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1538–1612

SCENA VII

Battista Guarini

Son ben io stato infin a qui sospeso nel prestar fede a quel che di Corisca testé m'ha detto il Satiro, temendo non sua favola fosse a danno mio

così da lui malignamente finta; troppo dal ver parendomi lontano che nel medesmo loco ov'ella meco esser dovea (se non è falso quello

che da sua parte mi recò Lisetta), sì repentinamente oggi sia stata con l'adultero còlta. Ma, nel vero, mi par gran segno e mi perturba assai

la bocca di quest'antro in quella guisa ch'egli a punto m'ha detto e che si vede, da sì grave petron turata e chiusa. O Corisca, Corisca! i' t'ho sentita

troppo bene a la mano, ch'incappando tu così spesso, alfin ti conveniva cader senza rilievo. Tanti inganni, tante perfidie tue, tante menzogne

certo dovean di sì mortal caduta esser veri presagi a chi non fosse stato privo di mente e d'amor cieco. Buon per me, che tardai! Fu gran ventura

che 'l padre mio mi trattenesse (sciocco!), quel che mi parve un fiero intoppo allora; ché, se veniva al tempo che prescritto da Lisetta mi fu, certo poteva

qualche strano incidente oggi incontrarmi. Ma che farò? debbi'io, di sdegno armato, ricorrer agli oltraggi? a le vendette? No, ché troppo l'onoro; anzi, se voglio

discorrer sanamente, è caso degno più tosto di pietà che di vendetta. Avrai dunque pietà di chi t'inganna? Ingannata ha se stessa, che, lasciando

un che con pura fé l'ha sempre amata, ad un vil pastorel s'è data in preda, vagabondo e straniero, che domani sarà di lei più perfido e bugiardo.

Che? debb'io dunque vendicar l'oltraggio che seco porta la vendetta, e l'ira supera sì, che fa pietà lo sdegno? Pur t'ha schernito, anzi onorato; ed io

ho ben onde pregiarmi, or che mi sprezza femmina ch'al suo mal sempre s'appiglia e le leggi non sa né de l'amare né de l'esser amata, e che 'l men degno

sempre gradisce e 'l più gentile aborre. Ma dimmi, Coridon: se non ti move lo sdegno del disprezzo a vendicarti, com'esser può che non ti muova almeno

il dolor de la perdita e del danno? Non ho perduta lei, che mia non era; ho ricovrato me, ch'era d'altrui. Né il restar senza femmina sì vana

e sì pronta e sì agile a cangiarsi, perdita si può dire. E finalmente che cosa ho io perduto? una bellezza senza onestate, un volto senza senno,

un petto senza core, un cor senz'alma, un'alma senza fede, un'ombra vana, una larva, un cadavero d'Amore, che doman sarà fracido e putente.

E questa si dé' dir perdita? acquisto molto ben caro e fortunato ancora. Mancheranno le femmine, se manca Corisca? mancheranno a Coridone

ninfe di lei più degne e più leggiadre? Mancherà ben a lei fedele amante com'era Coridon, di cui fu indegna. Or, se volessi far quel che di lei

m'ha consigliato il Satiro, so certo che, se la fede a me già da lei data oggi accusassi, i' la farei morire. Ma non ho già sì basso cor, che basti

mobilità di femmina a turbarlo. Troppo felice ed onorata fôra la femminil perfidia, se con pena di cor virile e con turbar la pace

e la felicità d'alma bennata s'avesse a vendicar. Oggi Corisca per me non moia e per altrui si viva: sarà la vita sua vendetta mia.

Viva a l'infamia sua, viva al suo drudo, poi ch'è tal, ch'io non l'odio ed ho più tosto pietà di lei che gelosia di lui.

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