Skip to content
1538–1612

SCENA V

Battista Guarini

Ben duro cor avrebbe, o non avrebbe più tosto cor né sentimento umano, chi non avesse del tuo mal pietate, misera ninfa, e non sentisse affanno

de la sciagura tua, tanto maggiore quanto men la pensò chi più la intende; che 'l veder sol cattiva una donzella, venerabile in vista e di sembiante

celeste e degna a cui consagri il mondo, per divina beltà, vittime e tempi, condur vittima al tempio, è cosa certo da non veder se non con occhi molli.

Ma chi sa poi di te, come se' nata ed a che fin se' nata, e che se' figlia di Titiro e che nuora di Montano esser dovevi, e ch'ambidue pur sono

questi d'Arcadia i più pregiati e chiari non so se debbia dir pastori o padri; e che tale e che tanta e sì famosa e sì vaga donzella e sì lontana

dal natural confin de la tua vita, così t'appressi al rischio de la morte; chi sa questo e non piange e non sen duole, uomo non è, ma fèra in volto umano.

Se la miseria mia fosse mia colpa, Nicandro, e fosse, come credi, effetto di malvagio pensiero, siccome in vista par, d'opra malvagia;

men grave assai mi fôra che di grave fallire fosse pena il morire, ché ben giusto sarebbe

che dovesse il mio sangue lavar l'anima immonda, placar l'ira del cielo, e dar suo dritto a la giustizia umana.

Così pur i' potrei quetar l'anima afflitta, e, con un giusto sentimento interno di meritata morte

mortificando i sensi, avvezzarmi al morire, e con tranquillo varco passar fors'anco a più tranquilla vita.

Ma troppo, oimè! Nicandro, troppo mi pesa in sì giovane etate, in sì alta fortuna, il dover così subito morire,

e morir innocente. Piacesse al ciel che gli uomini più tosto avesser contra te, ninfa, peccato, che tu peccato incontra 'l cielo avessi,

ch'assai più agevolmente oggi potremmo ristorar te del violato nome, che lui placar del violato nume. Ma non so già veder chi t'abbia offesa,

se non te stessa tu, misera ninfa. Dimmi: non se' tu stata in loco chiuso trovata con l'adultero? e con lui sola con solo? e non se' tu promessa

al figlio di Montano? e tu per questo non hai la fede marital tradita? Come dunque innocente? E pur, in tanto

e sì grave fallir, contra la legge non ho peccato, ed innocente sono. Contra la legge di natura forse non hai, ninfa, peccato: «Ama, se piace»

ma ben hai tu peccato incontra quella degli uomini e del cielo: «Ama, se lice». Han peccato per me gli uomini e 'l cielo, se pur è ver che di là su derivi

ogni nostra ventura; ch'altri che 'l mio destino, non può voler che sia il peccato d'altrui, la pena mia.

Ninfa, che parli? frena, frena la lingua, da soverchio sdegno trasportata là dove mente devota a gran fatica sale.

Non incolpar le stelle, ché noi soli a noi stessi fabbri siam pur de le miserie nostre. Già nel ciel non accuso

altro che 'l mio destino empio e crudele; ma, più del mio destino, chi m'ha ingannata accuso. Dunque te sol, che t'ingannasti, accusa.

M'ingannai sì, ma ne l'inganno altrui. Non si fa inganno a cui l'inganno è caro. Dunque m'hai tu per impudica tanto? Ciò non so dirti: a l'opra pure il chiedi.

Spesso del cor segno fallace è l'opra. Pur l'opra solo, e non il cor, si vede. Con gli occhi de la mente il cor si vede. Ma ciechi son, se non gli scorge il senso.

Se ragion nol governa, ingiusto è il senso. E ingiusta è la ragion, se dubbio è il fatto. Comunque sia, so ben che 'l core ho giusto. E chi ti trasse, altri che tu, ne l'antro?

La mia semplicitade e 'l creder troppo. Dunque a l'amante l'onestà credesti? A l'amica infedel, non a l'amante. A qual amica? a l'amorosa voglia?

A la suora d'Ormin, che m'ha tradita. Oh dolce con l'amante esser tradita! Mirtillo entrò, che nol sepp'io, ne l'antro. Come dunque v'entrasti? ed a qual fine?

Basta che per Mirtillo io non v'entrai. Convinta sei, s'altra cagion non rechi. Chiedasi a lui de l'innocenza mia. A lui che fu cagion de la tua colpa?

Ella, che mi tradì, fede ne faccia. E qual fede può far chi non ha fede? Io giurerò nel nome di Diana. Spergiurato pur troppo hai tu con l'opre.

Ninfa, non ti lusingo e parlo chiaro, perché poscia confusa al maggior uopo non abbi a restar tu. Questi son sogni. Onda di fiume torbido non lava,

né torto cor parla ben dritto; e, dove il fatto accusa, ogni difesa offende. Tu la tua castità guardar dovevi più de la luce assai degli occhi tuoi.

Che pur vaneggi? a che te stessa inganni? Così dunque morire, oimè! Nicandro, così morir debb'io? Né sarà chi m'ascolti o mi difenda?

Così da tutti abbandonata e priva d'ogni speranza? accompagnata solo da un'estrema, infelice e funesta pietà che non m'aita?

Ninfa, queta il tuo core; e se 'n peccar sì poco saggia fusti, mostra almen senno in sostener l'affanno de la fatal tua pena.

Drizza gli occhi nel cielo, se derivi dal cielo. Tutto quel, che c'incontra o di bene o di male,

sol di là su deriva, come fiume nasce da fonte o da radice pianta; e quanto qui par male, dove ogni ben con molto male è misto,

è ben là su, dov'ogni ben s'annida. Sallo il gran Giove, a cui pensiero umano non è nascosto; sallo il venerabil nume

di quella dea di cui ministro i' sono, quanto di te m'incresca; e, se t'ho col mio dir così trafitta, ho fatto come suol medica mano

pietosamente acerba, che va con ferro o stilo la latebre tentando di profonda ferita,

ov'ella è più sospetta e più mortale. Quètati dunque omai, né voler contrastar più lungamente a quel ch'è già di te scritto nel cielo.

Oh sentenza crudele, ovunque ella sia scritta, o 'n cielo o 'n terra! Ma in ciel già non è scritta ché là su nota è l'innocenza mia.

Ma che mi val, se pur convien ch'i' mora? Ahi, questo è pure il duro passo! ahi, questo è pur l'amaro calice, Nicandro! Deh! per quella pietà che tu mi mostri,

non mi condur, ti prego, sì tosto al tempio. Aspetta ancora, aspetta. O ninfa, ninfa! a chi 'l morir è grave, ogni momento è morte.

Che tardi tu il tuo male? Altro mal non ha morte che 'l pensar a morire. E chi morir pur deve,

quanto più tosto more, tanto più tosto al suo morir s'invola. Mi verrà forse alcun soccorso intanto. Padre mio, caro padre,

e tu ancor m'abbandoni? Padre d'unica figlia, così morir mi lasci e non m'aiti? Almen non mi negar gli ultimi baci.

Ferirà pur duo petti un ferro solo; verserà pur la piaga di tua figlia il tuo sangue. Padre, un tempo sì dolce e caro nome

ch'invocar non soleva indarno mai, così le nozze fai de la tua cara figlia? Sposa il mattino e vittima la sera?

Deh! non penar più, ninfa. A che tormenti indarno e te stessa ed altrui? È tempo omai che ti conduca al tempio,

né 'l mio debito vuol che più s'indugi. Dunque addio, care selve; care mie selve, addio! Ricevete questi ultimi sospiri,

fin che, sciolta da ferro ingiusto e crudo, torni la mia fredd'ombra a le vostr'ombre amate, ché nel penoso inferno

non può gir innocente, né può star tra' beati disperata e dolente. O Mirtillo, Mirtillo!

ben fu misero il dì che pria ti vidi e 'l dì che pria ti piacqui, poi che la vita mia, più cara a te che la tua vita assai,

così pur non dovea per altro esser tua vita, che per esser cagion de la mia morte. Così (chi 'l crederia?)

per te dannata more colei che ti fu cruda per viver innocente. Oh, per me troppo ardente

e per te poco ardito! Era pur meglio o peccar o fuggire. In ogni modo, i' moro, e senza colpa e senza frutto e senza te, cor mio.

Mi moro, oimè! Mirti... Certo ella more. Oh meschina! accorrete, sostenetela meco. Oh, fiero caso!

Nel nome di Mirtillo ha finito il suo corso; e l'amor e 'l dolor ne la sua morte ha prevenuto il ferro.

Oh misera donzella! Pur vive ancora, e sento al palpitante cor segni di vita. Portiamla al fonte qui vicino. Forse

rivocheremo in lei con l'onda fresca gli smarriti spirti. Ma chi sa che non sia opra di crudeltà l'esser pietoso

a chi muor di dolore per non morir di ferro? Comunque sia, pur si soccorra e quello facciasi che conviene

a la pietà presente, ché del futuro sol presago è 'l cielo.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
SCENA V · Battista Guarini · Poetry Cove