Ecco la cieca. Eccola a punto. Ahi, vista! Or che si tarda? Ahi, voce m'ha punto
e sanato in un punto! Ove sète? che fate? e tu, Lisetta, che sì bramavi il gioco “de la cieca”, che badi? e tu, Corisca, ove se' ita?
Or sì che si può dire ch'Amor è cieco ed ha bendati gli occhi. Ascoltatemi voi, che 'l sentier mi scorgete e quinci e quindi
mi tenete per man: come fien giunte l'altre nostre compagne, guidatemi lontan da queste piante, ov'è maggior il vano, e quivi sola
lasciandomi nel mezzo, ite con l'altre in schiera e tutte insieme fatemi cerchio, e s'incominci il gioco. Ma che sarà di me? fin qui non veggio
qual mi possa venir da questo gioco comodità che 'l mio desire adempia; né so veder Corisca, ch'è la mia tramontana. Il ciel m'aiti.
Alfin sète venute. E che pensaste di non far altro che bendarmi gli occhi? Pazzerelle che sète! Or cominciamo. Cieco, Amor, non ti cred'io,
ma fai cieco il desio di chi ti crede; ché, s'hai pur poca vista, hai minor fede. Cieco o no, mi tenti invano;
e per girti lontano ecco m'allargo; che, così cieco, ancor vedi più d'Argo. Così cieco m'annodasti
e cieco m'ingannasti; or che vo sciolto, se ti credessi più, sarei ben stolto. Fuggi e scherza pur, se sai;
già non fara' tu mai che 'n te mi fidi, perché non sai scherzar se non ancidi. Ma voi giocate troppo largo e troppo
vi guardate da rischio: fuggir bisogna, sì, ma ferir prima. Toccatemi, accostatevi, ché sempre non ve n'andrete sciolte.
O sommi dèi, che miro? o dove sono? in cielo o in terra? O cieli, i vostri eterni giri han sì dolce armonia? le vostre stelle
han sì leggiadri aspetti? Ma tu pur, perfido cieco, mi chiami a scherzar teco; ed ecco scherzo
e col piè fuggo e con la man ti sferzo. E corro e ti percoto, e tu t'aggiri a vòto. Ti pungo ad ora ad ora:
né tu mi prendi ancora, o cieco Amore, perché libero ho il core. In buona fé, Licori,
ch'i' mi pensai d'averti presa, e trovo d'aver presa una pianta. Sento ben che tu ridi. Deh, foss'io quella pianta!
Or non vegg'io Corisca tra quelle fratte ascosa? È dessa certo; e non so che m'accenna, che non intendo, e pur m'accenna ancora.
Sciolto cor fa piè fugace. O lusinghier fallace, ancor m'alletti a' tuo' vezzi mentiti, a' tuo' diletti?
E pur di nuovo i' riedo, e giro e fuggo e fiedo e torno; e non mi prendi e sempre invan m'attendi,
o cieco Amore, perché libero ho il core. Oh! fusti svelta, maladetta pianta, che pur anco ti prendo,
quantunque un'altra al brancolar mi sembri! Forse ch'i' non credei d'averti franca a questa volta, Elisa? E pur anco non cessa
d'accennarmi Corisca, e sì sdegnosa, che sembra minacciar. Vorrebbe forse che mi mischiassi anch'io tra quelle ninfe? Dunque giocar debb'io
tutt'oggi con le piante? Bisogna pur che mal mio grado i' parli ed esca de la buca. Prendila, dappochissimo: che badi?
ch'ella ti corra in braccio? o làsciati almen prendere. Su, dammi cotesto dardo, e valle incontra, sciocco! Oh come mal s'accorda
l'animo col desio! Sì poco ardisce il cor che tanto brama! Per questa volta ancor tornisi al gioco, ché son già stanca e, per mia fé, voi sète
troppo indiscrete a farmi correr tanto. Mira nume trionfante, a cui dà il mondo amante empio tributo!
Eccol oggi deriso, eccol battuto. Sì come ai rai del sole cieca nottola suole, c'ha mille augei d'intorno
che le fan guerra e scorno, ed ella picchia col becco invano e s'erge e si rannicchia; così se' tu beffato,
Amore, in ogni lato: chi 'l tergo e chi le gote ti stimola e percote; e poco vale
perché stendi gli artigli o batti l'ale. Gioco dolce ha pania amara; e ben l'impara augel che vi s'invesca.
Non sa fuggir Amor, chi seco tresca.
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