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1538–1612

SCENA V

Battista Guarini

Come il gelo a le piante, ai fior l'arsura, la grandine a le spiche, ai semi il verme, le reti ai cervi ed agli augelli il visco, così nemico a l'uom fu sempre Amore.

E chi “foco” chiamollo, intese molto la sua natura perfida e malvagia, ché, se 'l foco si mira, oh come è vago! ma, se si tocca, oh come è crudo! Il mondo

non ha di lui più spaventevol mostro. Come fèra divora e come ferro pugne e trapassa, e come vento vola; e dove il piede imperioso ferma,

cede ogni forza, ogni poter dà loco. Non altramenti Amor: ché, se tu 'l miri in duo begli occhi, in una treccia bionda, oh come alletta e piace; oh come pare

che gioia spiri e pace altrui prometta! Ma, se troppo t'accosti e troppo il tenti, sì che serper cominci e forza acquisti, non ha tigre l'Ircania e non ha Libia

leon sì fèro e sì pestifero angue, che la sua ferità vinca o pareggi. Crudo più che l'inferno e che la morte, nemico di pietà, ministro d'ira,

è finalmente Amor privo d'amore. Ma che parlo di lui? perché l'incolpo? È forse egli cagion di ciò che 'l mondo, amando no, ma vaneggiando, pecca?

O femminil perfidia, a te si rechi la cagion pur d'ogni amorosa infamia; da te sola deriva, e non da lui, quanto ha di crudo e di malvagio Amore,

ché 'n sua natura placido e benigno, teco ogni sua bontà subito perde. Tutte le vie di penetrar nel seno e di passar al cor tosto gli chiudi,

sol di fuor il lusinghi, e fai suo nido e tua cura e tua pompa e tuo diletto la scorza sol d'un miniato volto. Né già son l'opre tue gradir con fede

la fede di chi t'ama, e con chi t'ama contender ne l'amare, ed in duo petti stringer un core e 'n duo voleri un'alma; ma tinger d'oro un'insensata chioma,

e d'una parte in mille nodi attorta, infrascarne la fronte; indi con l'altra, tessuta in rete e 'n quelle frasche involta, prender il cor di mille incauti amanti.

Oh come è indegna e stomachevol cosa il vederti talor con un pennello pinger le guance ed occultar le mende di natura e del tempo; e veder come

il livido pallor fai parer d'ostro, le rughe appiani e 'l bruno imbianchi e togli col difetto il difetto, anzi l'accresci! Spesso un filo incrocicchi, e l'un de' capi

co' denti afferri, e con la man sinistra l'altro sostieni, e del corrente nodo con la destra fai giro, e l'apri e stringi quasi radente forfice, e l'adatti

su l'inegual lanuginosa fronte; indi radi ogni piuma e svelli insieme il malcrescente e temerario pelo con tal dolor, ch'è penitenza il fallo.

Ma questo è nulla, ancor che tanto: a l'opre sono i costumi somiglianti e i vezzi. Qual cosa hai tu, che non sia tutta finta? S'apri la bocca, menti; e se sospiri,

son mentiti i sospir; se movi gli occhi, è simulato il guardo. Insomma ogn'atto, ogni sembiante, e ciò che in te si vede e ciò che non si vede, o parli o pensi

o vadi o miri o pianga o rida o canti, tutto è menzogna. E questo ancora è poco. Ingannar più chi più si fida, e meno amar chi più n'è degno; odiar la fede

più della morte assai: queste son l'arti che fan sì crudo e sì perverso Amore. Dunque d'ogni suo fallo è tua la colpa, anzi pur ella è sol di chi ti crede.

Dunque la colpa è mia, che ti credei, malvagia e perfidissima Corisca, qui per mio danno sol, cred'io, venuta da le contrade scelerate d'Argo,

ove lussuria fa l'ultima prova. Ma sì ben figni e sì sagace e scorta se' nel celar altrui l'opre e i pensieri, che tra le più pudiche oggi ten vai,

del nome indegno d'onestate altèra. Oh quanti affanni ho sostenuti, oh quante, per questa cruda, indignità sofferte! Ben me ne pento, anzi vergogno. Impara

da le mie pene, o malaccorto amante: non far idolo un volto, ed a me credi: donna adorata un nume è de l'inferno. Di sé tutto presume e del suo volto

sovra te che l'inchini; e, quasi dea, come cosa mortal ti sdegna e schiva, ché d'esser tal per suo valor si vanta qual tu per tua viltà la figni ed orni.

Che tanta servitù? che tanti preghi, tanti pianti e sospiri? Usin quest'armi le femmine e i fanciulli: i nostri petti sien anche ne l'amar virili e forti.

Un tempo anch'io credei che, sospirando e piangendo e pregando, in cor di donna si potesse destar fiamma d'amore. Or me n'avveggio: errai; ché, s'ella il core

ha di duro macigno, indarno tenti che per lagrima molle o lieve fiato di sospir che 'l lusinghi, arda o sfaville, se rigido focil nol batte o sferza.

Lascia, lascia le lagrime e i sospiri, s'acquisto far de la tua donna vuoi; e s'ardi pur d'inestinguibil foco, nel centro del tuo cor quanto più sai

chiudi l'affetto; e poi, secondo il tempo, fa' quel ch'Amore e la natura insegna. Però che la modestia è nel sembiante sol virtù de la donna, e però seco

il trattar con modestia è gran difetto; ed ella, che sì ben con altrui l'usa, seco usata, l'ha in odio, e vuol che 'n lei la miri sì, ma non l'adopri il vago.

Con questa legge naturale e dritta, se farai per mio senno, amerai sempre. Me non vedrà né proverà Corisca mai più tenero amante, anzi più tosto

fiero nemico, e sentirà con armi non di femmina più, ma d'uom virile, assalirsi e trafiggersi. Due volte l'ho presa già questa malvagia, e sempre

m'è, non so come, da le mani uscita; ma, s'ella giunge anco la terza al varco, ho ben pensato d'afferrarla in guisa che non potrà fuggirmi. A punto suole

tra queste selve capitar sovente, ed io vo pur, come sagace veltro, fiutandola per tutto. Oh qual vendetta ne vo' far, se la prendo, e quale strazio!

Ben le farò veder che talor anco chi fu cieco, apre gli occhi, e che gran tempo de le perfidie sue non si dà vanto femmina ingannatrice e senza fede.

Oh nel seno di Giove alta e possente legge scritta, anzi nata, la cui soave ed amorosa forza verso quel ben che, non inteso, sente

ogni cosa creata, gli animi inchina e la natura sforza! Né pur la frale scorza, che 'l senso a pena vede, e nasce e more

al variar de l'ore; ma i semi occulti e la cagion interna, ch'è d'eterno valor, move e governa. E, se gravido è il mondo e tante belle

sue meraviglie forma; e se per entro a quanto scalda il sole, a l'ampia luna, a le titanie stelle, vive spirto che 'nforma

col suo maschio valor l'immensa mole; s'indi l'umana prole sorge, e le piante e gli animali han vita; se la terra è fiorita

o se canuta ha la rugosa fronte, vien dal tuo vivo e sempiterno fonte. Né questo pur, ma ciò che vaga spera versa sopra i mortali,

onde qua giù di ria ventura o lieta stella s'addita, or mansueta or fèra, ond'han le vite frali del nascer l'ora e del morir la meta;

ciò che fa vaga o queta ne' suoi torbidi affetti umana voglia, e par che doni e toglia Fortuna, e 'l mondo vuol ch'a lei s'ascriva:

dall'alto tuo valor tutto deriva. O detto inevitabile e verace, se pur è tuo concetto che dopo tanti affanni un dì riposi

l'arcada terra ed abbia vita e pace; se quel che n'hai predetto per bocca degli oracoli famosi, de' duo fatali sposi,

pur da te viene, e 'n quello eterno abisso l'hai stabilito e fisso; e se la voce lor non è bugiarda, deh! chi l'effetto al voler tuo ritarda?

Ecco, d'amore e di pietà nemico, garzon aspro e crudele, che vien dal cielo e pur col ciel contende; ecco poi chi combatte un cor pudico,

amante invan fedele, che 'l tuo voler con le sue fiamme offende, e quanto meno attende pietà del pianto e del servir mercede,

tant'ha più foco e fede; ed è pur quella a lui fatal bellezza, ch'è destinata a chi la fugge e sprezza. Così dunque in se stessa è pur divisa

quell'eterna possanza? e così l'un destìn con l'altro giostra? o, non ben forse ancor doma e conquisa, folle umana speranza

vdi porre assedio a la superna chiostra, rubella al ciel si mostra, ed arma, quasi nuovi empi giganti, amanti e non amanti?

Qui si può tanto? e di stellato regno trionferan duo ciechi, Amore e Sdegno? Ma tu che stai sovra le stelle e 'l Fato, e con saver divino

indi ne reggi, alto Motor del cielo, mira, ti prego il nostro dubbio stato; accorda col destino Amor e Sdegno, e con paterno zelo

tempra la fiamma e 'l gelo: chi dé' goder, non fugga e non disami; chi dé' fuggir, non ami. Deh! fa' che l'empia e cieca voglia altrui

la promessa pietà non tolga a nui. Ma chi sa? forse quella, che pare inevitabile sciagura, sarà lieta ventura.

Oh quanto poco umana mente sale, ché non s'affisa al sol vista mortale!

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