Reggiti, figlia mia; reggiti tutta pur su queste braccia, infelice Dorinda. (Oimè! Dorinda?
Son Morto.) O Linco, Linco, o mio secondo padre! (È Dorinda per certo. Ahi voce! ahi vista!)
Ben era, Linco, il sostener Dorinda ufficio a te fatale. Accogliesti i singulti primi del mio natale;
accorrai tu fors'anco gli ultimi de la morte, e coteste tue braccia, che, pietose, mi fûr già culla, or mi saran ferètro.
O figlia, a me più cara che se figlia mi fussi, io non ti posso risponder, ché 'l dolore ogni mio detto in lagrime dissolve.
(O terra, ché non t'apri e non m'inghiotti?) Deh! ferma il passo e 'l pianto, pietosissimo Linco, ché l'un cresce il dolor, l'altro la piaga.
(Ahi! che dura mercede ricevi del tuo amor, misera ninfa.) Fa' buon animo, figlia, ché la tua piaga non sarà mortale.
Ma Dorinda mortale sarà ben tosto morta. Sapessi almen chi m'ha così piagata! Curiam pur la ferita e non l'offesa,
ché per vendetta mai non sanò piaga. (Ma che fai qui? che tardi? Soffrirai tu ch'ella ti veggia? avrai tanto cor, tanta fronte?
Fuggi la pena meritata, Silvio, di quella vista ultrice; fuggi il giusto coltel de la sua voce. Ah! che non posso; e non so come o quale
necessità fatale a forza mi ritegna e mi sospinga più verso quel che più fuggir devrei.) Così dunque debb'io
morir senza saper chi mi dà morte? Silvio t'ha dato morte. Silvio? oimè! che ne sai? Riconosco il suo strale.
Oh dolce uscir di vita, se Silvio m'ha ferita! Eccolo a punto in atto ed in sembiante tal, che da se stesso
par che s'accusi. Or sia lodato il cielo, Silvio, ché se' pur ito dimenandoti sì per queste selve con cotesto tuo arco
e cotesti tuoi strali onnipotenti, c'hai fatto un colpo da maestro. Dimmi, tu che vivi da Silvio e non da Linco: questo colpo, che hai fatto sì leggiadro,
è fors'egli da Linco o pur da Silvio? O fanciul troppo savio, avessi tu creduto a questo pazzo vecchio!
Rispondimi, infelice: qual vita fia la tua, se costei more? So ben che tu dirai ch'errasti e di ferir credesti un lupo,
quasi non sia tua colpa il saettare da fanciul vagabondo e non curante, senza veder s'uomo saetti o fèra. Qual caprar, per tua vita, o qual bifolco
non vedestù coperto di così fatte spoglie? Eh, Silvio, Silvio! chi coglie acerbo il senno, maturo sempre ha d'ignoranza il frutto.
Credi tu, garzon vano, che questo caso a caso oggi ti sia così incontrato? Oh, come male avvisi! Senza nume divin, questi accidenti
sì mostruosi e novi non avvengono agli uomini. Non vedi che 'l cielo è fastidito di cotesto tuo tanto
fastoso, insopportabile disprezzo d'amor, del mondo e d'ogn'affetto umano? Non piace ai sommi dèi l'aver compagni in terra,
né piace lor ne la virtute ancora tanta alterezza. Or tu se' muto sì, ch'eri pur dianzi intollerabil tanto? Silvio, lascia dir Linco,
ch'egli non sa quale, in virtù d'Amore, tu abbi signoria sovra Dorinda e di vita e di morte. Se tu mi saettasti,
quel ch'è tuo saettasti, e feristi quel segno ch'è proprio del tuo strale. Quelle mani, a ferirmi,
han seguìto lo stil de' tuo' begli occhi. Ecco, Silvio, colei che 'n odio hai tanto, eccola in quella guisa che la volevi a punto.
Bramastila ferir: ferita l'hai; bramastila tua preda: eccola preda; bramastila alfin morta: eccola a morte. Che vuoi tu più da lei? che ti può dare
più di questo Dorinda? Ah garzon crudo! ah cor senza pietà! Tu non credesti la piaga che per te mi fece Amore: puoi questa or tu negar de la tua mano?
Non hai creduto il sangue ch'i' versava dagli occhi: crederai questo, che 'l mio fianco versa? Ma, se con la pietà non è in te spenta
gentilezza e valor, che teco nacque, non mi negar, ti prego, anima cruda sì, ma però bella, non mi negar a l'ultimo sospiro
un tuo solo sospir. Beata morte, se l'addolcissi tu con questa sola voce cortese e pia: «Va' in pace, anima mia!»
Dorinda, ah! dirò “mia” se mia non sei se non quando ti perdo e quando morte da me ricevi, e mia non fosti allora ch'i' ti potei dar vita?
Pur “mia” dirò, ché mia sarai mal grado di mia dura sorte; e, se mia non sarai con la tua vita, sarai con la mia morte.
Tutto quel che 'n me vedi, a vendicarti è pronto. Con quest'armi t'ancisi, e tu con queste ancor m'anciderai.
Ti fui crudele, ed io altro da te che crudeltà non bramo. Ti disprezzai superbo: ecco, piegando le ginocchia a terra,
riverente t'adoro e ti cheggio perdon, ma non già vita. Ecco gli strali e l'arco; ma non ferir già tu gli occhi o le mani,
colpevoli ministri d'innocente voler; ferisci il petto, ferisci questo mostro, di pietate e d'amore aspro nemico;
ferisci questo cor che ti fu crudo: eccoti il petto ignudo. Ferir quel petto, Silvio? Non bisognava agli occhi miei scovrirlo,
s'avevi pur desio ch'io tel ferissi. O bellissimo scoglio, già da l'onda e dal vento de le lagrime mie, de' miei sospiri
sì spesso invan percosso, è pur ver che tu spiri e che senti pietate? o pur m'inganno? Ma sii tu pure o petto molle o marmo,
già non vo' che m'inganni d'un candido alabastro il bel sembiante, come quel d'una fèra oggi ingannato ha il tuo signore e mio.
Ferir io te? te pur ferisca Amore, ché vendetta maggiore non so bramar che di vederti amante. Sia benedetto il dì che da prim'arsi!
benedette le lagrime e i martìri! di voi lodar, non vendicar, mi voglio. Ma tu, Silvio cortese, che t'inchini a colei
di cui tu signor sei, deh! non istar in atto di servo; o, se pur servo di Dorinda esser vuoi,
ergiti ai cenni suoi. Questo sia di tua fede il primo pegno; il secondo, che vivi. Sia pur di me quel che nel cielo è scritto;
in te vivrà il cor mio, né, pur che vivi tu, morir poss'io. E, se 'ngiusto ti par ch'oggi impunita resti la mia ferita,
chi la fe' si punisca: fèlla quell'arco, e sol quell'arco pèra: sovra quell'omicida cada la pena, ed egli sol s'ancida.
Oh sentenza giustissima e cortese! E così fia. Tu dunque la pena pagherai, legno funesto; e, perché tu de l'altrui vita il filo
mai più non rompa, ecco te rompo e snervo e, qual fosti a la selva, ti rendo inutil tronco. E voi, strali, di lui, che 'l fianco aperse
de la mia cara donna, e per natura e per malvagità forse fratelli, non rimarrete interi, non più strali o quadrella,
ma verghe invan pennute, invano armate, ferri tarpati e disarmati vanni. Ben mel dicesti, Amor, tra quelle frondi in suon d'Eco indovina.
O nume, domator d'uomini e dèi, già nemico, or signore di tutti i pensier miei; se la tua gloria stimi
d'aver domato un cor superbo e duro, difendimi, ti prego, da l'empio stral di Morte, che con un colpo solo
anciderà Dorinda e con Dorinda Silvio, da te pur vinto: così Morte crudel, se costei more, trionferà del trionfante Amore.
Così feriti ambiduo sète. Oh piaghe e fortunate e care, ma senza fine amare, se questa di Dorinda oggi non sana!
Dunque andiamo a sanarla. Deh! Linco mio, non mi condur, ti prego, con queste spoglie a le paterne case. Tu dunque in altro albergo,
Dorinda, poserai che 'n quel di Silvio? Certo ne le mie case, o viva o morta, oggi sarai mia sposa; e teco sarà Silvio o vivo o morto.
E come a tempo, or ch'Amarilli ha spento e le nozze e la vita e l'onestate! O coppia benedetta! O sommi dèi, date con una sola
salute a duo la vita. Silvio, come son lassa! A pena posso reggermi, oimè! su questo fianco offeso. Sta' di buon cor, ch'a questo
si troverà rimedio. A noi sarai tu cara soma e noi a te sostegno. Linco, dammi la mano. Eccola pronta.
Tiella ben ferma, e del tuo braccio e mio a lei si faccia seggio. Tu, Dorinda, qui posa; e quinci col tuo destro
braccio il collo di Linco, e quindi il mio cingi col tuo sinistro; e sì t'adatta soavemente che 'l ferito fianco non se ne dolga.
Ahi, punta crudel che mi trafigge! A tuo bell'agio accónciati, ben mio.
Or mi par di star bene. Linco, va' col piè fermo. E tu col braccio non vacillar ma va' diritto e sodo,
ché ti bisogna, sai? Questo è ben altro trionfar che d'un teschio. Dimmi, Dorinda mia: come ti pugne forte lo stral?
Mi pugne, sì, cor mio; ma nelle braccia tue l'esser punta m'è caro e 'l morir dolce. Oh bella età de l'oro,
quand'era cibo il latte del pargoletto mondo e culla il bosco; e i cari parti loro godean le greggi intatte,
né temea il mondo ancor ferro né tosco! Pensier torbido e fosco allor non facea velo al sol di luce eterna.
Or la ragion, che verna tra le nubi del senso, ha chiuso il cielo, ond'è che il peregrino va l'altrui terra, e 'l mar turbando il pino.
Quel suon fastoso e vano, quell'inutil soggetto di lusinghe, di titoli e d'inganno, ch'“onor” dal volgo insano
indegnamente è detto, non era ancor degli animi tiranno. Ma sostener affanno per le vere dolcezze;
tra i boschi e tra le gregge la fede aver per legge, fu di quell'alme, al ben oprar avvezze, cura d'onor felice,
cui dettava Onestà: «Piaccia, se lice». Allor tra prati e linfe gli scherzi, e le carole, di legittimo amor furon le faci.
Avean pastori e ninfe il cor ne le parole; dava lor Imeneo le gioie e i baci più dolci e più tenaci.
Un sol godeva ignude d'Amor le vive rose; furtivo amante ascose le trovò sempre, ed aspre voglie e crude,
o in antro o in selva o in lago, ed era un nome sol marito e vago. Secol rio, che velasti co' tuoi sozzi diletti
il bel de l'alma, ed a nudrir la sete dei desiri insegnasti co' sembianti ristretti, sfrenando poi l'impurità segrete!
Così, qual tesa rete tra fiori e fronde sparte, celi pensier lascivi con atti santi e schivi;
bontà stimi il parer, la vita un'arte; né curi, e parti onore, che furto sia, pur che s'asconda, amore. Ma tu, deh! spirti egregi
forma ne' petti nostri, verace Onor, de le grand'alme donno. O regnator de' regi, deh! torna in questi chiostri,
che senza te beati esser non ponno. Dèstin dal mortal sonno tuoi stimoli potenti chi per indegna e bassa
voglia, seguir te lassa, e lassa il pregio de' l'antiche genti. Speriam, ché 'l mal fa tregua talor, se speme in noi non si dilegua.
Speriam, ché 'l sol cadente anco rinasce, e 'l ciel, quando men luce, l'aspettato seren spesso n'adduce.
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