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1474–1533

XX

Ludovico Ariosto

Poich'io non posso con mia man toccarte, né dirti a bocca il duol che ognor mi accora, tel voglio noto far con penna e carte. Doglioso e mesto, pien d'affanni ognora,

meno mia vita afflitta e sconsolata dal dì che mal per me tu andasti fuora; chiamo la Morte, e lei non vien, ingrata, a finire il dolor ch'io porto e sento

per non poter saper la tua tornata. Tu festeggi in piacere, ed io tormento, privo di te, che notte e dì ti chiamo: però di ritornar non esser lento.

Tu m'hai pur preso come pesce all'amo, misero me! ch'io son condotto a tanto ch'altro che te non voglio, apprezzo e bramo. Tu vivi lieto ed in me abbonda il pianto;

tu altri godi ed io te sol aspetto; di bianco vesti, ed io di negro ho il manto. Leva tal passion del miser petto; non aspettar sentir mia crudel morta;

ché crudeltà il Ciel tien in dispetto. Qualunque batte alla mia casa o porta, subito corro e dico: – Fors'è il messo che del mio fino amor nova mi porta.

La notte in sogno teco parlo spesso; questo è ben quel che mi consuma il cuore: quando mi sveglio non ti trovo appresso. Piango li giorni, i mesi, i punti e l'ore

che ti partisti, e non dicesti: – Vale; misero, oimè! per te vivo in dolore. Amor crudel con suo pongente strale m'ha fatto sì che sole, ombra non veggio,

rimedio alcun non trovo al mio gran male; e tu, crudel, serai cagion di peggio.

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