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1538–1612

SCENA V

Battista Guarini

Non t'asconder già più, sorella mia. (Meschina me, son discoperta!) Il tutto ho troppo ben inteso. Or non m'apposi?

non ti diss'io ch'amavi? Or ne son certa. E da me tu ti guardi? a me l'ascondi? a me che t'amo sì? Non t'arrossire, non t'arrossir, ché questo è mal comune.

Io son vinta, Corisca, e tel confesso. Or che negar nol puoi, tu mel confessi. E ben m'avveggio, ahi, lassa! che troppo angusto vaso è debil core

a traboccante amore. O cruda al tuo Mirtillo, e più cruda a te stessa! Non è fierezza quella

che nasce da pietate. Aconito e cicuta nascer da salutifera radice non si vide già mai.

Che differenza fai da crudeltà ch'offende, a pietà che non giova? Oimè, Corisca!

Il sospirar, sorella, è debolezza e vanità di core, e proprio è de le femmine da poche. Non sarei più crudele,

se 'n lui nudrissi amor senza speranza? Il fuggirlo è pur segno ch'i' ho compassione del suo male e del mio.

Perché senza speranza? Non sai tu che promessa a Silvio sono? Non sai tu che la legge condanna a morte ogni donzella ch'aggia

violata la fede? O semplicetta! ed altro non t'arresta? Qual è tra noi più antica, la legge di Diana o pur d'Amore?

Questa ne' nostri petti nasce, Amarilli, e con l'età s'avanza; né s'apprende o s'insegna, ma negli umani cuori,

senza maestro, la natura stessa di propria man l'imprime; e dov'ella comanda, ubbidisce anco il ciel, non che la terra.

E pur, se questa legge mi togliesse la vita, quella d'Amor non mi darebbe aita. Tu se' troppo guardinga. Se cotali

fusser tutte le donne e cotali rispetti avesser tutte, buon tempo, addio! Soggette a questa pena stimo le poche pratiche, Amarilli;

per quelle, che son sagge, non è fatta la legge. Se tutte le colpevoli uccidesse, credimi, senza donne

resterebbe il paese; e, se le sciocche v'inciampano, è ben dritto che 'l rubar sia vietato a chi leggiadramente

non sa celare il furto, ch'altro alfin l'onestate non è che un'arte di parere onesta. Creda ognun a suo modo: io così credo.

Queste son vanità, Corisca mia. Gran senno è lasciar tosto quel che non può tenersi. E chi tel vieta, sciocca?

Troppo breve è la vita da trapassarla con un solo amore; troppo gli uomini avari, o sia difetto o pur fierezza loro,

ci son de le lor grazie. E sai? tanto siam care, tanto gradite altrui, quanto siam fresche. Levaci la beltà, la giovinezza;

come alberghi di pecchie restiamo, senza favi e senza mèle, negletti aridi tronchi. Lascia gracchiar agli uomini, Amarilli,

però ch'essi non sanno né sentono i disagi de le donne, e troppo differente da la condizion de l'uomo è quella

de la misera donna. Quanto più invecchia, l'uomo diventa più perfetto, e, se perde bellezza, acquista senno.

Ma in noi con la beltate e con la gioventù, da cui sì spesso il viril senno e la possanza è vinta, manca ogni nostro ben; né si può dire

né pensar la più sozza cosa né la più vil di donna vecchia. Or, prima che tu giunga a questa nostra universal miseria,

conosci i pregi tuoi. Se t'è la vita destra, non l'usar a sinistra. Che varrebbe al leone

la sua ferocità, se non l'usasse? Che gioverebbe a l'uomo, l'ingegno suo, se non l'usasse a tempo? Così noi la bellezza,

ch'è virtù nostra, così propria come la forza del leone e l'ingegno de l'uomo, usiam mentre l'abbiamo.

Godiam, sorella mia, godiam, ché 'l tempo vola e posson gli anni ben ristorar i danni de la passata lor fredda vecchiezza;

ma, s'in noi giovinezza una volta si perde, mai più non si rinverde. Ed a canuto e livido sembiante

può ben tornar amor, ma non amante. Tu, come credo, in questa guisa parli per tentarmi, Corisca, più tosto che per dir quel che ne senti.

E però sii pur certa che, se tu non mi mostri agevol modo, e sopra tutto onesto, di fuggir queste nozze,

ho fatto irrevocabile pensiero di più tosto morir che macchiar mai l'onestà mia, Corisca. (Non ho veduto mai la più ostinata

femmina di costei.) Poi che questo conchiudi, eccomi pronta. Dimmi un poco, Amarilli: credi tu forse che 'l tuo Silvio sia

tanto di fede amico quanto tu d'onestate? Tu mi farai ben ridere: di fede amico Silvio? e come,

s'è nemico d'amore? Silvio d'amor nemico? O semplicetta! tu nol conosci. E' sa far e tacere, ti so dir io. Quest'anime sì schife, eh?

non ti fidar di loro. Non è furto d'amor tanto sicuro né di tanta finezza, quanto quel che s'asconde

sotto il vel d'onestate. Ama dunque il tuo Silvio, ma non già te, sorella. E quale è questa dea,

ché certo esser non può donna mortale, che l'ha d'amore acceso? Né dea né anco ninfa. Oh che mi narri!

Conosci tu la mia Lisetta? Quale Lisetta tua? la pecoraia? Quella.

Di' tu vero, Corisca? Questa è dessa, questa è l'anima sua. Or vedi se lo schifo

s'è d'un leggiadro amor ben provveduto! E sai come ne spasima e ne muore? Ogni giorno s'infinge d'ire a la caccia...

Ogni mattina a punto sento su l'alba il maladetto corno. ... e sul fitto meriggio, mentre che gli altri sono

più fervidi ne l'opra, ed egli allotta da' compagni s'invola e vien soletto per via non trita al mio giardino, ov'ella tra le fessure d'una siepe ombrosa,

che 'l giardin chiude, i suoi sospiri ardenti, i suoi prieghi amorosi ascolta, e poi, a me gli narra e ride. Or odi quello che pensato ho di fare, anzi ho già fatto,

per tuo servigio. Io credo ben che sappi che la medesma legge, che comanda a la donna il servar fede al suo sposo, ha comandato ancor che, ritrovando

ella il suo sposo in atto di perfidia, possa, mal grado de' parenti suoi, negar d'essergli sposa, e d'altro amante onestamente provvedersi.

Questo so molto bene, ed anco alcuno esempio veduto n'ho: Leucippe a Ligurino, Egle a Licota, ed a Turingo Armilla,

trovati senza fé, la data fede ricoveraron tutte. Or tu m'ascolta. Lisetta mia, così da me avvertita,

ha col fanciullo amante e poco cauto d'esser in quello speco oggi con lei ordine dato, ond'egli è 'l più contento garzon che viva, e sol n'attende l'ora.

Quivi vo' che tu 'l colga. I' sarò teco per testimon del tutto, ché senz'esso vana sarebbe l'opra, e così sciolta sarai senza periglio, e con tuo onore

e con onor del padre tuo, da questo sì noioso legame. Oh quanto bene hai pensato, Corisca! Or che ci resta?

Quel ch'ora intenderai. Tu bene osserva le mie parole. A mezzo de lo speco, ch'è di forma assai lunga e poco larga, su la man dritta, è nel cavato sasso

una, non so ben dir se fatta sia o per natura o per industria umana, picciola cavernetta, d'ogni intorno tutta vestita d'edera tenace,

a cui dà lume un picciolo pertugio che d'alto s'apre, assai grato ricetto ed a' furti d'amor comodo molto. Or tu, gli amanti prevenendo, quivi

fa' che t'ascondi e 'l venir loro attendi. Invierò la mia Lisetta intanto; poi, le vestigia di lontan seguendo di Silvio, come pria sceso ne l'antro

vedrollo, entrando anch'io subitamente, il prenderò perché non fugga, e 'nsieme farò (ché così seco ho divisato) con Lisetta grandissimi rumori,

a' quali tosto accorrerai tu ancora e, secondo il costume, esequirai contra Silvio la legge; e poi n'andremo ambedue con Lisetta al sacerdote,

e così il marital nodo sciorrai. Dinanzi al padre suo? Che 'mporta questo? Pensi tu che Montano il suo privato

comodo debbia al publico antiporre? ed al sacro il profano? Or dunque, gli occhi chiudendo, fedelissima mia scorta,

a te regger mi lascio. Ma non tardar; entra, ben mio. Vo' prima girmene al tempio a venerar gli dèi,

ché fortunato fin non può sortire, se non la scorge il ciel, mortale impresa. Ogni loco, Amarilli, è degno tempio di ben devoto core.

Perderai troppo tempo. Non si può perder tempo nel far preghi a coloro che comandano al tempo.

Vanne dunque, e vien' tosto. Or, s'io non erro, a buon camin son vòlta. Mi turba sol questa tardanza. Pure potrebbe anco giovarmi. Or mi bisogna

tesser novello inganno. A Coridone amante mio creder farò che seco trovar mi voglia; e nel medesim'antro dopo Amarilli il manderò, là dove

farò venir per più segreta strada di Diana i ministri a prender lei, la qual, come colpevole, a morire sarà senz'alcun dubbio condennata.

Spenta la mia rivale, alcun contrasto non avrò più per ispugnar Mirtillo, che per lei m'è crudele. Eccol a punto. Oh come a tempo! I' vo' tentarlo alquanto,

mentre Amarilli mi dà tempo. Amore, vien' ne la lingua mia tutto e nel volto.

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