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1474–1533

XXVI

Ludovico Ariosto

Or che la terra di bei fiori è piena, e che gli augelli van cantando a volo, il mar s'acquieta e l'aria s'asserena; io, miser! piango in questi boschi solo,

e notte e giorno e dal mattino a sera, e la mia vita pasco sol di duolo. Per me non è né mai fu primavera, ma nebbia, pioggia, pianto, ira e dolore,

dopo ch'io 'ntrai ne l'amorosa schiera. Non so se palesar ancor l'ardore debba o tenerlo pur nel petto ascoso, per non far crescer sdegno al mio signore;

ma già drento e di fuor ha tanto roso la fiamma, che tutt'ardo, e più non posso trovar al mio languir pace o riposo. Più non ho sangue in vena, e meno in osso

medolla alcuna, né color in volto: tanto fortuna e 'l ciel m'hanno percosso. Però col mio parlar a voi mi volto, fiori, erbe, fronde, selve, boschi e sassi,

poich'ogni altro auditor Amor m'ha tolto. Voi testimoni sète quanti passi errando feci in queste vostre rive coi piedi stanchi, tormentati e lassi.

Fiumi, torrenti, e voi, fontane vive, sapete le mie pene, stenti e guai, e quant'umor dagli occhi miei derive. E tu, soave vento, che ne vai

per queste fronde, sai quanti sospiri e quanti gridi verso il ciel mandai. Fera non è che quivi intorno giri che non sappi 'l mio stato e l'esser mio,

l'angustie, le fatiche e li martìri. O cieli, o fato, o destìn aspro e rio sotto cui nacqui; o dispietata stella, com'ognor sei contraria al mio disio!

O Fortuna perversa, iniqua e fella; o Amor crudel e d'ogni mal radice, ben stolto è chi dà orecchie a tua favella! Tu dimostrasti farmi il più felice

che mai si ritrovasse tra li amanti, per farmi po' in un punto il più infelice. Non son nel regno tuo perle o diamanti che non sian pieni di pungenti spine,

date per premio di sospiri e pianti. Qual lingua potria dir mai le ruine che per te già son state, e quante gente per tua cagion son giunte a miser fine?

Per te si ritrovò Troia dolente; per te cangiossi Dafne in verde alloro, de la cui doglia ancor Febo ne sente; per te Piramo e Tisbe sotto 'l moro

con le sue proprie man si dier la morte; per te Pasife si congiunse al toro; per te Dido, costante, ardita e forte, passossi 'l petto nel partir di Enea;

per te Leandro giunse a trista sorte; per te la cruda e rigida Medea occise il suo fratel; ed altri mille per te sentirno pena acerba e rea.

Non escon d'Etna fuor tante faville, quanti son morti per tuo mal governo, né dà tant'erbe aprile a prati e ville. Il tuo non è già regno, ma uno inferno

ove sempre si piange e si sospira, ove si vive con affanno eterno. Non ti meravigliar se son pien d'ira, s'io mi lamento, signor impio e crudo,

ch'a dirti 'l ver ragion mi sforza e tira. Tu me legasti a un arbor verde e nudo, ch'in sé non avea ancor vigor né possa; al qual fui per diffesa sempre scudo

a ciò non fusse sua radice mossa per freddo o caldo, per tempesta o vento, o da folgor del ciel fiaccata o scossa. Sempre vi stava con ogni arte intento,

con ogni ingegno e forza lo nutriva, e del suo frutto me tenea contento. Ma poi che 'l crebbe e in sino al ciel fioriva, e che del frutto avea qualche speranza,

altri l'accolse, e fu mia mente priva. Quest'è il costume tuo, quest'è l'usanza, fallace Amor; però in pianto destino fornir il breve tempo che m'avanza,

e per il mondo andar qual peregrino, maledicendo te del mal ch'io porto, fin che morte interrompa il mio camino. E s'alcun mai trovasse 'l corpo morto,

prego ciascun che 'l lassi sopra terra, ché, poi che in vita fui senza conforto, dopo morto con fère abbi ancor guerra.

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