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1538–1612

SCENA III

Battista Guarini

O figlia del gran Giove, o sorella del Sol, ch'al cieco mondo splendi nel primo ciel, Febo secondo! Tu, che col tuo vitale

e temperato raggio scemi l'ardor de la fraterna luce, onde qua giù produce felicemente poi l'alma natura

tutti i suoi parti, e fa d'erbe e di piante, d'uomini e d'animai ricca e feconda l'aria, la terra e l'onda; deh! sì come in altrui tempri l'arsura,

così spegni in te l'ira ond'oggi Arcadia tua piagne e sospira. O figlia del gran Giove, o sorella del Sol, ch'al cieco mondo

splendi nel primo ciel, Febo secondo! Drizzate omai gli altari, sacri ministri; e voi, o devoti pastori, a la gran dea,

reiterando le canore voci, invocate il suo nome. O figlia del gran Giove, o sorella del Sol, ch'al cieco mondo

splendi nel primo ciel, Febo secondo! Traetevi in disparte, pastori e servi miei, né qua venite, se da la voce mia non sète mossi.

Giovane valoroso, che, per dar vita altrui, vita abbandoni, mori pur consolato. Tu con un breve sospirar, che morte

sembra agli animi vili, immortalmente al tuo morir t'involi. E, quando avrà già fatto l'invida età, dopo mill'anni e mille,

di tanti nomi altrui l'usato scempio, vivrai tu allor, di vera fede esempio. Ma, perché vuol la legge che taciturna vittima tu moia,

prima che pieghi le ginocchia a terra, se cosa hai qui da dir, dilla, e poi taci. Padre, ché padre di chiamarti, ancora che morir debbia per tua man, mi giova,

lascio il corpo a la terra e lo spirto a colei ch'è la mia vita. Ma, s'avvien ch'ella moia, come di far minaccia, oimè! qual parte

di me resterà viva? Oh, che dolce morir, quando sol meco il mio mortal morìa, né bramava morir l'anima mia!

Ma, se merta pietà colui che more per soverchia pietà, padre cortese, provvedi tu ch'ella non moia, e ch'io con questa speme a miglior vita i' passi.

Paghisi il mio destìn de la mia morte, sfoghisi col mio strazio. Ma, poi ch'io sarò morto, ah! non mi tolga ch'i' viva almeno in lei

con l'alma da le membra disunita, se d'unirmi con lei mi tolse in vita. (A gran pena le lagrime ritegno. O nostra umanità, quanto se' frale!)

Figlio, sta' di buon cor, ché quanto brami di far prometto. E ciò per questo capo ti giuro, e questa man ti do per pegno. Or consolato moro e consolato

a te vengo, Amarilli. Ricevi il tuo Mirtillo, del tuo fido pastor l'anima prendi, ché, ne l'amato nome d'Amarilli

terminando la vita e le parole, qui piego a morte le ginocchia e taccio. Or non s'indugi più. Sacri ministri, suscitate la fiamma,

con l'odorato e liquido bitume, e, spargendovi sopra incenso e mirra, traetene vapor che 'n alto ascenda. O figlia del gran Giove,

o sorella del Sol, ch'al cieco mondo splendi nel primo ciel, Febo secondo!

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