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1538–1612

SCENA VI

Battista Guarini

Affréttati, mio figlio, ma con sicuro passo, sì ch'i' possa seguirti e non inciampi, per questo dirupato e torto calle,

col piè cadente, e cieco. Occhio se' tu di lui, come son io occhio de la tua mente. E, quando sarai giunto

innanzi al sacerdote, ivi ti ferma. Ma non è quel che colà veggio il nostro venerando Tirenio, ch'è cieco in terra e tutto vede in cielo?

Qualche gran cosa il move, ché da molt'anni in qua non s'è veduto fuor de la sacra cella. Piaccia a l'alta bontà de' sommi dèi

che per te lieto ed opportuno giunga. Che novità vegg'io, padre Tirenio? Tu fuor del tempio? ove ne vai? che porti? A te solo ne vengo,

e nuove cose porto e nuove cerco. Come teco non è l'ordine sacro? che tarda? ancor non torna con la purgata vittima e col resto,

ch'a l'interrotto sacrificio manca? Oh, quanto spesso giova la cecità degli occhi al veder molto, ch'allor, non traviata

l'anima ed in se stessa tutta raccolta, suole aprir nel cieco senso occhi lincèi! Non bisogna, Montano,

passar sì leggermente alcuni gravi non aspettati casi, che tra l'opere umane han del divino. Però che i sommi dèi

non conversano in terra né favellan con gli uomini mortali, ma tutto quel di grande o di stupendo, ch'al cieco caso il cieco volgo ascrive,

altro non è che favellar celeste. Così parlan tra noi gli eterni numi, queste son le lor voci, mute a l'orecchie e risonanti al core

di chi le 'ntende. Oh, quattro volte e sei fortunato colui che ben le 'ntende! Stava già per condur l'ordine sacro, come tu comandasti, il buon Nicandro;

ma il ritenn'io per accidente nuovo nel tempio occorso. Ed è ben tal, che, mentre vo con quello accoppiandolo, che quasi in un medesmo tempo

è oggi a te incontrato, un non so che d'insolito e confuso tra speranza e timor tutto m'ingombra, che non intendo, e quanto men l'intendo,

tanto maggior concetto, o buono o rio, ne prendo. Quel, che tu non intendi, troppo intend'io miseramente e 'l provo.

Ma dimmi: a te, che puoi penetrar del destìn gli alti segreti, cosa alcuna s'asconde? Oh figlio, figlio!

Se volontario fosse del profetico lume il divin uso, saria don di natura e non del cielo. Sento ben io ne l'indigesta mente

che 'l ver m'asconde il fato e si riserba alto segreto in seno. Questa sola cagione a te mi mosse, vago d'intender meglio

chi è colui che s'è scoperto padre, se da Nicandro ho ben inteso il fatto, di quel garzon ch'è destinato a morte. Troppo il conosci! Oh, quanto

ti dorrà poi, Tirenio, ch'ei ti sia tanto noto e tanto caro! Lodo la tua pietà, ch'umana cosa è l'aver degli afflitti

compassione, o figlio. Nondimeno fa' pur che seco i' parli. Veggio ben or che 'l cielo quanto aver già solevi

di presaga virtute in te sospende. Quel padre che tu chiedi e con cui brami di parlar, son io. Tu padre di colui ch'è destinato

vittima a la gran dea? Son quel misero padre di quel misero figlio. Di quel fido pastore

che, per dar vita altrui, s'offerse a morte? Di quel che fa, morendo, viver chi gli dà morte, morir chi gli die' vita.

E questo è vero? Eccone il testimonio. Ciò che t'ha detto è vero. E chi se' tu che parli?

Io son Carino, padre fin qui di quel garzon creduto. Sarebbe questo mai quel tuo bambino che ti rapì il diluvio?

Ah! tu l'hai detto, Tirenio. E tu per questo ti chiami padre misero, Montano?

Oh cecità de le terrene menti! In qual profonda notte, in qual fosca caligine d'errore son le nostr'alme immerse,

quando tu non le illustri, o sommo Sole! A che del saper vostro insuperbite, o miseri mortali? Questa parte di noi, che 'ntende e vede,

non è nostra virtù, ma vien dal cielo; esso la dà come a lui piace, e toglie. O Montano, di mente assai più cieco che non son io di vista,

qual prestigio, qual démone t'abbaglia sì, che, s'egli è pur vero che quel nobil garzon sia di te nato, non ti lasci veder ch'oggi se' pure

il più felice padre, il più caro agli dèi di quanti al mondo generasser mai figli? Ecco l'alto segreto

che m'ascondeva il fato! Ecco il giorno felice, con tanto nostro sangue e tante nostre lagrime aspettato!

Ecco il beato fin de' nostri affanni! O Montano, ove se'? torna in te stesso. Come a te solo è de la mente uscito l'oracolo famoso?

Il fortunato oracolo, nel core di tutta Arcadia impresso? Come, col lampeggiar ch'oggi ti mostra inaspettatamente il caro figlio,

non senti il tuon de la celeste voce? “Non avrà prima fin quel che v'offende che duo semi del ciel congiunga Amore”... Scaturiscon dal core

lagrime di dolcezza in tanta copia, ch'io non posso parlar. “Non avrà prima... non avrà prima fin quel che v'offende, che duo semi del ciel congiunga Amore,

e di donna infedel l'antico errore l'alta pietà d'un pastor fido ammende”. Or dimmi tu, Montan: questo pastore, di cui si parla e che dovea morire,

non è seme del ciel, s'è di te nato? non è seme del cielo anco Amarilli? e chi gli ha insieme avvinti altro che Amore? Silvio fu dai parenti e fu per forza

con Amarilli in matrimonio stretto; ed è tanto lontan che gli strignesse nodo amoroso, quanto l'aver in odio è da l'amar lontano.

Ma, s'esamini il resto, apertamente vedrai che di Mirtillo ha solo inteso la fatal voce. E qual si vide mai, dopo il caso d'Aminta,

fede d'amor, che s'agguagliasse a questa? Chi ha voluto mai per la sua donna, dopo il fedele Aminta, morir, se non Mirtillo?

Questa è l'alta pietà del pastor fido, degna di cancellar l'antico errore de l'infedele e misera Lucrina. Con quest'atto mirabile e stupendo,

più che col sangue umano, l'ira del ciel si placa e quel si rende a la giustizia eterna, che già le tolse il femminile oltraggio.

Questa fu la cagion che non sì tosto giuns'egli al tempio a rinnovar il voto, che cessâr tutti i mostruosi segni: non stilla più dal simulacro eterno

sudor di sangue, e più non trema il suolo, né strepitosa più né più putente è la caverna sacra; anzi da lei vien sì dolce armonia, sì grato odore,

che non l'avrebbe più soave il cielo, se voce o spirto aver potesse il cielo. O alta Provvidenza, o sommi dèi, se le parole mie

fosser anime tutte, e tutte al vostro onore oggi le consacrassi, a le dovute grazie non basterian di tanto dono.

Ma come posso, ecco le rendo, o santi numi del ciel, con le ginocchia a terra umilmente. Oh, quanto vi son io debitor perch'oggi vivo!

Ho di mia vita corsi cent'anni già, né seppi mai che fosse viver, né mi fu mai la cara vita, se non oggi, cara.

Oggi a viver comincio, oggi rinasco. Ma che perd'io con le parole il tempo, che si de' dar a l'opre! Ergimi, figlio, ché levar non posso

già senza te queste cadenti membra. Un'allegrezza ho nel mio cor, Tirenio, con sì stupenda maraviglia unita, che son lieto, e nol sento,

né può l'alma confusa mostrar di fuor la ritenuta gioia, sì tutti lega alto stupore i sensi. Oh non veduto mai, né mai più inteso

miracolo del cielo! Oh grazia senza esempio! Oh pietà singolar de' sommi dèi! Oh fortunata Arcadia,

oh sovra quante il sol ne vede e scalda, terra gradita al ciel, terra beata! Così il tuo ben m'è caro, che 'l mio non sento, e del mio caro figlio,

che due volte ho perduto e due volte trovato, e di me stesso, che da un abisso di dolor trapasso a un abisso di gioia,

mentre penso di te, non mi sovviene; e si disperde il mio diletto, quasi poca stilla insensibile confusa ne l'ampio mar de le dolcezze tue.

Oh benedetto sogno, sogno non già, ma vision celeste! Ecco ch'Arcadia mia, come dicesti tu, sarà ancor bella.

Ma che tardi, Montano? Da noi più non attende vittima umana il cielo; non è più tempo di vendetta e d'ira,

ma di grazia e d'amore. Oggi comanda la nostra dea che, 'nvece di sacrificio orribile e mortale, si faccian liete e fortunate nozze.

Ma dimmi tu: quant'ha di vivo il giorno? Un'ora o poco più. Così vien sera? Torniamo al tempio, e quivi immantinente

la figliuola di Titiro e 'l tuo figlio si dian la fede maritale, e sposi divengano, d'amanti; e l'un conduca l'altra ben tosto a le paterne case,

dove convien, prima che 'l sol tramonti, che sian congiunti i fortunati eroi. Così comanda il ciel. Tornami, figlio, onde m'hai tolto. E tu, Montan, mi segui!

Ma guarda ben, Tirenio, che, senza violar la santa legge, non può ella a Mirtillo dar quella fé, che fu già data a Silvio.

Ed a Silvio fie data parimente la fede, ché Mirtillo fin dal suo nascimento ebbe tal nome, se dal tuo servo mi fu detto il vero;

ed egli si compiacque ch'io 'l nomassi Mirtillo anzi che Silvio. Gli è vero, or mi sovviene. E cotal nome rinnovai nel secondo,

per consolar la perdita del primo. Il dubbio era importante. Or tu mi segui. Carino, andiamo al tempio. E da qui innanzi duo padri avrà Mirtillo. Oggi ha trovato

Montano un figlio ed un fratel Carino. D'amor padre a Mirtillo, a te fratello; di riverenza a l'un servo ed a l'altro sarà sempre Carino.

E, poi che verso me se' tanto umano, ardirò di pregarti che ti sia caro il mio compagno ancora, senza cui non sarei caro a me stesso.

Fanne quel ch'a te piace. Eterni numi, oh come son diversi quegli alti, inaccessibili sentieri, onde scendono a noi le vostre grazie,

da que' fallaci e torti, onde i nostri pensier salgono al cielo!

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