O del mio bello e dispietato Silvio cura e diletto, avventuroso e fido, foss'io sì cara al tuo signor crudele, come se' tu Melampo! Egli, con quella
candida man ch'a me distringe il core, te, dolcemente lusingando, nutre, e teco il dì, teco la notte alberga: mentr'io, che l'amo tanto, invan sospiro,
e 'nvano il prego; e, quel che più mi duole, ti dà sì cari e sì soavi baci, ch'un sol che n'avess'io, n'andrei beata. E, per più non poter, ti bacio anch'io,
fortunato Melampo. Or, se benigna stella, forse, d'Amore a me t'invia perché l'orme di lui mi scorga, andiamo dove Amor me, te sol Natura inchina.
Ma non sent'io tra queste selve un corno sonar vicino? Te' Melampo, te'! Se 'l desio non m'inganna, quella è voce
del bellissimo Silvio, che 'l suo cane chiama tra queste selve. Te', Melampo, te', te'!
Senz'alcun fallo è la sua voce. Oh felice Dorinda! il ciel ti manda quel ben che vai cercando. È meglio ch'io serbi il cane in disparte: io farò forse
de l'amor suo con questo mezzo acquisto. Lupino! Eccomi. Va' con questo cane,
e ti nascondi in quella fratta. Intendi? Intendo. E non uscir, s'io non ti chiamo. Tanto farò.
Va' tosto, E tu fa' tosto, ché, se venisse fame a questa bestia, in un boccone non mi manicasse.
Oh come se' da poco! Su, va' via! Dove misero me! dove debb'io volger più il piede a seguitarti, o caro, o mio fido Melampo? Ho monte e piano
cercato indarno, e son già molle e stanco. Maladetta la fèra che seguisti! Ma ecco ninfa, che di lui novella mi darà forse. Oh come male inciampo!
Questa è colei che mi dà sempre noia. Pur soffrir mi bisogna. O bella ninfa, dimmi: vedesti il mio fedel Melampo, che testé dietro ad una damma sciolsi?
Io bella, Silvio? io bella? Perché così mi chiami, crudel, se bella agli occhi tuoi non sono? O bella o brutta, hai tu il mio can veduto?
A questo mi rispondi, o ch'io mi parto. Tu se' pur aspro a chi t'adora, Silvio! Chi crederia che 'n sì soave aspetto fosse sì crudo affetto?
Tu segui per le selve e per gli alpestri monti una fèra fugace, e dietro l'orme d'un veltro, oimè! t'affanni e ti consumi;
e me, che t'amo sì, fuggi e disprezzi. Deh! non seguir damma fugace; segui, segui amorosa e mansueta damma, che, senza esser cacciata,
è già presa e legata. Ninfa, qui venni a ricercar Melampo, non a perder il tempo. Addio. Deh! Silvio
crudel, non mi fuggire, ch'i' ti darò del tuo Melampo nova. Tu mi beffi, Dorinda? Silvio mio,
per quello amor che mi t'ha fatta ancella, io so dove è il tuo cane. Nol lasciasti testé dietro a una damma? Lasciailo e ne perdei tosto la traccia.
Or il cane e la damma è in poter mio. In tuo poter? In mio poter. Ti duole d'esser tenuto a chi t'adora, ingrato?
Cara Dorinda mia, dàglimi tosto. Ve', mobile fanciullo, a che son giunta! ch'una fèra ed un can mi ti fa cara. Ma vedi, core mio, tu non gli avrai
senza mercede. È ben ragion: darotti. (Vo' schernirla, costei). Che mi darai?
Due belle poma dora, che l'altr'ieri la bellissima mia madre mi diede. A me poma non mancano; potrei a te darne di quelle che son forse
più saporite e belle, se i miei doni tu non avessi a schivo. E che vorresti? un capro od una agnella? Ma il mio padre
non mi concede ancor tanta licenza. Né di capro ho vaghezza né d'agnella: te solo, Silvio, e l'amor tuo vorrei. Né altro vuoi che l'amor mio?
Non altro. Sì sì, tutto tel dono. Or dammi dunque, cara ninfa, il mio cane e la mia damma. Oh se sapessi quanto
vale il tesor di che sì largo sembri, e rispondesse a la tua lingua il core! Ascolta, bella ninfa. Tu mi vai sempre di certo amor parlando, ch'io
non so quel ch'e' si sia. Tu vuoi ch'i' t'ami, e t'amo quanto posso e quanto intendo. Tu di' ch'io son crudele, e non conosco quel che sia crudeltà, né so che farti.
O misera Dorinda! ov'hai tu poste le tue speranze? onde soccorso attendi? In beltà che non sente ancor favilla di quel foco d'Amor, ch'arde ogn'amante.
Amoroso fanciullo; tu se' pur a me foco, e tu non ardi; e tu, che spiri amore, amor non senti. Te, sotto umana forma
di bellissima madre, partorì l'alma dea che Cipro onora; tu hai gli strali e 'l foco: ben sallo il petto mio ferito ed arso.
Giugni agli òmeri l'ali: sarai novo Cupido, se non c'hai ghiaccio il core, né ti manca d'Amore altro che amore.
Che cosa è questo amore? S'i' miro il tuo bel viso, amore è un paradiso; ma, s'i' miro il mio core,
è un infernal ardore. Ninfa, non più parole: dammi il mio cane ormai! Dammi tu prima il pattuito amore.
Dato non te l'ho dunque? (Oimè, che pena è il contentar costei!) Prendilo, fanne ciò che ti piace. Chi tel nega o vieta? Che vuoi tu più? che badi?
(Tu perdi ne l'arena i semi e l'opra, sfortunata Dorinda!) Che fai? che pensi? ancor mi tieni a bada? Non così tosto avrai quel che tu brami,
che poi mi fuggirai, perfido Silvio. No certo, bella ninfa. Dammi un pegno. Che pegno vuoi?
Ah, che non oso a dirlo! Perché? Perch'ho vergogna. E pur il chiedi!
Vorrei senza parlar esser intesa. Ti vergogni di dirlo e non avresti vergogna di riceverlo? Se darlo
tu mi prometti, i' tel dirò. Prometto, ma vo' che tu me 'l dica. Ah, non m'intendi,
Silvio, mio ben! T'indenderei pur io, s'a me 'l dicessi tu. Più scaltra certo se' tu di me.
Più calda, Silvio, e meno di te crudele io sono. A dirti il vero, io non son indovin: parla, se vuoi
esser intesa. Oh misera! Un di quelli che ti dà la tua madre. Una guanciata?
Una guanciata a chi t'adora, Silvio? Ma careggiar con queste ella sovente mi suole. Ah! so ben io che non è vero.
E talor non ti bacia? Né mi bacia, né vuol ch'altri mi baci. Forse vorresti tu per pegno un bacio?
Tu non rispondi. Il tuo rossor t'accusa. Certo mi son apposto. I' son contento; ma dammi con la preda il can tu prima. Mel prometti tu, Silvio?
I' tel prometto. E me l'attenderai? Sì, ti dich'io. Non mi dar più tormento.
Esci Lupino! Lupino! ancor non odi? Oh, se' noioso! Chi chiama? Oh, vengo, vengo! Io non dormiva,
no certo. Il can dormiva. Ecco il tuo cane, Silvio, che più di te cortese, in queste... Oh, come son contento!
... in queste braccia, che tanto sprezzi tu, venne a posarsi... Oh dolcissimo mio fido Melampo! ... cari avendo i miei baci e i miei sospiri.
Baciar ti voglio mille volte e mille. Ti se' fatto alcun mal, forse, correndo? Avventuroso can! perché non posso cangiar teco mia sorte? A che son giunta,
che fin d'un can la gelosia m'accora? Ma tu, Lupin, t'invia verso la caccia; ché fra poco i' ti seguo. Io vo, padrona.
Cookies on Poetry Cove