Ma tu, vecchio importuno, ringrazia pur il ciel che padre sei; se ciò non fosse, i' ti farei (per questa sacra testa tel giuro) oggi sentire
quel che può l'ira in me, poi che sì male usi la sofferenza. Sai tu forse chi sono? Sai tu che qui con una sola verga
reggo l'umane e le divine cose? Per domandar mercede signoria non s'offende. Troppo t'ho io sofferto, e tu per questo
se' venuto insolente. Né sai tu che, se l'ira in giusto petto lungamente si coce, quanto più tarda fu, tanto più nòce?
Tempestoso furor non fu mai l'ira in magnanimo petto, ma un fiato sol di generoso affetto, che, spirando ne l'alma,
quand'ella è più con la ragione unita, la desta e rende a le bell'opre ardita. Dunque, se grazia non impetro, almeno fa' che giustizia i' trovi, e ciò negarmi
per debito non puoi, ché chi dà legge altrui, non è da legge in ogni parte sciolto, e quanto se' maggiore
nel comandar, tanto più d'ubbidire se' tenut'anco a chi giustizia chiede. Ed ecco i' te la cheggio: s'a me far non la vuoi, fàlla a te stesso,
ché, Mirtillo uccidendo, ingiusto sei. E come ingiusto son? Fa' che t'intenda. Non mi dicesti tu che qui non lice sacrificar d'uomo straniero il sangue?
Dissilo, e dissi quel che 'l ciel comanda. Pur quello è forestier che sacrar vuoi. E come forestier? Non è tuo figlio? Bastiti questo, e non cercar più innanzi.
Forse perché tra noi nol generasti? Spesso men sa chi troppo intender vuole. Ma qui s'attende il sangue e non il loco. Perché nol generai, straniero il chiamo.
Dunque è tuo figlio, e tu nol generasti? E, se nol generai, non è mio figlio. Non mi dicesti tu ch'è di te nato? Dissi ch'è figlio mio, non di me nato.
Il soverchio dolor t'ha fatto insano. Non sentirei dolor, se fussi insano. Non puoi fuggir d'esser malvagio o stolto. Come può star malvagità col vero?
Come può star in un figlio e non figlio? Può star figlio d'amor, non di natura. Dunque, s'è figlio tuo, non è straniero; e se non è, non hai ragione in lui.
Così convinto se', padre o non padre. Sempre di verità non è convinto chi di parole è vinto. Sempre convinta è di colui la fede,
che nel suo favellar si contraddice. Ti torno a dir che tu fai opra ingiusta. Sopra questo mio capo e sopra il capo di mio figlio cada
tutta questa ingiustizia. Tu te ne pentirai. Ti pentirai ben tu, se non mi lasci fornir l'ufficio mio.
In testimon ne chiamo uomini e dèi. Chiami tu forse i dèi, ch'hai disprezzati? E, poi che tu non m'odi, odami cielo e terra,
odami la gran dea che qui s'adora, che Mirtillo è straniero e che non è mio figlio, e che profani il sacrificio santo.
(Il ciel m'aiti con quest'uomo importuno). Chi è dunque suo padre, se non è figlio tuo?
Non tel so dire; so ben che non son io. Vedi come vacilli? È egli del tuo sangue?
Né questo ancora. E perché figlio il chiami? Perché l'ho come figlio, dal primo dì ch'i' l'ebbi,
per fin a questa età, sempre nudrito ne le mie case e come figlio amato. Il comprasti? il rapisti? onde l'avesti? In Elide l'ebb'io, cortese dono
d'uomo straniero. E quell'uomo straniero donde l'ebb'egli? A lui l'avea dat'io.
Sdegno tu movi in un sol punto e riso. Dunque avesti tu in dono quel che donato avevi? Quel ch'era suo, gli diedi,
ed egli a me ne fe' cortese dono. E tu, poi ch'oggi a vaneggiar mi tiri, onde avuto l'avevi? In un cespuglio d'odorato mirto
poco prima i' l'aveva ne la foce d'Alfeo trovato a caso: per questo solo il nominai Mirtillo. Oh, come ben favole fingi ed orni!
Han fère i vostri boschi? E di che sorte! Come nol divorâro? Un rapido torrente
l'avea portato in quel cespuglio e quivi lasciatolo, nel seno di picciola isoletta, che d'ogn'intorno il difendea con l'onda.
Tu certo ordisci ben menzogne e fole! Ed era stata sì pietosa l'onda, che non l'avea sommerso? Son sì discreti in tuo paese i fiumi,
che nudriscon gl'infanti? Posava entr'una culla; e questa, quasi discreta navicella, d'altra soda materia,
che soglion ragunar sempre i torrenti, accompagnata e cinta, l'avea portato in quel cespuglio a caso. Posava entr'una culla?
Entr'una culla. Bambino in fasce? E ben vezzoso ancora. E quando ha che fu questo?
Fa' tuo conto che son passati già diciannove anni dal gran diluvio; e' son tant'anni a punto. (Oh qual mi sento orror vagar per l'ossa!)
(Egli non sa che dire. Oh superbo costume de le grand'alme! Oh pertinace ingegno, che, vinto, anco non cede,
e pensa d'avanzar così di senno come di forze avanza! Questi certo è convinto, e se ne duole, s'io bene al malinteso
suo mormorar l'intendo! e 'n qualche modo, ch'avesse pur di verità sembianza, coprir vorrebbe il fallo de l'ostinata mente.)
Ma che ragione in quel bambino avea quell'uom di cui tu parli? era suo figlio? Questo non ti so dir. Né mai di lui
notizia avesti tu maggior di questa? Tanto a punto ne so. Vedi novelle! Conoscerestil tu? Sol ch'io 'l vedessi:
rozzo pastor a l'abito ed al viso, di mezzana statura e di pel nero, d'ispida barba e di setose ciglia. Venite a me, pastori e servi miei!
Eccoci pronti. Or mira: a qual di questi più si rassomiglia, l'uom di cui parli?
A quel che teco parla. Nol sol si rassomiglia, ma quegli a punto è desso; e' mi par quello stesso
ch'era vent'anni già, ch'un pelo solo non ha canuto, ed io son tutto bianco. Tornatevi in disparte! E tu qui meco resta, Dameta, e dimmi:
conosci tu costui? Mi par di sì, ma dove già non so dirti o come. Or io di tutto
ben ricordar farollo. A me tu prima lascia favellar seco, e non t'incresca d'allontanarti alquanto.
E volentieri fo quanto mi comandi. Or mi rispondi, Dameta, e guarda ben di non mentire.
(Che sarà questo, oh dèi?) Tornando tu da ricercar, già sono vent'anni, il mio bambin, che con la culla rapì il fiero torrente,
non mi dicesti tu che le contrade tutte, che bagna Alfeo, cercate avevi senz'alcun frutto? E perché ciò mi chiedi?
Rispondi a questo pur: non mi dicesti che ritrovato non l'avevi? Il dissi. Or che bambino è quello,
ch'allor donasti in Elide a colui che qui t'ha conosciuto? Or son vent'anni, e vuoi ch'un vecchio si ricordi tanto?
Ed egli è vecchio, e pur se ne ricorda. Più tosto egli vaneggia. Or il vedremo. Dove se', peregrino?
Eccomi. (oh fossi tanto sotterra!) Dimmi:
non è questo il pastor che ti fe' il dono? Questo per certo. E di qual dono parli? Non ti ricordi tu, quando nel tempio
de l'olimpico Giove, avendo quivi da l'oracolo avuta già la risposta e stando tu per partire, i' mi ti feci incontro,
chiedendoti di quello che ricercavi i segni, e tu li desti; indi poi ti condussi a le mie case, e quivi il tuo bambino
trovasti in culla e me ne festi il dono? Che vuoi tu dir per questo? Or quel bambino, ch'allor tu mi donasti e ch'io poi sempre
ho come figlio appresso me nudrito, è 'l misero garzon ch'a questi altari vittima è destinato. (Oh forza del destino!)
Ancor t'infingi? È vero tutto ciò ch'egli t'ha detto? Così morto fuss'io, com'è ben vero! Ciò t'avverrà, s'anco nel resto menti.
E qual cagion ti mosse a donar quello altrui, che tuo non era? Deh! non cercar più innanzi, padron! deh! non, per Dio! Bastiti questo.
Più sete or me ne viene. Ancor mi tieni a bada? ancor non parli? Morto, se' tu s'un'altra volta il chiedo. Perché m'avea l'oracolo predetto
che 'l trovato bambin correa periglio, se mai tornava a le paterne case, d'esser dal padre ucciso. E questo è vero,
ché mi trovai presente. Oimè, ché tutto già troppo è manifesto! Il caso è chiaro: col sogno e col destìn s'accorda il fatto.
Or che ti resta più? vuoi tu chiarezza di questa anco maggior? Troppo son chiaro: troppo dicesti tu, troppo intes'io.
Cercato avess'io men, tu men saputo! O Carino, Carino! Come teco dolor cangio e fortuna! Come gli affetti tuoi son fatti miei!
Questo è mio figlio. O figlio troppo infelice d'infelice padre! figlio, da l'onde assai più fieramente salvato che rapito,
poi che cader per le paterne mani dovevi ai sacri altari e bagnar del tuo sangue il patrio suolo! Padre tu di Mirtillo? Oh maraviglia!
In che modo il perdesti? Rapito fu da quel diluvio orrendo, che testé mi dicevi. Oh caro pegno! Tu fusti salvo allor che ti perdei;
ed or solo ti perdo, perché trovato sei. O Provvidenza eterna, con qual alto consiglio
tanti accidenti hai fin a qui sospesi, per farli poi cader tutti in un punto! Gran cosa hai tu concetta, gravida se' di mostruoso parto:
o gran bene o gran male partorirai tu certo. Questo fu quel che mi predisse il sogno, ingannevole sogno,
nel mal troppo verace, nel ben troppo bugiardo. Questa fu quella insolita pietate, quell'improvviso orrore
che nel mover del ferro sentii scorrer per l'ossa, ch'abborriva natura un così fiero, per man del padre, abbominevol colpo.
Ma che? Darai tu dunque a sì nefando sacrificio effetto? Non può per altra man vittima umana cader a questi altari.
Il padre al figlio darà dunque la morte? Così comanda a noi la nostra legge. E qual sarà di perdonarla altrui
carità sì possente, se non volle perdonar a se stesso il fido Aminta? O malvagio destino, dove m'hai tu condotto?
A veder di duo padri la soverchia pietà fatta omicida: la tua verso Mirtillo, la mia verso gli dèi.
Tu credesti salvarlo col negar d'esser padre, e l'hai perduto; io, cercando e credendo d'uccider il tuo figlio,
il mio trovo, e l'uccido. Ecco l'orribil mostro, che partorisce il fato. Oh caso atroce! O Mirtillo, mia vita! è questo quello
che m'ha di te l'oracolo predetto? Così ne la mia terra mi fai felice? o figlio, figlio, di questo sventurato vecchio
già sostegno e speranza, or pianto e morte! Lascia a me queste lagrime, Carino, che piango il sangue mio. Ah, perché sangue mio,
se l'ho da sparger io? Misero figlio! perché ti generai? perché nascesti? A te dunque la vita salvò l'onda pietosa,
perché te la togliesse il crudo padre? Santi numi immortali, senz'il cui alto intendimento eterno né pur in mar un'onda
si move o in aria spirto o in terra fronda, qual sì grave peccato ho contra voi commesso, ond'io sia degno di venir col mio seme in ira al cielo?
Ma, s'ho pur peccat'io, in che peccò il mio figlio? Ché non perdoni a lui, e con un soffio del tuo sdegno ardente
me, folgorando, non ancidi, o Giove? Ma, se cessa il tuo strale, non cesserà il mio ferro. Rinnoverò d'Aminta
il doloroso esempio, e vedrà prima il figlio estinto il padre, che 'l padre uccida di sua mano il figlio. Mori dunque, Montano! Oggi morire
a te tocca, a te giova. Numi, non so s'io dica del cielo o dell'inferno, che col duolo agitate
la disperata mente, ecco, il vostro furore, poi che così vi piace, ho già concetto. Non bramo altro che morte; altra vaghezza
non ho che del mio fine. Un funesto desio d'uscir di vita tutto m'ingombra e par che mi conforte. A la morte! a la morte!
O infelice vecchio! come il lume maggiore la minor luce abbaglia, così il dolor, che del tuo male i' sento,
il mio dolore ha spento. Certo se' tu d'ogni pietà ben degno.
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