O primavera, gioventù de l'anno, bella madre di fiori, d'erbe novelle e di novelli amori, tu torni ben, ma teco
non tornano i sereni e fortunati dì de le mie gioie; tu torni ben, tu torni, ma teco altro non torna
che del perduto mio caro tesoro la rimembranza misera e dolente. Tu quella se', tu quella ch'eri pur dianzi sì vezzosa e bella;
ma non son io già quel ch'un tempo fui sì caro agli occhi altrui. O dolcezze amarissime d'Amore, quanto è più duro perdervi, che mai
non v'aver o provate o possedute! Come saria l'amar felice stato, se 'l già goduto ben non si perdesse; o, quando egli si perde,
ogni memoria ancora del dileguato ben si dileguasse! Ma, se le mie speranze oggi non sono, com'è l'usato lor, di fragil vetro,
o se maggior del vero non fa la speme il desiar soverchio, qui pur vedrò colei ch'è 'l sol degli occhi miei;
e, s'altri non m'inganna, qui pur vedrolla al suon de' miei sospiri fermar il piè fugace. Qui pur da le dolcezze
di quel bel volto avrà soave cibo nel suo lungo digiun l'avida vista; qui pur vedrò quell'empia girar inverso me le luci altère,
se non dolci, almen fère, e, se non carche d'amorosa gioia, sì crude almen, ch'i' moia. Oh lungamente sospirato invano
avventuroso dì, se, dopo tanti foschi giorni di pianti, tu mi concedi, Amor, di veder oggi ne' begli occhi di lei
girar sereno il sol degli occhi miei! Ma qui mandommi Ergasto, ove mi disse ch'esser doveano insieme Corisca e la bellissima Amarilli
per fare il gioco “de la cieca”; e pure qui non veggio altra cieca che la mia cieca voglia, che va con l'altrui scorta
cercando la sua luce, e non la trova. O pur frapposto a le dolcezze mie un qualche amaro intoppo non abbia il mio destino invido e crudo?
Questa lunga dimora di paura e d'affanno il cor m'ingombra, ch'un secolo agli amanti per ogn'ora che tardi, ogni momento,
quell'aspettato ben che fa contento. Ma chi sa? troppo tardi son fors'io giunto, e qui m'avrà Corisca, fors'anco, indarno lungamente atteso.
Fui pur anco sollecito a partirmi. Oimè! se questo è vero, i' vo' morire.
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