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1538–1612

SCENA III

Battista Guarini

Pastori, avete inteso che 'l nostro semideo, figlio ben degno del gran Montano e degno discendente d'Alcide,

oggi n'ha liberati da la fèra terribile, che tutta infestava l'Arcadia; e che già si prepara

di sciôrne il voto al tempio. Se grati esser vogliamo di tanto beneficio, andiamo tutti ad incontrarlo, e come

nostro liberatore sia da noi onorato con la lingua e col core. E, ben che d'alma valorosa e bella

l'onor sia poco pregio, è però quello che si può dar maggiore a la virtute in terra. Oh sciagura dolente! oh caso amaro!

Oh piaga immedicabile e mortale! Oh sempre acerbo e lagrimevol giorno! Qual voce odo d'orror piena e di pianto? Stelle nemiche a la salute nostra,

così la fé schernite? Così il nostro sperar levaste in alto perché poscia, cadendo, con maggior pena il precipizio avesse?

Questi mi par Ergasto, e certo è desso. Ma perché il cielo accuso? Te pur accusa, Ergasto; tu solo avvicinasti

l'ésca pericolosa al focile d'Amor, tu il percotesti e tu sol ne traesti le faville, onde è nato

l'incendio inestinguibile e mortale. Ma sallo il ciel, se da buon fin mi mossi e se fu sol pietà che mi c'indusse. Oh sfortunati amanti!

oh misera Amarilli! oh Titiro infelice! oh orbo padre! oh dolente Montano! oh desolata Arcadia! oh noi meschini!

oh finalmente, misero e infelice quant'ho veduto e veggio, quanto parlo, quant'odo e quanto penso! Oimè! qual fia cotesto

sì misero accidente, che 'n sé comprende ogni miseria nostra? Andiam, pastori, andiamo verso di lui, ch'a punto

egli ci vien incontra. Eterni numi, ah! Non è tempo ancora di rallentar lo sdegno? Dinne, Ergasto gentile:

qual fiero caso a lamentar ti mena? Che piangi? Amici cari, piango la mia, piango la vostra, piango

la ruina d'Arcadia. Oimè! che narri? È caduto il sostegno d'ogni nostra speranza.

Deh! parlaci più chiaro. La figliuola di Titiro, quel solo del suo ceppo cadente e del cadente padre appoggio e rampollo;

quell'unica speranza de la nostra salute, ch'al figlio di Montano era dal cielo destinata e promessa

per liberar con le sue nozze Arcadia; quella ninfa celeste, quella saggia Amarilli, quell'esempio d'onore,

quel fior di castitate; oimè! quella... ah! mi scoppia il core a dirlo! È morta?

No, ma sta per morire. Oimè! che intendo? E nulla ancor intendi! Peggio è che more infame.

Amarillide infame? e come, Ergasto? Trovata con l'adultero. E se quinci non partite sì tosto, la vedrete condurre

cattiva al tempio. O bella e singolare, ma troppo malagevole virtute del sesso femminile, o pudicizia,

come oggi se' rara! Dunque non si dirà donna pudica se non quella che mai non fu sollecitata?

Oh secolo infelice! Veramente potrassi con gran ragione avere d'ogn'altra donna l'onestà sospetta,

se disonesta l'Onestà si trova. Deh! cortese pastor, non ti sia grave di raccontarci il tutto. Io vi dirò. Stamane assai per tempo

venne, come sapete, il sacerdote al tempio con l'infelice padre de la misera ninfa,

da un medesmo pensier ambidue mossi, d'agevolar co' prieghi le nozze de' lor figli, da lor bramate tanto.

Per questo solo in un medesmo tempo fûr le vittime offerte e fatto il sacrificio solennemente e con sì lieti auspìci,

che non fûr viste mai né viscere più belle né fiamma più sincera o men turbata; onde, da questi segni

mosso, il cieco indovino: «Oggi» disse a Montano «sarà il tuo Silvio amante; e la tua figlia oggi, Titiro, sposa.

Vanne tu tosto a preparar le nozze». Oh insensate e vane menti degli indovini! e tu di dentro non men che di fuor cieco!

S'a Titiro l'esequie in vece de le nozze avessi detto, ti potevi ben dir certo indovino. Già tutti consolati

erano i circostanti, e i vecchi padri piangean di tenerezza, e partito era già Titiro, quando furon nel tempio orribilmente uditi

di subito e veduti sinistri augùri e paventosi segni, nunzi de l'ira sacra, ai quali, oimè! sì repentini e fieri

s'attonito e confuso restasse ognun dopo sì lieti augùri, pensatel voi, cari pastori. Intanto s'erano i sacerdoti

nel sacrario maggior soli rinchiusi; e mentre, essi di dentro e noi di fuori, lagrimosi e divoti, stavamo intenti a le preghiere sante,

ecco il malvagio Satiro, che chiede con molta fretta e per instante caso dal sacerdote udienza. E, perché questa è, come voi sapete,

mia cura, fui quell'io, che l'introdussi. Ed egli (ah, ben ha ceffo da non portar altra novella!) disse: «Padri, s'ai vostri voti

non rispondon le vittime e gli incensi, se sopra i vostri altari splende fiamma non pura, non vi maravigliate. Impuro ancora

è quel che si commette oggi contra la legge ne l'antro d'Ericina. Una perfida ninfa

con l'adultero infame ivi profana a voi la legge, altrui la fede rompe. Vengan meco i ministri: mostrerò lor di prenderli sul fatto

agevolmente il modo». Allora (o mente umana, come nel tuo destino se' tu stupida e cieca!)

respirarono alquanto gli afflitti e buoni padri, parendo lor che fosse trovata la cagion che pria sospesi

gli ebbe a tener nel sacro ufficio infausto; onde subitamente il sacerdote al ministro maggior, Nicandro, impose che sen gisse col Satiro e cattivi

conducesse ammendue gli amanti al tempio. Ond'egli, accompagnato da tutto il nostro coro de' ministri minori,

per quella via che 'l Satiro avea mostra, tenebrosa ed obliqua, si condusse ne l'antro. La giovane infelice,

forse da lo splendor de le facelle d'improvviso assalita e spaventata, vuscendo fuor d'una riposta cava ch'è nel mezzo de l'antro,

si provò di fuggir, come cred'io, verso cotesta uscita, che fu dianzi dal Satiro malvagio, com'e' ci disse, chiusa.

Ed egli, intanto, che facea? Partissi, subito che 'l sentiero ebbe scorto a Nicandro.

Non si può dir fratelli, quanto rimase ognuno stupefatto ed attonito, vedendo che quella era la figlia

di Titiro, la quale non fu sì tosto presa, che subito v'accorse, ma non saprei già dirvi onde s'uscisse,

l'animoso Mirtillo, e per ferir Nicandro, il dardo ond'era armato, impetuoso spinse:

e se giungeva il ferro là 've la mano il destinò, Nicandro oggi vivo non fôra. Ma in quel medesmo punto,

che drizzò l'uno il colpo, s'arretrò l'altro. O fosse caso o fosse avvedimento accorto, sfuggì il ferro mortale,

lasciando il petto, che die' luogo, intatto; e ne l'irsuta spoglia non pur finì quel periglioso colpo, ma s'intricò, non so dir come, in modo

che, nol potendo ricovrar, Mirtillo restò cattivo anch'egli. E di lui che seguì? Per altra via

nel condussero al tempio. E per far che? Per meglio trar da lui di questo fatto il vero. E chi sa? forse

non merta impunità l'aver tentato di por man ne' ministri e 'ncontra loro la maestà sacerdotale offesa. Avessi almen potuto

consolarlo, il meschino! E perché non potesti? Perché vieta la legge ai ministri minori

di favellar co' rei. Per questo sol mi sono dilungato dagli altri; e per altro sentiero

mi vo' condurre al tempio, e con prieghi e con lagrime devote chieder al ciel ch'a più sereno stato giri questa oscurissima procella.

Addio, cari pastori, restate in pace, e voi co' prieghi nostri accompagnate i vostri. Così farem, poi che per noi fornito

sarà verso il buon Silvio il nostro a lui così devoto officio. O dèi del sommo cielo, deh! mostratevi ormai

con la pietà, non col furore, eterni.

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