Per tutto è buona stanza, ov'altri goda, ed ogni stanza al valentuomo è patria. Gli è vero, Uranio, e troppo ben per prova tel so dir io, che le paterne case
giovinetto lasciando e d'altro vago che di pascer armenti o fender solco, or qua or là peregrinando, al fine torno canuto onde partii già biondo.
Pur è soave cosa, a chi del tutto non è privo di senso, il patrio nido, ché die' natura al nascimento umano verso il caro paese, ov'altri è nato,
un non so che di non inteso affetto, che sempre vive e non invecchia mai. Come la calamita, ancor che lunge il sagace nocchier la porti, errando
or dove nasce, or dove more il sole, quell'occulta virtute, ond'ella mira la tramontana sua, non perde mai; così chi va lontan da la sua patria,
benché molto s'aggiri e spesse volte in peregrina terra ancor s'annidi, quel naturale amor sempre ritiene, che pur l'inchina a le natie contrade.
O da me più d'ogn'altra amata e cara più d'ogn'altra, gentil terra d'Arcadia, che col piè tocco e con la mente inchino, se ne' confini tuoi, madre gentile,
foss'io giunto a chiusi occhi, anco t'avrei troppo ben conosciuto, così tosto m'è corso per le vene un certo amico consentimento incognito e latente,
sì pien di tenerezza e di diletto, che l'ha sentito in ogni fibra il sangue. Tu dunque, Uranio mio, se del cammino mi se' stato compagno e del disagio,
ben è ragion che nel gioire ancora de le dolcezze mie tu m'accompagni. Del disagio compagno e non del frutto stato ti son, ché tu se' giunto omai
ne la tua terra, ove posar le stanche membra potrai e più la stanca mente; ma io, che giungo peregrino, e tanto dal mio povero albergo e da la mia
più povera e smarrita famigliuola dilungato mi son, teco traendo per lunga via l'affaticato fianco, posso ben ristorar l'afflitte membra,
ma non l'afflitta mente, a quel pensando che m'ho lasciato addietro e quanto ancora d'aspro cammin per riposar m'avanza. Né so qual altro in questa età canuta
m'avesse, se non tu, d'Elide tratto, senza saper de la cagion, che mosso t'abbia a condurmi in sì rimota parte. Tu sai che 'l mio dolcissimo Mirtillo,
che 'l ciel mi die' per figlio, infermo, venne qui per sanarsi (e già passati sono duo mesi, e più fors'anco) il mio consiglio, anzi quel de l'oracolo seguendo,
che sol potea sanarlo il ciel d'Arcadia. Io, che veder lontan pegno sì caro lungamente non posso, a quella stessa fatal voce ricorsi, a quella chiesi
del bramato ritorno anco consiglio. La qual rispose in cotal guisa a punto: «Torna a l'antica patria, ove felice sarai col tuo dolcissimo Mirtillo,
però ch'ivi a gran cose il ciel sortillo. Ma fuor d'Arcadia il ciò ridir non lice». Tu dunque, o fedelissimo compagno, diletto Uranio mio, che meco a parte
d'ogni fortuna mia se' stato sempre, posa le membra pur, ch'avrai ben onde posar anco la mente: ogni mia sorte, s'ella pur fia come l'addita il cielo,
sarà teco comune. Indarno fôra di sua felicità lieto Carino, se si dolesse Uranio. Ogni fatica
che sia fatta per te, pur che t'aggradi, sempre, Carino mio, seco ha il suo premio. Ma qual fu la cagion che fe' lasciarti, se t'è sì caro, il tuo natio paese?
Musico spirto in giovanil vaghezza d'acquistar fama ov'è più chiaro il grido, ch'avido anch'io di peregrina gloria, sdegnai che sola mi lodasse e sola
m'udisse Arcadia, la mia terra, quasi del mio crescente stil termine angusto; e colà venni, ov'è sì chiaro il nome d'Elide e Pisa e fa sì chiaro altrui.
Quivi il famoso Egon di lauro adorno vidi, poi d'ostro e di virtù pur sempre, sì che Febo sembrava, ond'io, devoto, al suo nome sacrai la cetra e 'l core.
E 'n quella parte, ove la gloria alberga, ben mi dovea bastar d'esser omai giunto a quel segno ov'aspirò il mio core, se, come il ciel mi feo felice in terra,
così conoscitor, così custode di mia felicità fatto m'avesse. Come poi per veder Argo e Micene lasciassi Elide e Pisa, e quivi fussi
adorator di deità terrena, con tutto quel che 'n servitù soffersi, troppo noiosa istoria a te l'udirlo, a me dolente il raccontarlo fôra.
Ti dirò sol che perdei l'opra e 'l frutto. Scrissi, piansi, cantai, arsi, gelai, corsi, stetti, sostenni, or tristo or lieto, or alto or basso, or vilipeso or caro,
e, come il ferro delfico, stromento or d'impresa sublime, or d'opra vile, non temei risco e non schivai fatica. Tutto fei, nulla fui. Per cangiar loco,
stato, vita, pensier, costumi e pelo, mai non cangiai fortuna. Alfin conobbi e sospirai la libertà primiera, e dopo tanti strazi, Argo lasciando
e le grandezze di miseria piene, tornai di Pisa ai riposati alberghi, dove, mercé di provvidenza eterna, del mio caro Mirtillo acquisto fei,
consolator d'ogni passata noia. Oh mille volte fortunato e mille chi sa por meta a' suoi pensieri, in tanto che, per vana speranza immoderata,
di moderato ben non perde il frutto! Ma chi creduto avria di venir meno tra le grandezze e impoverir ne l'oro? I' mi pensai che ne' reali alberghi
fossero tanto più le genti umane, quant'esse han più di tutto quel dovizia ond'è l'umanità sì nobil fregio; ma vi trovai tutto 'l contrario, Uranio.
Gente di nome e di parlar cortese, ma d'opre scarsa e di pietà nemica; gente placida in vista e mansueta, ma più del cupo mar tumida e fèra;
gente sol d'apparenza, in cui se miri viso di carità, mente d'invidia poi trovi, e 'n dritto sguardo animo bieco, e minor fede allor che più lusinga.
Quel, ch'altrove è virtù, quivi è difetto: dir vero, oprar non torto, amar non finto, pietà sincera, inviolabil fede, e di core e di man vita innocente,
stiman d'animo vil, di basso ingegno, sciocchezza e vanità degna di riso. L'ingannare, il mentir, la frode, il furto e la rapina di pietà vestita,
crescer col danno e precipizio altrui e far a sé de l'altrui biasmo onore, son le virtù di quella gente infida. Non merto, non valor, non riverenza,
né d'età né di grado né di legge, non freno di vergogna, non rispetto né d'amor né di sangue, non memoria di ricevuto ben, né, finalmente,
cosa sì venerabile e sì santa o sì giusta esser può, ch'a quella vasta cupidigia d'onori, a quella ingorda fame d'avere inviolabil sia.
Or io, ch'incauto e di lor arti ignaro sempre mi vissi e portai scritto in fronte il mio pensiero e disvelato il core, tu puoi pensar s'a non sospetti strali
d'invida gente fui scoperto segno. Or chi dirà d'esser felice in terra, se tanto a la virtù nòce l'invidia? Uranio mio, se da quel dì, che meco
passò la musa mia d'Elide in Argo, avessi avuto di cantar tant'agio, quanta cagion di lagrimar sempr'ebbi, con sì sublime stil forse cantato
avrei del mio signor l'armi e gli onori, ch'or non avria de la meonia tromba da invidiar Achille; e la mia patria, madre di cigni sfortunati, andrebbe
già per me cinta del secondo alloro. Ma oggi è fatta (oh secolo inumano!) l'arte del poetar troppo infelice. Lieto nido, ésca dolce, aura cortese
bramano i cigni; e non si va in Parnaso con le cure mordaci. E chi pur garre sempre col suo destino e col disagio, vien roco e perde il canto e la favella.
Ma tempo è già di ricercar Mirtillo. Ben che sì nuove e sì cangiate i' trovi, da quel ch'esser solean, queste contrade, ché 'n esse a pena i' riconosco Arcadia,
con tutto ciò vien' lietamente, Uranio. Scorta non manca a peregrin c'ha lingua. Ma forse è ben ch'al più vicino ostello, poi che se' stanco, a riposar ti resti.
Cookies on Poetry Cove