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1538–1612

SCENA V

Battista Guarini

Care selve beate, e voi solinghi e taciturni orrori, di riposo e di pace alberghi veri; oh, quanto volentieri

a rivedervi i' torno! E se le stelle m'avesser dato in sorte di viver a me stessa e di far vita conforme a le mie voglie,

i' già co' Campi Elisi, fortunato giardin de' semidèi, la vostr'ombra gentil non cangerei. Ché, se ben dritto miro,

questi beni mortali altro non son che mali. Meno ha chi più n'abonda, e posseduto è più che non possede:

ricchezze no, ma lacci de l'altrui libertate. Che val ne' più verdi anni titolo di bellezza

o fama d'onestate, e 'n mortal sangue nobiltà celeste; tante grazie del cielo e de la terra: qui larghi e lieti campi,

e là felici piagge, fecondi paschi e più fecondo armento, se 'n tanti beni il cor non è contento? Felice pastorella,

cui cinge a pena il fianco povera sì, ma schietta e candida gonnella, ricca sol di se stessa

e de le grazie di natura adorna; che 'n dolce povertade né povertà conosce né i disagi de le ricchezze sente;

ma tutto quel possede, per cui desio d'aver non la tormenta, nuda sì, ma contenta! Co' doni di natura

i doni di natura anco nudrìca; col latte il latte avviva; e col dolce de l'api condisce il mèl de le natie dolcezze.

Quel fonte ond'ella beve, quel solo anco la bagna e la consiglia; paga lei, pago il mondo. Per lei di nembi il ciel s'oscura indarno

e di grandine s'arma, ché la sua povertà nulla paventa: nuda sì, ma contenta. Sola una dolce e d'ogn'affanno sgombra

cura le sta nel core: pasce le verdi erbette la greggia a lei commessa, ed ella pasce de' suo' begli occhi il pastorello amante,

non qual le destinâro o gli uomini o le stelle, ma qual le diede Amore. E tra l'ombrose piante

d'un favorito lor mirteto adorno, vagheggiata, il vagheggia; né per lui sente foco d'amor che non gli scopra; ned ella scopre ardor ch'egli non senta:

nuda sì, ma contenta. Oh vera vita, che non sa che sia morire innanzi morte! Potess'io pur cangiar teco mia sorte!

Ma vedi là Corisca. Il ciel ti guardi, dolcissima Corisca. Chi mi chiama? Oh, più degli occhi miei, più de la vita

a me cara Amarilli, e dove vai così soletta? In nessun altro loco, se non dove mi trovi e dove meglio

capitar non potea, poi che te trovo. Tu trovi chi da te non parte mai, Amarilli mia dolce, e di te stava pur or pensando e fra mio cor dicea:

«S'io son l'anima sua, come può ella star senza me sì lungamente?» e, 'n questo, tu mi se' sopraggiunta, anima mia. Ma tu non ami più la tua Corisca.

E perché ciò? Come perché? tu 'l chiedi? Oggi tu sposa... Io sposa?

Sì, tu sposa ed a me nol palesi? E come posso palesar quel che non m'è noto?

Ancora tu t'infingi e mel neghi? Ancor mi beffi? Anzi tu beffi me.

Dunque m'affermi ciò tu per vero? Anzi tel giuro; e certo non ne sai nulla tu?

So che promessa già fui; ma non so già che sì vicine sien le mie nozze. E tu da chi 'l sapesti? Da mio fratello Ormino. Esso l'ha inteso,

dice, da molti; e non si parla d'altro. Par che tu te ne turbi. È forse questa novella da turbarsi? Gli è un gran passo,

Corisca; e già la madre mia mi disse che quel dì si rinasce. A miglior vita si rinasce per certo; e tu per questo

viver lieta dovresti. A che sospiri? Lascia pur sospirar a quel meschino. Qual meschino? Mirtillo, che trovossi

presente a ciò che 'l mio fratel mi disse, e poco men che di dolor nol vidi morire. E certo e' si moriva, s'io non l'avessi soccorso, promettendo

di sturbar queste nozze; e, ben che questo dicessi sol per suo conforto, io pure sarei donna per farlo. E ti darebbe

l'animo di sturbarle? E di che sorte! E come ciò faresti? Agevolmente,

pur che tu ti disponga e ci consenta. Se ciò sperassi e la tua fé mi dessi di non l'appalesar, ti scovrirei un pensier che nel cor gran tempo ascondo.

Io palesarti mai? aprasi prima la terra e per miracolo m'inghiotta. Sappi, Corisca mia, che, quand'io penso ch'i' debbo ad un fanciullo esser soggetta,

che m'ha in odio e mi fugge e ch'altra cura non ha che i boschi, e ch'una fèra e un cane stima più che l'amor di mille ninfe, malcontenta ne vivo e poco meno

che disperata; ma non oso a dirlo, sì perché l'onestà non mel comporta, sì perché al padre mio n'ho di già data e, quel ch'è peggio, a la gran dea, la fede.

Che se per opra tua, ma però sempre salva la fede mia, salva la vita e la religion e l'onestate, troncar di questo a me sì grave nodo

si potesser le fila, oggi saresti tu ben la mia salute e la mia vita. Se per questo sospiri, hai gran ragione. Amarilli. Deh! quante volte il dissi:

«Una cosa sì bella a chi la sprezza? Sì ricca gioia a chi non la conosce?». Ma tu se' troppo savia, a dirti il vero, anzi pur troppo sciocca. E che non parli?

che non ti lasci intendere? Ho vergogna. Hai un gran mal, sorella. I' vorrei prima aver la febbre, il fistolo, la rabbia.

Ma, credi a me, la perderai tu ancora, sorella mia, sì ben; basta una sola volta che tu la superi e rinieghi. Vergogna, che 'n altrui stampò natura,

non si può rinegar, ché, se tu tenti di cacciarla dal cor, fugge nel volto. O Amarilli mia, chi, troppo savia, tace il suo male, alfin, da pazza, il grida.

Se questo tuo pensiero avessi prima scoperto a me, saresti fuor d'impaccio. Oggi vedrai quel che sa far Corisca. Ne le più sagge man, ne le più fide

tu non potevi capitar. Ma, quando sarai per opra mia già liberata d'un cattivo marito, non vorrai tu d'un buon amante provvederti?

A questo penseremo a bell'agio. Veramente non puoi mancare al tuo fedel Mirtillo.

E tu sai pur s'oggi è pastor di lui, né per valor, né per sincera fede, né per beltà, de l'amor tuo più degno. E tu 'l lasci morire (ah troppo cruda!),

senza che dir ti possa, almeno: «Io moro?». Ascoltalo una volta. Oh quanto meglio farebbe a darsi pace, e la radice

sveller di quel desio ch'è senza speme! Dàgli questo conforto anzi che moia. Sarà piuttosto un raddoppiargli affanno. Lascia di questo tu la cura a lui.

E di me che sarebbe, se mai questo si risapesse? Oh quanto hai poco core! E poco sia, purch'a bontà mi vaglia.

Amarilli, se lecito ti fai di mancarmi tu in questo, anch'io ben posso giustamente mancarti. Addio. Corisca,

non ti partir; ascolta. Una parola sola non udirei, se non prometti... Ti prometto d'udirlo, ma con questo,

ch'ad altro non m'astringa... Altro non chiede. ... e tu gli facci credere che nulla saputo i' n'abbia...

Mostrerò che tutto abbia portato il caso. ... e ch'indi possa partirmi a mio piacer, né mi contrasti...

Quando ti piacerà, pur che l'ascolti. ... e brevemente si spedisca. E questo ancora si farà.

... né mi s'accosti quanto è lungo il mio dardo. Oimè, che pena m'è oggi il riformar cotesta tua

semplicità! Fuor che la lingua, ogn'altro membro gli legherò, sì che sicura star ne potrai: vuoi altro? Altro non voglio.

E quando il farai tu? Quando a te piace, pur che tanto di tempo or mi conceda ch'i' torni a casa, ove di queste nozze

mi vo' meglio informar. Vanne, ma guarda di farlo accortamente. Or odi quello ch'io vo pensando: ch'oggi sul meriggio

qui, sola, fra quest'ombre e senz'alcuna de le tue ninfe tu ten venghi, dove mi troverò per questo effetto anch'io. Meco saran Nerine, Aglauro, Elisa,

e Fillide e Licori, tutte mie non meno accorte e sagge che fedeli e segrete compagne, ove, con loro facendo tu, come sovente suoli,

il giuoco “de la cieca”, agevolmente Mirtillo crederà che non per lui, ma per diporto tuo ci sii venuta. Questo mi piace assai; ma non vorrei

che quelle ninfe fossero presenti a le parole di Mirtillo, sai? T'indendo, e ben avvisi; e fie mia cura che tu di questo alcun timor non aggia,

ch'io le farò sparir quando fia tempo. Vattene pur, e ti ricorda intanto d'amar la tua fidissima Corisca. Se posto ho il cor ne le sue mani, a lei

starà di farsi amar quanto le piace. Parti ch'ella stia salda? A questa ròcca maggior forza bisogna. S'a l'assalto de le parole mie può far difesa,

a quelle di Mirtillo certamente resister non potrà. So ben anch'io quel che nel cor di tenera fanciulla possano i prieghi di gradito amante.

Se ridur ci si lascia, a tal partito la stringerò ben io con questo giuoco, che non l'avrà da giuoco. Ed io non solo da le parole sue, voglia o non voglia,

potrò spiar, ma penetrar ancora fin ne l'interne viscere il suo core. Come questo abbia in mano e già padrona sia del segreto suo, farò di lei

ciò che vorrò senza fatica alcuna, e condurrolla a quel che bramo, in guisa ch'ella stessa, non ch'altri, agevolmente creder potrà che l'abbia a ciò condotta

il suo sfrenato amor, non l'arte mia.

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