Già nel mio freddo seno Serpendo, in mille nodi entro s' aggira, E da mill' occhi, e mille bocche spira Angue vorace e fero
Ne le vene, e ne l' ossa il suo veleno, Da cui conduce ombrato il senso, e nero, Torbide le sembianze al mio pensiero, Lasso, e l' alte bellezze, onde soave
Aura il cor trasse, e vita in me nutria, Quasi maligna, e ria Aria, che sparga odor noioso, e grave, A sua morte riceve, e 'l già vitale
Spirto hor l' ancide, e fa rimedio il male. Novello Argo vivace Più desto allor, che cieco esser vorrei, Scorgo l' altrui dolcezze, e i dolor miei,
Così con doppie pene Invido insieme, e crudo Amor mi sface; Ma se vinta già l' alma a morir viene, Tosto ei ripara la cadente spene,
Ch' incerta ancor, mentr' ha sospetto, e fede, Erge, e dubbiosa rassicura in parte, Sì che dal mal diparte Quel ch' è più grave, e 'l men figura, e crede,
Misera, e ne' suoi dubbi ella s' appaga, Né saper brama, e d' errar sempre è vaga: Ma di quel vago errore, Quasi occulti nemici, insidiose
Scopro a danno maggior le frodi ascose, Che sveglia ardita, e punge Novella cura addormentato il core, E per solinghe vie tacita, e lunge
Pur da i pensier altrui, s' interna, e giunge Là, dove amica in vista, adorna e finge L' altrui perfidia i suoi celati inganni: “Scorgi”, dice, “gli affanni,
Folle, ov' incauto il tuo voler ti spinge, Che da te stesso i tuoi desir delusi Nodrisci, e 'l proprio error lusinghi, e scusi; Vedi come cortese
Vaga beltà fallace alma ricopre, E poscia amare un dolce aspetto ha l' opre; Vedi com' aspre e fere Da man, ch' affidi altrui, pungon l' offese,
Ch' ond' ei men teme, inaspettata fere, E come a mille antiche prove, e vere Mercé dovuta empio giudicio fura, Che se a te diella, e del tuo merto è sola,
Ingiusto hor te l' invola, Né de' suoi biasmi, o de' tuoi torti ha cura, Vedi, mentr' altri pregia, e te disdegna, Che 'n imperio diviso Amor non regna;
Sgombra da gli occhi il velo, Che ne gli affetti tuoi chiuso t' asconde Qual fra tenebre il lume, e 'l ver confonde Fra cieche voglie involto,
Che degno è puro cor di puro zelo; Rendi da i primi lacci homai disciolto Te stesso a te da fera man ritolto, E quell' alta radice, in cui sostegno
Ebbe il tuo male, e fe' sì amaro il frutto, Svella dal fondo in tutto Giusta vendetta, e generoso sdegno, Né spander lasci i rami, in sì gentile
Ferace terra, ingrata pianta, e vile”. Così mi dice, e mostra Come vana è beltà ch' Amor non orna, Che quel vivo desio, che 'n noi soggiorna,
Entro un bel volto forma Le gratie, e le bellezze imperla e inostra, E di ben vero imaginata forma Sol chi cede ad Amor move e trasforma,
Et ei signor di voluntarie voglie Dolce combatte, e vince aspro, e superbo, E regge allor più acerbo L' imperio suo, che 'n pace altri l' accoglie,
Debil guerrier di forze inferme e lente A chi contrasta, e forte a chi consente. Ecco ch' io già discioglio Gli antichi nodi, e nuovi homai non temo,
Sì del passato duol pavento, e tremo, E qual sicuro in porto D' alta tempesta le reliquie accoglio Saggio nocchier da' primi rischi accorto,
E i miei sparsi pensier chiamo, e conforto, Che, se talor di cara usata gioia Le già spente faville avviva e desta A le mie paci infesta
Dolce memoria, e i miei riposi annoia, L' alma la scaccia, e 'n van d' opporsi prova Vecchia dolcezza a fresca doglia, e nova. De l' altrui voglie ingrate, e de' miei sdegni
Fida trombra risuona, e messagiera, Spiega dogliosa altera Voce, Canzon, che de' miei stratii indegni Con ira il mondo, e con pietade intenda,
E te pregi, altri accusi, e me difenda.
Cookies on Poetry Cove