena un qui ne trovo. Ma che vo io cercando armi, s'armato sono? Se quest'altro quadrello

il va a ferir nel vivo... Oimè! che veggio? Oimè! Silvio infelice, oimè! che hai tu fatto? Hai ferito un pastor sotto la scorza

d'un lupo. Oh fiero caso! oh caso acerbo, da viver sempre misero e dolente! E' mi par di conoscerlo, il meschino; e Linco è seco, che 'l sostene e regge.

Oh funesta saetta! oh voto infausto! E tu che la scorgesti, e tu che l'esaudisti, nume di lei più infausto e più funesto!

Io dunque reo de l'altrui sangue? io dunque cagion de l'altrui morte? io, che fui dianzi per la salute altrui sì largo sprezzator de la mia vita,

sprezzator del mio sangue? Va', getta l'armi e senza gloria vivi, profano cacciator, profano arciero! Ma ecco lo infelice,

di te però men infelice assai.

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