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1538–1612

SCENA VII

Battista Guarini

E così, Linco, il dispietato Silvio, quando men sel pensò, divenne amante. Ma che seguì di lei? Noi la portammo

a le case di Silvio, ove la madre con lagrime l'accolse, non so se di dolcezza o di dolore; lieta, sì, che 'l suo figlio

già fosse amante e sposo, ma del caso de la ninfa dolente. E di due nuore suocera mal fornita, l'una morta piangea, l'altra ferita.

Pur è morta Amarilli? Dovea morir. Così portò la fama. Per questo sol mi mossi inverso 'l tempio a consolar Montano, che perduta

s'oggi ha una nuora, ecco ne trova un'altra. Dunque Dorinda non è morta? Morta? Fossi sì viva tu, fossi sì lieta!

Non fu dunque mortal la sua ferita? A la pietà di Silvio, se morta fosse stata, viva saria tornata.

E con qual arte sanò sì tosto? I' ti dirò da capo tutta la cura, e maraviglie udrai.

Stavan d'intorno a la ferita ninfa, tutti con pronta mano e con tremante core, uomini e donne; ma ch'altri la toccasse

non volle mai che Silvio suo, dicendo: «La man che mi ferì, quella mi sani». Così soli restammo, Silvio, la madre ed io,

duo col consiglio, un con la mano oprando. Quell'ardito garzon, poi che levata ebbe soavemente dal nudo avorio ogni sanguigna spoglia,

tentò di trar da la profonda piaga la confitta saetta; ma, cedendo, non so come, a la mano l'insidioso calamo, nascosto

tutto lasciò ne le latèbre il ferro. Qui daddovero incominciâr l'angosce. Non fu possibil mai, né con maestra mano

né con ferrigno rostro né con altro argomento, indi spiantarlo. Forse con altra assai più larga piaga la piaga aprendo, a le segrete vie

del ferro penetrar con altro ferro si poteva o doveva; ma troppo era pietosa e troppo amante per sì cruda pietà la man di Silvio

(con sì fieri stromenti certo non sana i suo feriti Amore) quantunque a la fanciulla innamorata sembrasse che 'l dolor si raddolcisse

tra le mani di Silvio. Il qual, perciò nulla smarrito, disse: «Quinci uscirai ben tu, ferro malvagio, e con pena minor che tu non credi.

Chi t'ha spinto qui dentro, è ben anco di trartene possente. Ristorerò con l'uso de la caccia quel danno, che per l'uso

de la caccia patisco. D'un'erba or mi sovviene, ch'è molto nota a la silvestre capra quand'ha lo stral nel saettato fianco;

(essa a noi la mostrò, natura a lei), né gran fatto è lontana». Indi partissi; e, nel colle vicin subitamente coltone un fascio, a noi sen venne; e quivi

trattone succo, e misto con seme di verbena e la radice giuntavi del centauro, un molle empiastro ne feo sopra la piaga.

Oh mirabil virtù! cessa il dolore subitamente e si ristagna il sangue; e 'l ferro, indi a non molto, senza fatica o pena

la man seguendo, ubbidiente n'esce. Tornò il vigor ne la donzella, come se non avesse mai piaga sofferta. La qual però mortale

veramente non fu, però che, 'ntatto quinci l'alvo lasciando e quindi l'ossa, nel muscoloso fianco era sol penetrata.

Gran virtù d'erba e via maggior ventura di donzella mi narri. Quel che tra lor sia succeduto poi, si può più tosto immaginar che dire.

Certo è sana Dorinda, ed or si regge sì ben sul fianco, che di lui servirsi ad ogn'uso ella può. Con tutto questo, credo, Corisca, e tu fors'anco il credi,

che di più d'uno stral ferita sia; ma, come l'han trafitta arme diverse, così diverse ancor le piaghe sono. D'altra è fèro il dolor, d'altra è soave;

l'una saldando si fa sana, e l'altra quanto si salda men, tanto più sana. E quel fèro garzon di saettare, mentr'era cacciator, fu così vago,

che non perde costume; ed or, ch'egli ama, di ferir anco ha brama. O Linco, ancor se' pure quell'amoroso Linco

che fosti sempre. O Corisca mia cara, d'animo Linco, e non di forze, sono; e 'n questo vecchio tronco

è, più che fosse mai, verde il desio. Or ch'è morta Amarilli, mi resta di veder quel ch'è seguìto del mio caro Mirtillo.

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