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1538–1612

SCENA III

Battista Guarini

Affé t'ho colta, Aglauro! Tu vuoi fuggir? t'abbraccerò sì stretta... (Certamente, se contra non gliel avessi a l'improvviso spinto

con sì grand'urto, i' faticava in vano per far ch'egli vi gisse.) Tu non parli: se' dessa o non se' dessa? (Qui ripongo il suo dardo, e nel cespuglio

torno per osservar ciò che ne segue.) Or ti conosco, sì: tu se' Corisca che se' sì grande e senza chioma. A punto altra che te non volev'io, per darti

de le pugna a mio senno. Or te' questo e quest'altro, e quest'anco e poi questo. Ancor non parli? Ma, se tu mi legasti, anco mi sciogli,

e fa' tosto, cor mio, ch'i' vo' poi darti il più soave bacio, ch'avessi mai. Che tardi? par che la man ti tremi. Se' sì stanca?

Mettici i denti, se non puoi con l'ugna. Oh quanto se' melensa! Ma lascia far a me, ché da me stessa mi leverò d'impaccio.

Or ve' con quanti nodi mi legasti tu stretta! Se può toccar a te l'esser la cieca... Son pur, ecco, sbendata. Oimè! che veggio?

Lasciami, traditor! Oimè! son morta! Sta' cheta, anima mia! Lasciami, dico, lasciami! Così dunque

si fa forza a le ninfe? Aglauro, Elisa! ah, perfide! ove sète? Lasciami, traditore! Ecco ti lascio.

Quest'è un inganno di Corisca. Or togli quel che n'hai guadagnato. Dove fuggi, crudele? Mira almen la mia morte. Ecco, mi passo

con questo dardo il petto. Oimè! che fai? Quel che forse ti pesa ch'altri faccia per te, ninfa crudele.

Oimè, son quasi morta! E se quest'opra a la tua man si deve, ecco 'l ferro, ecco 'l petto. Ben il meriteresti. E chi t'ha dato

cotanto ardir, presontuoso? Amore. Amor non è cagion d'atto villano. Dunque in me credi amore,

poi che discreto fui, ché se prendesti tu prima me, son io tanto men degno d'esser da te di villania notato, quanto, con sì vezzosa

comodità d'esser ardito e quando potei le leggi usar teco d'Amore, fui però sì discreto, che quasi mi scordai d'esser amante.

Non mi rimproverar quel che fei cieca. Ah, che tanto più cieco son io di te, quanto più sono amante! Preghi e lusinghe, e non insidie e furti,

usa il discreto amante. Come selvaggia fèra, cacciata da la fame, esce dal bosco e 'l peregrino assale,

tal io, ché sol de' tuo' begli occhi i' vivo. Poi che l'amato cibo o tua fierezza o mio destìn mi nega, sa, famelico amante,

uscendo oggi de' boschi ov'io soffersi digiun misero e lungo, quello scampo tentai per mia salute, che mi dettò necessità d'amore,

non incolpar già me, ninfa crudele; te sola pur incolpa, ché, se co' preghi sol, come dicesti, s'ama discretamente, e con lusinghe,

e ciò da me non aspettasti mai, tu sola, tu m'hai tolto, con la durezza tua, con la tua fuga, l'esser discreto amante.

Assai discreto amante esser potevi, lasciando di seguir chi ti fuggiva. Pur sai che 'nvan mi segui. Che vòi da me?

Ch'una sola fiata degni almen d'ascoltarmi, anzi ch'io moia. Buon per te che la grazia, prima che l'abbi chiesta, hai ricevuta.

Vattene dunque. Ah! ninfa, quel che t'ho detto, a pena è una minuta stilla

de l'infinito mar del pianto mio. Deh! se non per pietate, almen per tuo diletto ascolta, cruda, di chi si vuol morir gli ultimi accenti.

Per levar te d'errore a me d'impaccio, son contenta d'udirti; ma ve'! con queste leggi: di' poco, e tosto parti, e più non torna.

In troppo picciol fascio, crudelissima ninfa, stringer tu mi comandi quell'immenso desio, che, se con altro,

misurar si potesse che con pensiero umano, a pena il capirìa ciò che capire puote in pensiero umano.

Ch'i' t'ami, e t'ami più de la mia vita, se tu nol sai, crudele, chiedilo a queste selve, che tel diranno, e tel diran con esse

le fère loro e i duri sterpi e i sassi di questi alpestri monti, ch'i' ho sì spesse volte inteneriti al suon de' miei lamenti.

Ma che bisogna far cotanta fede de l'amor mio, dov'è bellezza tanta? Mira quante vaghezze ha 'l ciel sereno, quante la terra, e tutte

raccogli in picciol giro; indi vedrai l'alta necessità de l'arder mio. E come l'acqua scende e 'l foco sale per sua natura, e l'aria

vaga e posa la terra e 'l ciel s'aggira, così naturalmente a te s'inchina, come a suo bene, il mio pensiero, e corre a le bellezze amate

con ogni affetto suo l'anima mia. E chi di traviarla dal caro oggetto suo forse pensasse, prima torcer porrìa

da l'usato cammino e cielo e terra ed acqua ed aria e foco, e tutto trar da le sue sedi il mondo. Ma, perché mi comandi

ch'io dica poco, ah cruda! poco dirò, s'io dirò sol ch'io moro; e men farò morendo, s'io miro a quel che del mio strazio brami.

Ma farò quello, aimè! che sol m'avanza, miseramente amando. Ma, poi che sarò morto, anima cruda, avrai tu almen pietà de le mie pene?

Deh! bella e cara e sì soave un tempo cagion del viver mio, mentre a Dio piacque, volgi una volta, volgi quelle stelle amorose,

come le vidi mai, così tranquille e piene di pietà, prima ch'i' moia, ché 'l morir mi sia dolce. E dritto è ben che, se mi fûro un tempo

dolci segni di vita, or sien di morte que' begli occhi amorosi; e quel soave sguardo, che mi scorse ad amare,

mi scorga anco a morire; e chi fu l'alba mia, del mio cadente dì l'espero or sia. Ma tu, più che mai dura,

favilla di pietà non senti ancora; anzi t'inaspri più, quanto più prego. Così senza parlar dunque m'ascolti? A chi parlo, infelice? a un muto marmo?

S'altro non mi vuoi dir, dimmi almen: «Mori!» e morir mi vedrai. Questa è ben, empio Amor, miseria estrema, che sì rigida ninfa

e del mio fin sì vaga, perché grazia di lei non sia la morte mia, morte mi neghi, né mi risponda, e l'armi

d'una sola sdegnosa e cruda voce sdegni di proferire al mio morir. Se dianzi t'avess'io

promesso di risponderti, sì come d'ascoltar ti promisi, qualche giusta cagion di lamentarti del mio silenzio avresti.

Tu mi chiami crudele, immaginando che da la ferità rimproverata agevole ti sia forse il ritrarmi al suo contrario affetto;

né sai tu che l'orecchie così non mi lusinga il suon di quelle da me sì poco meritate e molto meno gradite lodi,

che mi dài di beltà, come mi giova il sentirmi chiamar da te crudele. L'esser cruda ad ogn'altro, già nol nego, è peccato;

a l'amante, è virtute; ed è vera onestate quella che 'n bella donna chiami tu feritate.

Ma sia, come tu vuoi, peccato e biasmo l'esser cruda a l'amante: or quando mai ti fu cruda Amarilli? Forse allor che giustizia

stato sarebbe il non usar pietate? E pur teco l'usai tanto, ch'a dura morte i' ti sottrassi. I' dico allor che tu, fra nobil coro

di vergini pudiche, libidinoso amante, sotto abito mentito di donzella ti mescolasti e, i puri scherzi altrui

contaminando, ardisti mischiar tra finti ed innocenti baci baci impuri e lascivi, che la memoria ancor se ne vergogna.

Ma sallo il ciel, ch'allor non ti conobbi, e che poi, conosciuto, sdegno n'ebbi, e serbai da le lascivie tue l'animo intatto;

né lasciai che corresse l'amoroso veneno al cor pudico, ch'alfin non violasti se non la sommità di queste labbra.

“Bocca baciata a forza, se 'l bacio sputa, ogni vergogna ammorza”. Ma dimmi tu: qual frutto avresti allora dal temerario tuo furto raccolto,

se t'avess'io scoperto a quelle ninfe? Non fu sull'Ebro mai sì fieramente lacerato e morto da le donne di Tracia il tracio Orfeo,

come stato da loro saresti tu, se non ti dava aita la pietà di colei che cruda or chiami. Ma non è cruda già quanto bisogna,

ché, se cotanto ardisci quanto ti son crudele, ché faresti tu poi, se pietosa ti fussi?

Quella sana pietà che dar potei, quella t'ho dato. In altro modo è vano che tu la chiedi o speri, ché pietate amorosa

mal si dà per colei che per sé non la trova, poi che l'ha data altrui. Ama l'onestà mia, s'amante sei;

ama la mia salute, ama la vita. Troppo lunge se' tu da quel che brami. Il proibisce il ciel, la terra il guarda e 'l vendica la morte;

ma più d'ogn'altro e con più saldo scudo l'onestate il difende, ché sdegna alma bennata più fido guardatore

aver del proprio onore. Or datti pace dunque, Mirtillo, e guerra non far a me. Fuggi lontano e vivi, se saggio se': ch'abbandonar la vita

per soverchio dolore, non è atto o pensiero di magnanimo core; ed è vera virtute

il sapersi astener da quel che piace, se quel che piace, offende. Non è in man di chi perde l'anima, il non morire.

Chi s'arma di virtù, vince ogni affetto. Virtù non vince ove trionfa Amore. Chi non può quel che vuol, quel che può voglia. Necessità d'amor legge non have.

La lontananza ogni gran piaga salda. Quel che nel cor si porta, invan si fugge. Scaccerà vecchio amor novo desio. Sì, s'un'altra alma e un altro core avessi.

Consuma il tempo finalmente amore. Ma prima il crudo amor l'alma consuma. Così, dunque, il tuo mal non ha rimedio? Non ha rimedio alcun, se non la morte.

La morte? Or tu m'ascolta e fa' che legge ti sian queste parole. Ancor ch'i' sappia che 'l morir degli amanti è più tosto uso d'innamorata lingua che desio

d'animo in ciò deliberato e fermo, pur se talento mai e sì strano e sì folle a te venisse, sappi che la tua morte

non men de la mia fama che de la vita tua morte sarebbe. Vivi dunque, se m'ami; vattene, e da qui innanzi avrò per chiaro

segno che tu sii saggio, se con ogni tuo ingegno ti guarderai di capitarmi innanti. Oh sentenza crudele!

Come viver poss'io senza la vita? o come dar fin senza la morte al mio tormento? Orsù! Mirtillo, è tempo

che tu ten vada; e troppo lungamente hai dimorato ancora. Pàrtiti; e ti consola, ch'infinita è la schiera

degli infelici amanti. Vive ben altri in pianti sì come tu, Mirtillo. Ogni ferita ha seco il suo dolore,

né se' tu solo a lagrimar d'amore. Misero infra gli amanti già solo non son io; ma son ben solo miserabile esempio

e de' vivi e de' morti, non potendo né viver né morire. Orsù! pàrtiti omai. Ah! dolente partita!

ah, fin de la mia vita! da te parto e non moro? E pur i' provo la pena de la morte e sento nel partire

un vivace morire, che dà vita al dolore per far che moia immortalmente il core.

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