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1538–1612

SCENA VI

Battista Guarini

Oimè, son morta! Ed io son vivo. Torna, torna, Amarilli mia, ché presa sono.

Amarilli non t'ode. Ah! questa volta ti converrà star salda. Oimè, le chiome! T'ho pur sì lungamente attesa al varco,

che ne la rete se' caduta. E sai, questo non è il mantello; è 'l crin, sorella. A me, Satiro? A te. Non se' tu quella

Corisca sì famosa ed eccellente maestra di menzogne, che mentite parolette e speranze e finti sguardi vendi a sì caro prezzo? che tradito

m'ha' in tanti modi e dileggiato sempre, ingannatrice e pessima Corisca? Corisca son ben io; ma non già quella, Satiro mio gentil, ch'agli occhi tuoi

un tempo fu sì cara. Or son gentile, sì, scelerata; ma gentil non fui, quando per Coridon tu mi lasciasti.

Te per altrui? Or odi meraviglia e cosa nuova a l'animo sincero! E quando l'arco a Lilla e 'l velo a Clori,

la veste a Dafne ed i coturni a Silvia m'inducesti a rubar, perché 'l mio furto fosse di quell'amor poscia mercede, ch'a me promesso, fu donato altrui;

e quando la bellissima ghirlanda, che donata i' t'avea, donasti a Niso; e quando, a la caverna, al bosco, al fonte facendomi vegghiar le fredde notti,

m'hai schernito e beffato, allor ti parvi gentile, ah, scelerata? Or pagherai, credimi, or pagherai di tutto il fio. Tu mi strascini, oimè! come s'i' fussi

una giovenca. Tu 'l dicesti a punto. Scòtiti pur, se sai; già non tem'io che quinci or tu mi fugga: a questa presa

non ti varranno inganni. Un'altra volta ten fuggisti, malvagia; ma se 'l capo qui non mi lasci, indarno t'affatichi d'uscirmi oggi di man.

Deh! non negarmi tanto di tempo almen, che teco i' possa dir mia ragion comodamente. Parla.

Come vuoi tu ch'io parli, essendo presa? Lasciami. Ch'i' ti lasci? I' ti prometto

la fede mia di non fuggir. Qual fede, perfidissima femmina? ancor osi parlar meco di fede? I' vo' condurti

ne la più spaventevole caverna di questo monte, ove non giunga mai raggio di sol, non che vestigio umano. Del resto non ti parlo; il sentirai.

Farò con mio diletto e con tuo scorno quello strazio di te, che meritasti. Puoi tu dunque, crudele, a questa chioma che ti legò già il core, a questo volto

che fu già il tuo diletto, a questa un tempo più de la vita tua cara Corisca, per cui giuravi che ti fôra stato anco dolce il morire, a questa puoi

soffrir di far oltraggio? Oh cielo! oh sorte! In cui pos'io speranza? a cui debb'io creder mai più, meschina? Ah, scelerata!

pensi ancor d'ingannarmi? ancor mi tenti con le lusinghe tue, con le tue frodi? Deh! Satiro gentil, non far più strazio di chi t'adora. Oimè! non se' già fèra,

non hai già il cor di marmo o di macigno. Eccomi a' piedi tuoi. Se mai t'offesi, idolo del mio cor, perdon ti cheggio. Per queste nerborute e sovrumane

tue ginocchia ch'abbraccio, a cui m'inchino; per quello amor che mi portasti un tempo; per quella soavissima dolcezza che trar solevi già dagli occhi miei

che tue stelle chiamavi, or son duo fonti; per queste amare lagrime, ti prego, abbi pietà di me, lasciami omai. (La perfida m'ha mosso; e, s'io credessi

solo a l'affetto, a fé che sarei vinto!) Ma insomma io non ti credo. Tu se' troppo malvagia e 'nganni più chi più si fida. Sotto quell'umiltà, sotto que' preghi

si nasconde Corisca: tu non puoi esser da te diversa. Ancor contendi? Oimè il mio capo! Ah crudo! ancor un poco ferma, ti prego; ed una sola grazia

non mi negar, almen. Che grazia è questa? Che tu m'ascolti ancor un poco. Forse

ti pensi tu con parolette finte e mendicate lagrime piegarmi? Deh! Satiro cortese, e pur tu vuoi far di me strazio?

Il proverai. Vien' pure. Senza avermi pietà? Senza pietate. E 'n ciò se' tu ben fermo?

In ciò ben fermo. Hai tu finito ancor questo incantesimo? O villano indiscreto ed importuno, mezz'uomo e mezzo capra, e tutto bestia,

carogna fracidissima e difetto di natura nefando, se tu credi che Corisca non t'ami, il vero credi. Che vuoi tu ch'ami in te? quel tuo bel ceffo?

quella sucida barba? quell'orecchie caprigne? e quella putrida e bavosa isdentata caverna? O scelerata!

a me questo? A te questo. A me, ribalda? A te caprone!

Ed io con queste mani non ti trarrò cotesta tua canina ed importuna lingua? Se t'accosti

e fossi tanto ardito... In tale stato una vil femminuzza, in queste mani, e non teme? e m'oltraggia? e mi dispregia?

Io ti farò... Che mi farai, villano? I' ti mangerò viva. E con qua' denti,

se tu non gli hai? O ciel, come il comporti? Ma s'io non te ne pago.... Vien' pur via. Non vo' venir.

Non ci verrai, malvagia? No, mal tuo grado; no. Tu ci verrai, se mi credessi di lasciarci queste

braccia. Non ci verrò, se questo capo di lasciarci credessi. Orsù! veggiamo

chi di noi ha più forte e più tenace, tu il collo, od io le braccia. Tu ci metti le mani, né con questo anco potrai difenderti, perversa.

Or il vedremo. Sì certo. Tira ben. Satiro, addio; fiàccati il collo.

Oimè dolente! ahi lasso! oimè il capo! oimè il fianco! oimè la schiena! oh che fiera caduta! A pena i' posso movermi e rilevarmene. E pur vero

è ch'ella fugga e qui rimanga il teschio? Oh maraviglia inusitata! O ninfe, o pastori, accorrete e rimirate il magico stupor di chi sen fugge

e vive senza capo. Oh come è lieve! quanto ha poco cervello e come il sangue fuor non ne spiccia! Ma che miro? o sciocco! o mentecatto! Senza capo lei?

Senza capo se' tu. Chi vide mai uom di te più schernito? Or mira s'ella ha saputo fuggir, quando tu meglio la pensavi tener. Perfida maga!

Non ti bastava aver mentito il core e 'l volto e le parole e 'l riso e 'l guardo, s'anco il crin non mentivi? Ecco! poeti, questo è l'oro nativo e l'ambra pura

che pazzamente voi lodate. Omai arrossite, insensati, e, ricantando, vostro soggetto in quella vece sia l'arte d'una impurissima e malvagia

incantatrice, che i sepolcri spoglia e, dai fracidi teschi il crin furando, al suo l'intesse e così ben l'asconde, che v'ha fatto lodar quel che aborrire

dovevate assai più che di Megera le viperine e mostruose chiome. Amanti, or non son questi i vostri nodi? Mirate e vergognatevi, meschini.

E se, come voi dite, i vostri còri son pur qui ritenuti, omai ciascuno potrà senza sospiri e senza pianto ricoverar il suo. Ma che più tardo

a publicar le sue vergogne? Certo non fu mai sì famosa né sì chiara la chioma ch'è là sù con tante stelle ornamento del ciel, come fie questa

per la mia lingua, e molto più colei che la portava, eternamente infame. Ah, ben fu di colei grave l'errore, cagion del nostro male,

che le leggi santissime d'Amore, di fé mancando, offese; poscia ch'indi s'accese degli immortali dèi l'ira mortale,

che, per lagrime e sangue di tante alme innocenti, ancor non langue. Così la Fé, d'ogni virtù radice, e d'ogn'alma ben nata unico fregio,

là su si tiene in pregio! Così di farci amanti, onde felice si fa nostra natura, l'eterno Amante ha cura!

Ciechi mortali, voi che tanta sete di possedere avete, l'urna amata guardando d'un cadavero d'òr, quasi nud'ombra

che vada intorno al suo sepolcro errando; qual amore o vaghezza d'una morta bellezza il cor v'ingombra? Le ricchezze e i tesori

son insensati amori. Il vero e vivo amor de l'alma, è l'alma: ogn'altro oggetto, perché d'amare è privo, degno non è de l'amoroso affetto.

L'anima, perché sola è riamante, sola è degna d'amor, degna d'amante. Ben è soave cosa quel bacio che si prende

da una vermiglia e delicata rosa di bella guancia. E pur chi 'l vero intende, com'intendete vui, avventurosi amanti che 'l provate,

dirà che quello è morto bacio, a cui la baciata beltà bacio non rende. Ma i colpi di due labbra innamorate, quando a ferir si va bocca con bocca

e che in un punto scocca Amor con soavissima vendetta l'una e l'altra saetta, son veri baci, ove con giuste voglie

tanto si dona altrui, quanto si toglie. Baci pur bocca curiosa e scaltra o seno o fronte o mano: unqua non fia che parte alcuna in bella donna baci

che baciatrice sia, se non la bocca, ove l'un'alma e l'altra corre e si bacia anch'ella, e con vivaci spiriti pellegrini

dà la vita al bel tesoro de' bacianti rubini, sì che parlan tra loro gran cose in picciol suono,

e segreti dolcissimi che sono a lor solo palesi, altrui celati. Tal gioia amando prova, anzi tal vita, alma con alma unita,

e son come d'amor baci baciati gli incontri di duo còri amanti amati.

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