S'io fussi al suon de la faconda lingua
vostra, signor, come vorrei conforme,
destar vedreste il nome mio che dorme,
sì che Letargo al fin temo l'estingua.
Vostro valor, che 'l mio difetto impingua,
prende da sé quelle sì vaghe forme,
forse perché men vesta e me n'informe,
sì che l'arte dal ver non si distingua.
Voi, quasi il sol ch'ignobil vetro allume,
ver me spiegando il vostro raggio altero,
adombrate in altrui quel che voi siete.
Se splende dunque in voi, gran Scipio, il vero,
di me tacendo, a voi lo stil volgete,
che quel che mio vi sembra è vostro lume.