Oh quanti passi ho fatti! al fiume, al poggio, al prato, al fonte, a la palestra, al corso t'ho lungamente ricercato: alfine qui pur ti trovo, e ne ringrazio il cielo.
Ond'hai tu nuova, Ergasto, degna di tanta fretta? hai vita o morte? Questa non ti darei, ben ch'io l'avessi; e quella spero dar, ben ch'io non l'abbia.
Ma tu non ti lasciar sì fieramente vincer al tuo dolor: vinci te stesso, se vuoi vincer altrui; vivi, e respira talvolta. Ma, per dirti la cagione
del mio venir a te sì ratto, ascolta. Conosci tu (ma chi non la conosce?) la sorella d'Ormino? è di persona anzi grande che no; di vista allegra,
di bionda chioma, e colorita alquanto. Com'ha nome? Corisca. I' la conosco
troppo bene, e con lei alcuna volta ho favellato ancora. Or sappi ch'ella da un tempo in qua, vedi ventura! è fatta,
non so già come o con che privilegio, de la bella Amarillide compagna, onde a lei tutto ho l'amor tuo scoperto segretamente e quel che da lei brami,
holle mostrato, ed ella prontamente m'ha la sua fede in ciò promessa e l'opra. Oh mille volte e mille, se questo è vero, e più d'ogn'altro amante
fortunato Mirtillo! Ma del modo t'ha ella detto nulla? Appunto nulla, e ti dirò perché. Dice Corisca
che non può ben deliberar del modo, prima ch'alcuna cosa ella non sappia de l'amor tuo più certa, ond'ella possa meglio spiare e più sicuramente
l'animo de la ninfa, e sappia come reggersi, o con preghiere o con inganni, quel che tentar, quel che lasciar sia buono. Per questo solo i' ti venìa cercando
sì ratto. E' sarà ben che tu da capo tutta la storia del tuo amor mi narri. Così a punto farò; ma sappi, Ergasto, che questa rimembranza
(ah, troppo acerba a chi si vive amando fuori d'ogni speranza) è quasi un agitar fiaccola al vento, per cui, quanto l'incendio
sempre s'avanza, tanto a l'agitata fiamma ella si strugge, o scuoter pungentissima saetta altamente confitta,
che, se senti di svellerla, maggiore fai la piaga e 'l dolore. Ben cosa ti dirò, che chiaramente farà veder com'è fallace e vana
la speme degli amanti e come amore la radice ha soave, il frutto amaro. Ne la bella stagion che 'l dì s'avanza sovra la notte, or compie l'anno a punto,
questa leggiadra pellegrina, questo novo sol di beltade, venne a far di sua vista, quasi d'un'altra primavera, adorno
il mio solo per lei leggiadro allora e fortunato nido, Elide e Pisa, condotta da la madre in que' solenni dì che del gran Giove
i sacrifici e i giochi si soglion celebrar, famosi tanto, per farne a' suoi begli occhi spettacolo beato;
ma furon que' begli occhi spettacolo d'Amore d'ogn'altro assai maggiore. Ond'io, che fin allor fiamma amorosa
non avea più sentita, oimè! non così tosto mirato ebbi quel volto, che di subito n'arsi,
e, senza far difesa al primo sguardo che mi drizzò negli occhi, sentii correr nel seno una bellezza imperiosa e dirmi:
«Dammi il tuo cor, Mirtillo». Oh quanto può ne' petti nostri Amore! né ben il può saper se non chi 'l prova. Mira ciò che sa fare anco ne' petti
più semplici e più molli Amore industre. Io fo del mio pensiero una mia cara sorella consapevole, compagna de la mia cruda ninfa
que' pochi dì ch'Elide l'ebbe e Pisa. Da questa sola, come Amor m'insegna, fedel consiglio ed amoroso aiuto nel mio bisogno i' prendo.
Ella de le sue gonne femminili vagamente m'adorna e d'innestato crin cinge le tempie; poi le 'ntreccia e le 'nfiora,
e l'arco e la faretra al fianco mi sospende; e m'insegna a mentir parole e sguardi, e sembianti nel volto, in cui non era
di lanugine ancora pur un vestigio solo. E, quando ora ne fue, seco là mi condusse, ove solea
la bella ninfa diportarsi, e dove trovammo alcune nobili e leggiadre vergini di Megara, e di sangue e d'amor, siccome intesi,
a la mia dea congiunte. Tra queste ella si stava sì come suol tra le violette umìli nobilissima rosa;
e, poi che 'n quella guisa state furono alquanto, senz'altro far di più diletto o cura, levossi una donzella
di quelle di Megara, e così disse: «Dunque in tempo di giochi e di palme sì chiare e sì famose, starem noi neghittose?
Dunque non abbiam noi armi da far tra noi finte contese così ben come gli uomini? Sorelle, se 'l mio consiglio di seguir v'aggrada,
proviam oggi tra noi così da scherzo noi le nostr'armi, come contra gli uomini, allor che ne fie tempo, l'userem da dovero.
Bacianne, e si contenda tra noi di baci; e quella, che d'ogni altra baciatrice più scaltra, li saprà dar più saporiti e cari,
n'avrà per sua vittoria questa bella ghirlanda.» Risero tutte a la proposta e tutte subito s'accordâro;
e si sfidavan molte, e molte ancora, senza che dato lor fosse alcun segno, facean guerra confusa. Il che veggendo allor la megarese,
ordinò prima la tenzone e poi disse: «De' nostri baci meritamente sia giudice quella che la bocca ha più bella».
Tutte concordemente elesser la bellissima Amarilli; ed ella, i suoi begli occhi dolcemente chinando,
di modesto rossor tutta si tinse, e mostrò ben che non men bella è dentro, di quel che sia di fuori; o fosse che 'l bel volto
avesse invidia a l'onorata bocca e s'adornasse anch'egli de la purpurea sua pomposa vesta, quasi volesse dir: «Son bello anch'io».
Oh come a tempo ti cangiasti in ninfa, avventuroso e quasi de le dolcezze tue presago amante! Già si sedeva a l'amoroso ufficio
la bellissima giudice, e, secondo l'ordine e l'uso di Megara, andava ciascheduna per sorte a far de la sua bocca e de' suoi baci
prova con quel bellissimo e divino paragon di dolcezza, quella bocca beata, quella bocca gentil che può ben dirsi
conca d'Indo odorata di perle orientali e pellegrine; e la parte che chiude ed apre il bel tesoro,
con dolcissimo mèl purpura mista. Così potess'io dirti, Ergasto mio, l'ineffabil dolcezza ch'i' sentii nel baciarla!
Ma tu da questo prendine argomento, che non la può ridir la bocca stessa che l'ha provata. Accogli pur insieme quant'hanno in sé di dolce
o le canne di Cipro o i favi d'Ibla; tutto è nulla, rispetto a la soavità ch'indi gustai. Oh furto avventuroso, oh dolci baci!
Dolci sì, ma non grati, perché mancava lor la miglior parte de l'intero diletto: davagli Amor, non gli rendeva Amore.
Ma dimmi: e come ti sentisti allora che di baciar a te cadde la sorte? Su queste labbra, Ergasto, tutta sen venne allor l'anima mia;
e la mia vita, chiusa in così breve spazio, non era altro che un bacio, onde restâr le membra,
quasi senza vigor, tremanti e fioche. E quando io fui vicino al folgorante sguardo, come quel che sapea
che pur inganno era quell'atto e furto, temei la maestà di quel bel viso. Ma, da un sereno suo vago sorriso assicurato poi,
pur oltre mi sospinsi. Amor si stava, Ergasto, com'ape suol, ne le due fresche rose di quelle labbra ascoso.
E mentre ella si stette con la baciata bocca, al baciar de la mia, immobile e ristretta,
la dolcezza del mèl sola gustai. Ma, poi che mi s'offerse anch'ella e porse l'una e l'altra dolcissima sua rosa, (fosse o sua gentilezza o mia ventura,
so ben che non fu Amore), e sonâr quelle labbra e s'incontrâro i nostri baci (oh caro e prezioso mio dolce tesoro,
t'ho perduto, e non moro?), allora sentii de l'amorosa pecchia la spina pungentissima soave passarmi il cor, che forse
mi fu renduto allora per poterlo ferire. Io, poi ch'a morte mi sentii ferito, come suol disperato,
poco mancò che l'omicide labbra non mordessi e segnassi; ma mi ritenne, oimè! l'aura adorata che, quasi spirto d'anima divina,
risvegliò la modestia e quel furore estinse. O modestia, molestia degli amanti importuna!
Già fornito il su' arringo avea ciascuna e con sospension d'animo grande la sentenza attendea, quando la leggiadrissima Amarilli,
giudicando i miei baci più di quelli d'ogn'altra saporiti, di propria man con quella ghirlandetta gentil, che fu serbata
premio a la vincitrice, il crin mi cinse. Ma, lasso! aprica piaggia così non arse mai sotto la rabbia del can celeste allor che latra e morde,
come ardea il cor mio tutto allor di dolcezza e di desio, e più che mai ne la vittoria vinto. Pur mi riscossi tanto,
che la ghirlanda trattami di capo a lei porsi, dicendo: «Questa a te si convien, questa a te tocca, che festi i baci miei
dolci ne la tua bocca». Ed ella, umanamente presala, al suo bel crin ne feo corona; e d'un'altra, che prima
cingea le tempie a lei, cinse le mie. Ed è questa ch'io porto, e porterò fin al sepolcro sempre, arida come vedi,
per la dolce memoria di quel giorno, ma molto più per segno de la perduta mia morta speranza. Degno se' di pietà più che d'invidia,
Mirtillo, anzi pur Tantalo novello, ché nel gioco d'Amor chi fa da scherzo, tormenta da dovero. Troppe care ti costâr le tue gioie; e del tuo furto
e il piacer e 'l gastigo insieme avesti. Ma s'accorse ella mai di questo inganno? Ciò non so dirti, Ergasto. So ben ch'ella, in que' giorni
ch'Elide fu de la sua vista degno, mi fu sempre cortese di quel soave ed amoroso sguardo. Ma il mio crudo destino
la 'nvolò sì repente, che me ne avvidi appena; ond'io, lasciando quanto già di più caro aver solea, tratto da la virtù di quel bel guardo,
qui, dove il padre mio dopo tant'anni ancor, come t'è noto, serba l'antico suo povero albergo, men venni, e vidi, ah misero! già corso
e sempiterno occaso quell'amoroso mio giorno sereno, che cominciò da sì beata aurora. Al mio primo apparir, sùbito sdegno
lampeggiò nel bel viso; poi chinò gli occhi e girò il piede altrove. «Misero!», allor i' dissi, «questi son ben de la mia morte i segni».
Avea sentita acerbamente intanto la non prevista e sùbita partita il mio tenero padre, e, dal dolore oppresso,
ne cadde infermo, assai vicino a morte; ond'io costretto fui di ritornar a le paterne case. Fu il mio ritorno, ahi lasso!
salute al padre, infermitate al figlio, ché, d'amorosa febbre ardendo, in pochi dì languido venni. E, da l'uscir che fe' di Tauro il sole
fin a l'entrar di Capricorno, sempre in cotal guisa stetti; e sarei certo ancora, se non avesse il mio pietoso padre
opportuno consiglio a l'oracolo chiesto, il qual rispose che sol potea sanarmi il ciel d'Arcadia. Così tornaimi, Ergasto,
a riveder colei che mi sanò del corpo, (oh voce degli oracoli fallace!) per farmi l'alma eternamente inferma.
Strano caso nel vero tu mi narri, Mirtillo, e non può dirsi che di molta pietà non ne sii degno. Ma solo una salute
al disperato è 'l disperar salute. E tempo è già ch'io vada a far di quanto m'hai detto consapevole Corisca. Tu vanne al fonte e là m'attendi, dove
teco sarò quanto più tosto anch'io. Vanne felicemente! Il ciel ti dia di cotesta pietà quella mercede che dar non ti poss'io cortese Ergasto.
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