Costui crede a Corisca? e segue l'orme di lei ne la spelonca d'Ericina? Stupido è ben chi non intende il resto. Ma certo e' ti bisogna aver gran pegno
de la sua fede in man, se tu le credi, e stretta lei con più tenaci nodi che non ebb'io quando nel crin la presi. Ma nodi più possenti in lei dei doni
certo avuto non hai. Questa malvagia, nemica d'onestate, oggi a costui s'è venduta al suo solito, e qui dentro si paga il prezzo del mercato infame.
Ma forse costà giù ti mandò il cielo per tuo castigo e per vendetta mia. Da le parole di costui si scorge ch'egli non crede invano, e le vestigia,
che vedute ha di lei, son chiari indizi ch'ella è già ne lo speco. Or fa' un bel colpo: chiudi il foro dell'antro con quel grave e soprastante sasso, acciò che quinci
sia lor negata di fuggir l'uscita. Poi vanne, e 'l sacerdote e' suoi ministri per la strada del colle a pochi nota conduci, e fàlla prendere, e, secondo
la legge e' i suoi misfatti, alfin morire. E so ben io che data a Coridone ha la fé maritale, il qual si tace perché teme di me, che minacciato
l'ho molte volte. Oggi farò ben io ch'egli di due vendicherà l'oltraggio. Non vo' perder più tempo. Un sodo tronco schianterò da quest'elce... a punto questo
fia buono..., ond'io potrò più prontamente smover il sasso. Oh com'è grave! oh come è ben affisso! Qui bisogna il tronco spinger di forza e penetrar sì dentro,
che questa mole alquanto si divella. Il consiglio fu buono. Anco si faccia il medesmo di qua. Come s'appoggia tenacemente! È più dura l'impresa
di quel che mi pensava. Ancor non posso svellerlo, né per urto anco piegarlo. Forse il mondo è qui dentro? o pur mi manca il solito vigor? Stelle perverse,
che machinate? il moverò mal grado. Maladetta Corisca e, quasi dissi, quante femmine ha il mondo! O Pan Liceo, o Pan che tutto se', che tutto puoi,
moviti a' prieghi miei: fosti amante ancor tu di cor protervo. Vendica ne la perfida Corisca i tuoi scherniti amori.
Così virtù del tuo gran nume il movo, così in virtù del tuo gran nume e' cade. La mala volpe è ne la tana chiusa; or le si darà il foco, ov'io vorrei
veder quante son femmine malvage in un incendio solo arse e distrutte. Come se' grande, Amore, di natura miracolo e del mondo!
qual cor sì rozzo o qual sì fiera gente il tuo valor non sente? ma qual sì scaltro ingegno e sì profondo il tuo valor intende?
Chi sa gli ardori che 'l tuo foco accende, importuni e lascivi, dirà: «Spirto mortal, tu regni e vivi ne la corporea salma».
Ma chi sa poi come a virtù l'amante si desti e come soglia farsi al suo foco, ogni sfrenata voglia subito spenta, pallido e tremante,
dirà: «Spirto immortale, hai tu ne l'alma il tuo solo e santissimo ricetto». Raro mostro e mirabile, d'umano e di divino aspetto;
di veder cieco e di saver insano; di senso e d'intelletto, di ragion e desio confuso affetto! e tale, hai tu l'impero
de la terra e del ciel ch'a te soggiace. Ma (dirol con tua pace) miracolo più altèro ha di te il mondo e più stupendo assai,
però che quanto fai di maraviglia e di stupor tra noi, tutto in virtù di bella donna puoi. O donna, o don del cielo,
anzi pur di Colui che 'l tuo leggiadro velo fe', d'ambo creator, più bel di lui, qual cosa non hai tu del ciel più bella?
Ne la sua vasta fronte, mostruoso ciclope, un occhio ei gira, non di luce a chi 'l mira, ma d'alta cecità cagione e fonte.
Se sospira o favella, com'irato leon rugge e spaventa; e non più ciel, ma campo di tempestosa ed orrida procella,
col fiero lampeggiar folgori avventa. Tu col soave lampo e con la vista angelica amorosa di duo soli visibili e sereni,
l'anima tempestosa di chi ti mira, acqueti e rassereni. E suono e moto e lume e valor e bellezza e leggiadria
fan sì dolce armonia nel tuo bel viso, che 'l cielo invan presume (se 'l cielo è pur men bel del paradiso) di pareggiarsi a te, cosa divina.
E ben ha gran ragione quell'altèro animale ch'“uomo” s'appella ed a cui pur s'inchina ogni cosa mortale,
se, mirando di te l'alta cagione, t'inchina e cede; e, s'ei trionfa e regna, non è perché di scettro o di vittoria sii tu di lui men degna,
ma per maggior tua gloria, ché quanto il vinto è di più pregio, tanto più glorioso è di chi vince il vanto. Ma che la tua beltate
vinca con l'uomo ancor l'umanitate, oggi ne fa Mirtillo a chi nol crede maravigliosa fede. E mancava ben questo al tuo valore,
donna, di far senza speranza amore.
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