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1538–1612

SCENA II

Battista Guarini

Cruda Amarilli, che col nome ancora, d'amar, ahi lasso! amaramente insegni; Amarilli, del candido ligustro più candida e più bella,

ma de l'àspido sordo e più sorda e più fèra e più fugace; poi che col dir t'offendo, i' mi morrò tacendo;

ma grideran per me le piagge e i monti e questa selva, a cui sì spesso il tuo bel nome di risonare insegno.

Per me piagnendo i fonti e mormorando i venti, diranno i miei lamenti; parlerà nel mio volto

la pietate e 'l dolore; e, se fia muta ogn'altra cosa, al fine parlerà il mio morire, e ti dirà la Morte il mio martìre.

Mirtillo, Amor fu sempre un fier tormento, ma più, quanto è più chiuso; però ch'egli dal freno, ond'è legata un'amorosa lingua,

forza prende e s'avanza; e più fiero è prigion, che non è sciolto. Già non dovevi tu sì lungamente celarmi la cagion de la tua fiamma,

se la fiamma celar non mi potevi. Quante volte l'ho detto: «Arde Mirtillo, ma in chiuso foco e' si consuma e tace». Offesi me per non offender lei,

cortese Ergasto, e sarei muto ancora; ma la necessità m'ha fatto ardito. Odo una voce mormorar d'intorno, che per l'orecchie mi ferisce il core,

de le vicine nozze d'Amarilli. Ma chi ne parla, ogni altra cosa tace, ed io più innanzi ricercar non oso, sì per non dar altrui di me sospetto,

come per non trovar quel che pavento. So ben, Ergasto, e non m'inganna Amore, ch'a la mia bassa e povera fortuna sperar non lice in alcun tempo mai

che ninfa sì leggiadra e sì gentile, e di sangue e di spirto e di sembiante veramante divina, a me sia sposa. Ben conosco il tenor de la mia stella;

nacqui solo a le fiamme, e 'l mio destino d'arder mi feo, non di gioirne, degno. Ma, poi ch'era ne' fati ch'io dovessi amar la morte e non la vita mia,

vorrei morir almen, sì che la morte da lei, che n'è cagion, gradita fosse, né si sdegnasse a l'ultimo sospiro di mostrarmi i begli occhi e dirmi: «Muori!».

Vorrei, prima che passi a far beato de le sue nozze altrui, ch'ella m'udisse almen sola una volta. Or, se tu m'ami ed hai di me pietate, in ciò t'adopra,

cortesissimo Ergasto, in ciò m'aita. Giusto desio d'amante e di chi muore lieve mercé, ma faticosa impresa. Misera lei, se risapesse il padre,

ch'ella a prieghi furtivi avesse mai inchinate l'orecchie, o pur ne fosse al sacerdote suocero accusata! Per questo forse ella ti fugge, e forse

t'ama, ancor che nol mostri, ché la donna nel desiar è ben di noi più frale, ma nel celar il suo desio più scaltra. E, se fosse pur ver ch'ella t'amasse,

che potrebbe altro far se non fuggirti? Chi non può dar aita, indarno ascolta, e fugge con pietà chi non s'arresta senz'altrui pena; ed è sano consiglio

tosto lasciar quel che tener non puoi. Oh, se ciò fosse vero, o s'io 'l credessi, care mie pene e fortunati affanni! Ma, se ti guardi il ciel, cortese Ergasto,

non mi tacer qual è il pastor tra noi felice tanto e de le stelle amico. Non conosci tu Silvio, unico figlio di Montan, sacerdote di Diana,

sì famoso pastore oggi e sì ricco? quel garzon sì leggiadro? Quegli è desso. Fortunato fanciul, che 'l tuo destino trovi maturo in così acerba etate!

Né te l'invidio, no; ma piango il mio. E veramente invidiar nol dèi, ché degno è di pietà più che d'invidia. E perché di pietà?

Perché non l'ama. Ed è vivo? ed ha core? e non è cieco? Benché, se dritto miro, a lei per altro core

non restò fiamma più, quando nel mio spirò da que' begli occhi tutte le fiamme sue, tutti gli amori. Ma perché dar sì preziosa gioia

a chi non la conosce? a chi la sprezza? Perché promette a queste nozze il cielo la salute d'Arcadia. Non sai dunque che qui si paga ogn'anno a la gran dea

de l'innocente sangue d'una ninfa tributo miserabile e mortale? Unqua più non l'udii: e ciò m'è nuovo, ché nuovo ancora abitator qui sono

e, come vuol Amore e 'l mio destino, quasi pur sempre abitator de' boschi. Ma qual peccato il meritò sì grave? Come tant'ira un cor celeste accoglie?

Ti narrerò de le miserie nostre tutta da capo la dolente istoria, che trar porria da queste dure querci pianto e pietà, non che dai petti umani.

In quella età che 'l sacerdozio santo e la cura del tempio ancor non era a sacerdote giovane contesa, un nobile pastor chiamato Aminta,

sacerdote in quel tempo, amò Lucrina, ninfa leggiadra a maraviglia e bella, ma senza fede a maraviglia e vana. Gradì costei gran tempo, o 'l mostrò forse

con simulati e perfidi sembianti, del giovane amoroso il puro affetto e di false speranze anco nudrillo, misero! mentre alcun rival non ebbe.

Ma, non sì tosto (or vedi instabil donna!) rustico pastorel l'ebbe guatata, che i primi sguardi non sostenne, i primi sospiri, e tutta al nuovo amor si diede,

prima che gelosia sentisse Aminta. Misero Aminta, che da lei fu poscia e sprezzato e fuggito sì, ch'udirlo né vederlo mai più l'empia non volle.

Se piagnesse il meschin, se sospirasse, pensal tu, che per prova intendi amore. Oimè, questo è 'l dolor ch'ogn'altro avanza. Ma, poi che dietro al cor perduto, ebbe anco

i sospiri perduti e le querele, vòlto, pregando, a la gran dea: «Se mai» disse «con puro cor, Cintia, se mai con innocente man fiamma t'accesi,

vendica tu la mia, sotto la fede di bella ninfa e perfida tradita». Udì del fido amante e del suo caro sacerdote Diana i prieghi e 'l pianto,

tal che, ne la pietà l'ira spirando, fe' lo sdegno più fiero; ond'ella prese l'arco possente e saettò nel seno de la misera Arcadia non veduti

strali ed inevitabili di morte. Perìan senza pietà, senza soccorso d'ogni sesso le genti e d'ogni etate; vani erano i rimedi, il fuggir tardo;

inutil l'arte, e, prima che l'infermo, spesso ne l'opra il medico cadea. Restò solo una speme, in tanti mali, del soccorso del cielo e s'ebbe tosto

al più vicino oracolo ricorso, da cui venne risposta assai ben chiara, ma sopramodo orribile e funesta: «Che Cintia era sdegnata e che placarla

si sarebbe potuto, se Lucrina, perfida ninfa, o vero altri per lei di nostra gente, a la gran dea si fosse per man d'Aminta in sacrificio offerta».

La qual, poi ch'ebbe indarno pianto e 'ndarno dal suo nuovo amator soccorso atteso, fu con pompa solenne al sacro altare vittima lagrimevole condotta,

dove, a que' piè che la seguîro in vano già tanto, ai piè de l'amator tradito le tremanti ginocchia alfin piegando, dal giovane crudel morte attendea.

Strinse intrepido Aminta il sacro ferro e parea ben che da l'accesa labbia spirasse ira e vendetta. Indi, a lei vòlto, disse con un sospir, nunzio di morte:

«Da la miseria tua, Lucrina, mira qual amante seguisti e qual lasciasti, miral da questo colpo». E, così detto, ferì se stesso e nel sen proprio immerse

tutto 'l ferro, ed esangue in braccio a lei, vittima e sacerdote in un, cadeo. A sì fèro spettacolo e sì nuovo instupidì la misera donzella

tra viva e morta, e non ben certa ancora d'esser dal ferro o dal dolor trafitta. Ma, come prima ebbe la voce e 'l senso, disse piagnendo: «O fido, o forte Aminta,

o troppo tardi conosciuto amante, che m'hai data, morendo, e vita e morte, se fu colpa il lasciarti, ecco l'ammendo con l'unir teco eternamente l'alma».

E, questo detto, il ferro stesso, ancora del caro sangue tiepido e vermiglio, tratto dal morto e tardi amato petto, il suo petto trafisse e sopra Aminta,

che morto ancor non era e sentì forse quel colpo, in braccio si lasciò cadere. Tal fine ebber gli amanti; a tal miseria troppo amor e perfidia ambidue trasse.

O misero pastor, ma fortunato, ch'ebbe sì largo e sì famoso campo di mostrar la sua fede e di far viva pietà ne l'altrui cor con la sua morte!

Ma che seguì de la cadente turba? trovò fine il suo mal? placossi Cintia? L'ira s'intiepidì, ma non s'estinse, ché, dopo l'anno, in quel medesmo tempo,

con ricaduta più spietata e fiera incrudelì lo sdegno, onde, di nuovo per consiglio a l'oracolo tornando, si riportò de la primiera assai

più dura e lagrimevole risposta: «Che si sacrasse allora e poscia ogn'anno vergine o donna a la sdegnata dea, che 'l terzo lustro empiesse ed oltre al quarto

non s'avanzasse; e così d'una il sangue l'ira spegnesse apparecchiata a molti». Impose ancora a l'infelice sesso una molto severa e, se ben miri

la sua natura, inosservabil legge, legge scritta col sangue: «Che qualunque donna o donzella abbia la fé d'amore, come che sia, contaminata o rotta,

s'altri per lei non muore, a morte sia irremissibilmente condannata». A questa, dunque, sì tremenda e grave nostra calamità spera il buon padre

di trovar fin con le bramate nozze. Però che dopo alquanto tempo, essendo ricercato l'oracolo qual fine prescritto avesse a' nostri danni il cielo;

ciò ne predisse in cotai voci appunto: «Non avrà prima fin quel che v'offende, che duo semi del ciel congiunga Amore; e di donna infedel l'antico errore

l'alta pietà d'un pastor fido ammende». Or ne l'Arcadia tutta altri rampolli di celesti radici oggi non sono, che Silvio ed Amarillide, ché l'una

vien del seme di Pan, l'altro d'Alcide; né per nostra sciagura in altro tempo s'incontraron già mai femmina e maschio, com'or, de le due schiatte; e però quinci

vdi sperar bene ha gran ragion Montano. E, benché tutto quel che ci promette la risposta fatale, ancor non segua, pur questo è 'l fondamento. Il resto poi

ha negli abissi suoi nascosto il Fato, e sarà parto un dì di queste nozze. Oh sfortunato e misero Mirtillo! tanti fieri nemici,

tant'armi e tanta guerra contra un cor moribondo? Non bastava Amor solo, se non s'armava a le mie pene il Fato?

Mirtillo, il crudo Amore si pasce ben, ma non si sazia mai, di lagrime e dolore. Andiamo. I' ti prometto

di porre ogni mio ingegno perché la bella ninfa oggi t'ascolti; tu dàtti pace intanto. Non son, come a te pare,

questi sospiri ardenti refrigerio del core; ma son più tosto impetuosi venti che spiran ne l'incendio e 'l fan maggiore

con turbini d'Amore, ch'apportan sempre ai miserelli amanti foschi nembi di duol, piogge di pianti.

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