Le più belle citelle del contado
noi siam, che i rozi amori
fuggiamo di bifolchi e di pastori.
Qui né treccia s'innesta o crin si tinge,
né guancia si dipinge.
L'oro, i gigli e le rose
l'alma natura di sua man vi pose.
Matutina rugiada, o puro fonte,
o rio corrente o fiume,
bagna il seno e la fronte.
E quando il sonno ha scolorito il lume
ne gli altrui volti al'ora,
per noi si vede impallidir l'aurora,
né men candido è il cor che puro il viso.
Né perigliosi canti
di sirena omicida,
né finto guardo o simulato viso
fia che prima v'alletti e poi v'ancida.
Non isdegnate, amanti,
in fida povertà dolce tesoro,
che per pompa e per oro
beltà qui non si compra e non si vende,
ma per premio d'Amor amor si rende.