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1538–1612

SCENA III

Battista Guarini

Tu non hai alcun male. Al rimanente: ov'è la damma che promessa m'hai? La vuoi tu viva o morta? Io non t'intendo.

Com'esser viva può, se 'l can l'uccise? Ma se 'l can non l'uccise? È dunque viva? Viva.

Tanto più cara e più gradita mi fia cotesta preda. E fu sì destro Melampo mio, che non l'ha guasta o tócca? Sol è nel cor d'una ferita punta.

Mi beffi tu, Dorinda, o pur vaneggi? Com'esser viva può, nel cor ferita? Quella damma son io, crudelissimo Silvio,

che, senza esser attesa, son da te vinta e presa, viva, se tu m'accogli; morta, se mi ti togli.

E questa è quella damma e quella preda che testé mi dicevi? Questa e non altra. Oimè! perché ti turbi? Non t'è più caro aver ninfa che fèra?

Né t'ho cara né t'amo, anzi t'ho in odio, brutta, vile, bugiarda ed importuna! È questo il guiderdon, Silvio crudele? è questa la mercé che tu mi dài,

garzon ingrato? Abbi Melampo in dono, e me con lui, ché tutto, pur ch'a me torni, i' ti rimetto, e solo de' tuoi begli occhi il sol non mi si nieghi.

Ti seguirò, compagna del tuo fido Melampo assai più fida; e, quando sarai stanco, t'asciugherò la fronte,

e sovra questo fianco, che per te mai non posa, avrai riposo. Porterò l'armi, porterò la preda; e, se ti mancherà mai fèra al bosco,

saetterai Dorinda. In questo petto l'arco tu sempre esercitar potrai: ché, sol come vorrai, il porterò, tua serva,

il proverò, tua preda, e sarò del tuo stral faretra e segno. Ma con chi parlo? ahi, lassa! teco, che non m'ascolti e via ten fuggi.

Ma fuggi pur: ti seguirà Dorinda nel crudo inferno ancor, s'alcun inferno più crudo aver poss'io de la fierezza tua, del dolor mio.

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