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1538–1612

SCENA II

Battista Guarini

Che piangerò di te prima, mia figlia, la vita e l'onestate? Piangerò l'onestate, ché di padre mortal se' tu ben nata,

ma non di padre infame; e 'nvece de la tua piangerò la mia vita, oggi serbata a veder in te spenta

la vita e l'onestate. O Montano, Montano, tu sol co' tuoi fallaci e mali intesi oracoli, e col tuo

d'Amore e di mia figlia disprezzator superbo, a cotal fine l'hai tu condotta. Ahi, quanto meno inceri degli oracoli tuoi

son oggi stati i miei! Ch'onestà contr'amore è troppo frale schermo in giovinetto core,

e donna scompagnata è sempre mal guardata. (Se non è morto o se per l'aria i venti non l'han portato, i' devrei pur trovarlo.

Ma eccol, s'io non erro, quando meno il pensai). O da me tardi e per te troppo a tempo, vecchio padre infelice, alfin trovato,

che novelle t'arreco! Che rechi tu ne la tua lingua? Il ferro che svenò la mia figlia? Questo non già, ma poco meno. E come

l'hai tu per altra via sì tosto inteso? Vive ella dunque? Vive, e 'n man di lei sta il vivere e 'l morire.

Benedetto sii tu, che m'hai da morte tornato in vita! Or come non è salva, s'a lei sta il non morire? Perché viver non vuole.

Viver non vuole? E qual follia l'induce a sprezzar sì la vita? L'altrui morte, E, se tu non la smovi,

ha così fisso il suo pensiero in questo, che spende ogn'altro invan preghi e parole. Or che si tarda? Andiamo. Férmati, ché le porte

del tempio ancor son chiuse. Non sai tu che toccar la sacra soglia, se non a piè sacerdotal, non lice fin che non esca del sacrario adorna

la destinata vittima agli altari? E s'ella desse intanto al fiero suo proponimento effetto? Non può, ch'è custodita.

In questo mezzo dunque narrami il tutto, e senza velo omai fa' che 'l vero n'intenda. Giunta dinanzi al sacerdote (ahi, vista

piena d'orror!) la tua dolente figlia, che trasse, non dirò dai circostanti, ma, per mia fé, da le colonne ancora del tempio stesso e da le dure pietre,

che senso aver parean, lagrime amare; fu quasi in un sol punto accusata, convinta e condennata. Misera figlia! E perché tanta fretta?

Perché de la difesa eran gli indìci troppo maggiori; e certa sua ninfa, ch'ella in testimon recava de l'innocenza sua,

né quivi era presente, né fu mai chi trovar la sapesse. I fieri segni intanto e gli accidenti mostruosi e pieni

di spavento e d'orror, che son nel tempio, non pativano indugio, tanto più gravi a noi quanto più nuovi, e più mai non sentiti

dal dì che minacciâr l'ira celeste, vendicatrice dei traditi amori del sacerdote Aminta, sola cagion d'ogni miseria nostra.

Suda sangue la dea, trema la terra, e la caverna sacra mugge tutta e risuona d'insoliti ululati e di funesti

gemiti, e fiato sì putente spira, che da l'immonde fauci più grave non cred'io l'esali Averno. Già con l'ordine sacro,

per condur la tua figlia a cruda morte, il sacerdote s'inviava, quando, vedendola Mirtillo (oh, che stupendo caso udrai!), s'offerse

di dar con la sua morte a lei la vita, gridando ad alta voce: «Sciogliete quelle mani! (ah, lacci indegni!) ed invece di lei, ch'esser dovea

vittima di Diana, me traete agli altari, vittima d'Amarilli». Oh di fedele amante

e di cor generoso atto cortese! Or odi maraviglia. Quella, che fu pur dianzi sì da la tèma del morire oppressa,

fatta allor di repente a le parole di Mirtillo invitta, con intrepido cor così rispose: «Pensi dunque, Mirtillo,

di dar col tuo morire vita a chi di te vive? O, miracolo ingiusto! Su, ministri, su! che si tarda? omai

menatemi agli altari. «Ah, che tanta pietà non volev'io!». soggiunse allor Mirtillo. «Torna cruda, Amarilli,

ché cotesta pietà sì dispietata troppo di me la miglior parte offende. A me tocca il morire. «Anzi a me pure» rispondeva Amarilli, «ché per legge

son condennata». E quivi si contendea tra lor, come s'a punto fosse vita il morire, il viver morte. Oh anime bennate, oh coppia degna

di sempiterni onori! Oh vivi e morti gloriosi amanti! Se tante lingue avessi e tante voci quant'occhi il cielo e quante arene il mare,

perderien tutte il suono e la favella nel dir a pien le vostre lodi immense. Figlia del cielo, eterna e gloriosa donna,

che l'opre de' mortali al tempo involi, accogli tu la bella istoria e scrivi con lettre d'oro in solido diamante l'alta pietà de l'uno e l'altro amante.

Ma qual fin ebbe poi quella mortal contesa? Vinse Mirtillo (oh, che mirabil guerra, dove del vivo ebbe vittoria il morto!),

però che 'l sacerdote disse a la figlia tua: «Quètati, ninfa, ché “campar per altrui non può chi per altrui s'offerse a morte”.

Così la legge nostra a noi prescrive». Poi comandò che la donzella fosse sì ben guardata, che 'l dolore estremo a disperato fin non la traesse.

In tale stato eran le cose, quando di te mandommi a ricercar Montano. Insomma egli è pur vero: senz'odorati fiori

le rive e i poggi e senza verdi onori vedrai le selve a la stagion novella, prima che senza amor vaga donzella. Ma, se qui dimoriam, come sapremo

l'ora di gir al tempio? Qui meglio assai che altrove, ché questo a punto è 'l loco, ov'esser deve il buon pastore in sacrificio offerto.

E perché no nel tempio? Perché si dà la pena ove fu il fallo. E perché no ne l'antro, se ne l'antro fu il fallo?

Perché a scoperto ciel sacrar si deve. E onde hai tu questi misteri intesi? Dal ministro maggior. Così dic'egli da l'antico Tirenio aver inteso

che 'l fido Aminta e l'infedel Lucrina sacrificati fôro. Ma tempo è di partire. Ecco che scende la sacra pompa al piano.

Sarà forse ben fatto che per quest'altra via ce n'andiam noi per la tua figlia al tempio.

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