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1538–1612

SCENA IV

Battista Guarini

(Chi vide mai sì rari abitatori in sì spessi abituri? Or, s'io non erro, eccone la cagione: vèlli qua tutti in un drappel ridotti.

Oh quanta turba, oh quanta! Com'è ricca e solenne! veramente qui si fa sacrificio.) Porgimi il vasel d'oro,

Nicandro, ov'è riposto l'almo licor di Bacco. Eccotel pronto. Così il sangue innocente

ammollisca il tuo petto, o santa dea, come rammorbidisce l'incenerita ed arida favilla questa d'almo licor cadente stilla.

Or tu riponi il vasel d'oro, e poscia dammi il nappo d'argento. Eccoti il nappo. Così l'ira sia spenta

che destò nel tuo cor perfida ninfa, come spegne la fiamma questa cadente linfa. (Pur questo è sacrificio,

né vittima ci veggio.) Or tutto è preparato, né manca altro che 'l fin. Dammi la scure. (Vegg'io forse, o m'inganno, un che nel tergo

ad uom si rassomiglia, con le ginocchia a terra? È forse egli la vittima? Oh meschino! Egli è per certo, e gli tien già la mano

il sacerdote in capo. Infelice mia patria! ancor non hai l'ira del ciel dopo tant'anni estinta?) O figlia del gran Giove,

o sorella del Sol, ch'al cieco mondo splendi nel primo ciel, Febo secondo! Vindice dea, che la privata colpa con publico flagello in noi punisci,

(così ti piace, e forse così sta ne l'abisso de l'immutabil providenza eterna), poi che l'impuro sangue

de l'infedel Lucrina in te non valse a dissetar quella giustizia ardente che del ben nostro ha sete, bevi questo innocente

di volontaria vittima e d'amante non men d'Aminta fido, ch'al sacro altare in tua vendetta uccido. O figlia del gran Giove,

o sorella del Sol, ch'al cieco mondo splendi nel primo ciel, Febo secondo! (Deh, come di pietà pur ora il petto intenerir mi sento!

Che 'nsolito stupor mi lega i sensi! Par che non osi il cor né la man possa levar questa bipenne.) (Vorrei prima nel viso

veder quell'infelice e poi partirmi, ché non posso mirar cosa sì fiera.) (Chi sa che 'n faccia al sol, ben che tramonti, non sia fallo il sacrar vittima umana,

e perciò la fortezza languisca in me de l'anima e del corpo?) Volgiti alquanto e gira la moribonda faccia inverso il monte.

Così sta ben. (Misero me! Che veggio? Non è quello il mio figlio? il mio caro Mirtillo?)

(Or posso...) (È troppo desso.) (... e 'l colpo libro.) Che fai, sacro ministro?

E tu, uomo profano, perché ritieni il sacro ferro ed osi di por tu qui la temeraria mano? O Mirtillo, ben mio,

già d'abbracciarti in sì dolente guisa... Va' in malora, insolente e pazzo vecchio! ... non mi credev'io mai. Scóstati, dico,

ché con impura man toccar non lice cosa sacra agli dèi. Caro agli dèi son ben anch'io, ché con la scorta loro

qui mi condussi. Cessa, Nicandro. Udiamlo prima, e poi si parta. Deh! ministro cortese,

prima che sopra il capo di quel garzon cada il tuo ferro, dimmi perché more il meschino. Io te ne prego per quella dea ch'adori.

Per nume tal tu mi scongiuri, ch'empio sarei se tel negassi. Ma che t'importa ciò? Più che non credi.

Perch'egli stesso a volontaria morte s'è per altrui donato. Dunque per altrui more? Anch'io morrò per lui. Deh! per pietate,

drizza in vece di quello a questo capo già cadente il colpo. Amico, tu vaneggi. E perché a me si nega

quel ch'a lui si concede? Perché se' forastiero. E s'io non fussi? Né fare anco il potresti,

ché “campar per altrui non può chi per altrui s'offerse a morte”. Ma dimmi: chi se' tu, se pur è vero che non sii forestiero?

A l'abito tu certo arcade non mi sembri. Arcade sono. In questa terra già non mi sovviene

d'averti io mai veduto. In questa terra nacqui, e son Carino, padre di quel meschino. Padre tu di Mirtillo? oh come giugni

a te stesso ed a noi troppo importuno! Scóstati immantenente, ché col paterno affetto render potresti infruttuoso e vano

il sacrificio nostro. Ah, se tu fussi padre! Son padre, e padre ancor d'unico figlio, e pur tenero padre. Nondimeno,

se questo fosse del mio Silvio il capo, già non sarei men pronto a far di lui quel che del tuo far deggio, ché sacro manto indegnamente veste

chi, per publico ben, del suo privato comodo non si spoglia. Lascia ch'i 'l baci almen prima ch'e' mora. E questo molto meno.

O sangue mio, e tu ancor se' sì crudo, che non rispondi al tuo dolente padre? Deh! padre, omai t'acqueta... Oh, noi meschini!

Contaminato è 'l sacrificio, o dèi! ... ché spender non potrei più degnamente la vita che m'hai data. Troppo ben m'avvisai

ch'a la paterne lagrime costui romperebbe il silenzio. Misero! qual errore ho io commesso! oh come

la legge del tacer m'uscì di mente? Ma che si tarda? Su, ministri, al tempio rimenatelo tosto, e ne la sacra cella un'altra volta

da lui si prenda il volontario voto. Qui poscia ritornandolo, portate con esso voi per sacrificio novo nov'acqua, novo vino e novo foco.

Su, speditevi tosto, ché già s'inchina il sole.

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