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1474–1533

XII bis

Ludovico Ariosto

O lieta piaggia, o solitaria valle, o culto monticel che mi difendi l'ardente sol con le tue ombrose spalle; o fresco e chiaro rivo che discendi

nel bel pratello fra fioretti e fronde, e dolce ad ascoltar mormorio rendi; o se driada alcuna si nasconde fra queste piante, o se invisibil nòta

leggiadra ninfa tra le gelid'onde; o s'alcun fauno qui sovente rota, contemplando si sta l'alta beltade d'alcuna diva a mortal occhi ignota;

o nudi sassi, o malagevol strade, o tenere erbe, o ben nutriti fiori d'aure suavi e liquide rogiade; faggi, pini, genebri, olivi, allori,

sterpi o virgulti o s'altro vi si trova ch'abbi notizia di mie' antichi amori, parlar, anzi con voi doler mi giova: che, come al vecchio gaudio, testimoni

mi siate ancora alla mestizia nuova. Ma pria che di mia doglia oltra ragioni dirò ch'io sia, quantunque de' miei accenti sempre noti vi furo i primi suoni:

ch'io solea i pensier miei lieti e contenti narrarvi, come risposer più volte li concavi antri alle parole attenti. Ma in dubio stommi che l'acerbe e molte

pene amorose sì m'abbino afflitto che le prime sembianze mi sian tolte. Son io quel che solea, dovunque dritto arbor vedeva o tufo alcun men duro,

lasciarvi di Madonna il nome scritto. Son quel che solea dir tanto sicuro ch'alcun di me felice più non era, ignaro, aimè! del rio destin futuro.

Se porto occulta la mia doglia fèra, sento morirmi; e, s'io ne parlo, acquisto non poco biasmo alla mia donna altèra. Per non morir rivelo il mio cor tristo,

ma solo a voi ch'in gli altri casi miei mai sempre fidi secretari ho visto. Quel che qui dico altrove non direi; certo so ben che resteran tra nui,

come già mie allegrezze, ancor li omei. Quella che sì lodar m'odiste, a cui tanto creder solea, m'ha rotto fede; per lei sola arsi ed alsi, ma non fui

solo, come al servire, alla mercede.

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