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1533–1601

LXXXIV

Ascanio Pignatelli

Salisti al cielo, e i pregi tuoi ti furo Quasi scala al fattore, a lui ritorno Festi, Spirto beato, in lui fe' giorno Quel Sol, che cadde a gli occhi nostri oscuro,

Mentre il tuo crine intorno, Qual nobil cerchio di bei rai lucenti, Cingea corona di virtuti ardenti; Lasso, hor che morte intempestiva spense

Le tue glorie nascenti, E 'l dì, ch' a pena accense L' aurora tua, crudele Hespero estinse, Io, che sangue a te giunse, Amore avinse,

Che teco unito, et indi ornato, e chiaro De la tua luce sfavillava in parte, Poi ch' i tuoi raggi empio destin avaro Da le tenebre mie pose in disparte,

Fui, come puro, e luminoso teco, Così fuor del tuo lume ombrato, e cieco. Ma chi ci parte? E qual divider forza Può due cor, che sì stretti un nodo unio?

Come non resti meco, o non veng' io Pur dietro a te? Quai leggi Amor non sforza? Può troncar empio, e rio Fato il fil, che due vite in un raccoglia,

E me ritenga, e te rilasci, e scioglia? Può, dove un fin comun ebbe ogni sorte, Et un' istessa voglia, Varie nutrir la morte

Fortune, e stati? A te disciolto, e scarco Aprir di là di quest' esilio il varco, Me fra lacci tener fera, e superba Chiuso ne la prigion di queste membra?

Può, metr' a l' un pietoso, a l' altro acerba, Me serbar vivo, e te d' ancider sembra, Far a mia pena, e tua gloria infinita, Eterna in me la morte, in te la vita?

Ma tu ch' al tempo, e a i danni suoi ti togli, Et a l' eternità ti serbi e rendi, Frate, perché fra 'l lume, onde risplendi, De la tua gioia in parte hor non m' accogli?

Perché talor non scendi Novo Polluce, e parti i mesi, e i giorni, E le vite alternando a me non torni? Deh de le gratie, ond' infinito abondi

Fra quegli alti soggiorni, Al mio caduco infondi Ben poco homai, che l' imperfetto aiute, O qual segno di pace, e di salute

Lieto fra i nembi tempestosi amari, Ove 'l mio pianto mi sommerge, almeno Felice fiamma, e desiata appari; Così guidami a te col tuo sereno,

E tu sii de la vita aspra inquieta La stella e 'l porto, e le tempeste acqueta. E ben stella sei tu, di doppia luce, De le chiare opre tue serena ardente,

Ma più de' rai di quel gran Sol lucente Che vivace, et eterno in te riluce: Questi l' inferme, e lente Potentie avviva, e tu capace fatto

Quel celeste suon don disponi in atto; Come toglie dal Sol ch' a noi qui sorge Occhio purgato a fatto La luce, onde lui scorge,

E ciò che 'n altri e 'n sé di lume impresse, Così al tu' esempio le sue forme istesse Rendi, e dipingi lui, che non diviso, Qual sommo ben per tutto ampio e diffuso,

In te, mentre lo miri intento e fiso, Si strinse in poco angusto spatio chiuso, Che quasi specchio in breve imago, e viva, L' immenso suo misuri, e circonscriva.

Specchio, ov' espresso il suo gran lume appare, In cui di se medesmo ei si compiace, Che dal suo Sol percosso alma e vivace Fiamma, e faville spira ardenti e care,

E di quei rai la face D' alta humiltà nel cavo centro accolta, Come a su' oggetto, in lui raggira e volta, Et a quel segno sol, quasi ad un punto,

Drizza l' alma rivolta In un ristretto e giunto L' infinito splendor, che 'n lei si sparse, E lui del foco infiamma, ond' ei pria l' arse;

Deh come e quinci e quindi allor si move, Fervido Amore, e saettando giostra, Come, se di lassù dolcezza piove, Di giù letitia, e purità dimostra,

E s' indi ei largo e premi, e gratie spende, Ella in lor vece e lodi, e glorie rende. Tu lieve e scarco dal tuo carcer lunge Spiegasti Angel novello a Dio le penne,

Qual parte suol, ch' a forza altri ritenne, Che sciolta al tutto suo si ricongiunge, E l' alma, onde già venne, Con breve giro a chi la diè rendesti,

E fu 'l tuo fine, onde principio avesti: Colà 'l desio, la fede, e quella speme, Che quinci in lui tenesti, Fur la tua scorta insieme,

E gli effetti adeguaro a i tuoi pensieri; Allor seguiro a le speranze i veri Diletti, e fermi, e satio allor non ebbe Che più bramar, né che sprezzar l' affetto;

A la mente piacer perpetuo crebbe, Pace al volere, e luce a l' intelletto: Beato amante allor lo spirto appresso Giacque al su' amato, e trasformò se stesso.

Fra quelle fiamme, ov' arso il tuo cor hai, Gli humani affetti inceneriti hor lassi, E quasi a simil tuo voli, e trapassi, E celeste, e divino in Dio ti fai,

E qual conforme fassi Al foco onde s' imprime o ferro, o pietra, Che, come forma, in loro opra, e penetra, Tal fra l' incendio suo stato e natura

Indi lo spirto impetra, E cangia, e trasfigura Se stesso in lui, che del su' amor l' accese, Anzi convien, ch' entr' a l' ardor ch' apprese,

Dolcemente struggendo ei si dilegue, E, come stilla in ampio mar si mesce, Ch' i flussi e i moti inseparabil segue, Né l' acque sue, ma se medesma accresce,

L' alma fra quegli abissi immersa e mista Nuove grandezze in Dio confusa acquista. Ivi al suo sposo caritate, e zelo Cara la stringe, e quel, che 'n terra feo,

E fu pegno la fé, santo Himeneo, Stabile e fermo hor si consuma in cielo, Ivi da grave e reo Sospetto sciolta i suoi piacer possede,

Gravida poi di quel ch' intende e vede L' alto concetto in sé forma, e ritiene, Da cui poscia succede Parto, ch' a nascer vene

Godendo amando fortunato, e lieto, Ivi fra le sue braccia amico, e queto Sonno dorme tranquilla, e 'n lui si posa, Che 'n quell' alta quiete apre e rivela

I primi rai de la sua luce ascosa, E nel suo più secreto, ov' ei si cela, Riposto albergo, lei, che langue, e brama, Entro a le sue delitie accoglie, e chiama.

All' hora in dolce e pretiosa cena, Se stesso offrendo, e cibo fassi, e mensa, Ov' ella ingorda ha fame, e sete intensa Non men digiuna, che già satia, e piena,

Né quella copia immensa Noia le porge, e 'n quel che brama abonda, E del torrente, che sì largo inonda, E dal gran fonte suo rapido corre,

Beve assetata l' onda, Sì che tutt' altro abhorre; Indi e sovra 'l suo stato alzata allora, (Che 'n sé non cape) e di se stessa fora,

Di quel nettar divin s' inebria, et empie; Celeste manna, che si varia e muta Ne i gusti altrui, che l' altrui voglie adempie, Ch' a goder di se stessa i sensi aiuta,

E dal tempo incorrotta altrui rinfranca, E sorge, e cresce, e mai non scema, o manca; Allor de gli atti suoi, de le fatiche Premio ella coglie, e i fregi, e la corona,

Ch' ei già serbolle, hor le dispensa e dona, Nobil trionfo a le vittorie antiche, Ivi, mentre risona Di concorde armonia perpetua lode,

Che di lui, che la move, intorno s' ode, Qual cetra suol, ch' a dotta man risponde, Gioisce anch' ella, e gode, Che 'n voci alme, e gioconde

Famoso il nome suo voli, e ribombe, E de' suoi pregi siano Angeli trombe, Virtù ministre, e queste pompe ancelle, Che 'n lunga schiera debellati, e vinti

I vitii tragga, e sian l' eccelse, e belle Opre i trofei del suo valor dipinti, E i suoi talenti raddoppiati, e pieni Servo fedele al suo signor rimeni.

Canzon, dal cielo io veggo Ch' a i voti miei benigno nume aspira, Già qual mio Sol d' intorno a me s' aggira, E fra le nebbie mie mi scopre il lume,

Ch' a sé m' infiamma e tira, Già l' antico costume Del mio dubbio sentier fidata scorta Rinova, e i passi drizza, e mi conforta.

Di lui, che sopra il freddo figlio esangue Padre piange infelice, acqueta il lutto, Di' che del fior, che qui troncato langue, A sé Dio colse, e 'n ciel ripose il frutto,

Ivi fra gli alti honor, fra i pregi suoi Hor lo miri, e contempli, e godrà poi.

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