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1474–1533

SATIRA VII

Ludovico Ariosto

Pistofilo, tu scrivi che, se appresso papa Clemente imbasciator del Duca per uno anno o per dui voglio esser messo, ch’io te ne avisi, acciò che tu conduca

la pratica; e proporre anco non resti qualche viva cagion che me vi induca: che lungamente sia stato de questi Medici amico, e conversar con loro

con gran dimestichezza mi vedesti, quando eran fuorusciti, e quando fòro rimessi in stato, e quando in su le rosse scarpe Leone ebbe la croce d’oro;

che, oltre che a proposito assai fosse del Duca, estimi che tirare a mio utile e onor potrei gran pòste e grosse; che più da un fiume grande che da un rio

posso sperar di prendere, s’io pesco. Or odi quanto acciò ti rispondo io. Io te rengrazio prima, che più fresco sia sempre il tuo desir in essaltarmi,

e far di bue mi vogli un barbaresco; poi dico che pel fuoco e che per l’armi a servigio del Duca in Francia e in Spagna e in India, non che a Roma, puoi mandarmi:

ma per dirmi ch’onor vi si guadagna e facultà, ritruova altro cimbello, se vuoi che l’augel caschi ne la ragna. Perché, quanto all’onor, n’ho tutto quello

ch’io voglio: assai mi può parer ch’io veggio a più di sei levarmisi il capello, perché san che talor col Duca seggio a mensa, e ne riporto qualche grazia

se per me o per li amici gli la chieggio. E se, come d’onor mi truovo sazia la mente, avessi facultà a bastanza, il mio desir si fermeria, ch’or spazia.

Sol tanta ne vorrei, che viver sanza chiederne altrui mi fésse in libertade, il che ottener mai più non ho speranza, poi che tanti mie’ amici podestade

hanno avuto di farlo, e pur rimaso son sempre in servitude e in povertade. Non vuo’ più che colei che fu del vaso de l’incauto Epimeteo a fuggir lenta

mi tiri come un bufalo pel naso. Quella ruota dipinta mi sgomenta ch’ogni mastro di carte a un modo finge: tanta concordia non credo io che menta.

Quel che le siede in cima si dipinge uno asinello: ognun lo enigma intende, senza che chiami a interpretarlo Sfinge. Vi si vede anco che ciascun che ascende

comincia a inasinir le prime membre, e resta umano quel che a dietro pende. Fin che de la speranza mi rimembre, che coi fior venne e con le prime foglie,

e poi fuggì senza aspettar settembre (venne il dì che la Chiesa fu per moglie data a Leone, e che alle nozze vidi a tanti amici miei rosse le spoglie;

venne a calende, e fuggì inanzi agli idi), fin che me ne rimembre, esser non puote che di promessa altrui mai più mi fidi. La sciocca speme alle contrade ignote

salì del ciel, quel dì che ‘l Pastor santo la man mi strinse, e mi baciò le gote; ma, fatte in pochi giorni poi di quanto potea ottener le esperienze prime,

quanto andò in alto, in giù tornò altrotanto. Fu già una zucca che montò sublime in pochi giorni tanto, che coperse a un pero suo vicin l’ultime cime.

Il pero una matina gli occhi aperse, ch’avea dormito un lungo sonno, e visti li nuovi frutti sul capo sederse, le disse: — Che sei tu? come salisti

qua su? dove eri dianzi, quando lasso al sonno abandonai questi occhi tristi? — Ella gli disse il nome, e dove al basso fu piantata mostrolli, e che in tre mesi

quivi era giunta accelerando il passo. — Et io — l’arbor soggiunse — a pena ascesi a questa altezza, poi che al caldo e al gielo con tutti i vènti trenta anni contesi.

Ma tu che a un volger d’occhi arrivi in cielo, rendite certa che, non meno in fretta che sia cresciuto, mancherà il tuo stelo. — Così alla mia speranza, che a staffetta

mi trasse a Roma, potea dir chi avuto pei Medici sul capo avea la cetta o ne l’essilio avea lor sovenuto, o chi a riporlo in casa o chi a crearlo

leon d’umil agnel gli diede aiuto. Chi avesse avuto lo spirito di Carlo Sosena allora, avria a Lorenzo forse detto, quando sentì duca chiamarlo;

et avria detto al duca di Namorse, al cardinal de’ Rossi et al Bibiena (a cui meglio era esser rimaso a Torse), e detto a Contessina e a Madalena,

ala nora, alla socera, et a tutta quella famiglia d’allegrezza piena: — Questa similitudine fia indutta più propria a voi, che come vostra gioia

tosto montò, tosto sarà distrutta: tutti morrete, et è fatal che muoia Leone appresso, prima che otto volte torni in quel segno il fondator di Troia. —

Ma per non far, se non bisognan, molte parole, dico che fur sempre poi l’avare spemi mie tutte sepolte. Se Leon non mi diè, che alcun de’ suoi

mi dia, non spero; cerca pur questo amo coprir d’altr’ésca, se pigliar me vuoi. Se pur ti par ch’io vi debbia ire, andiamo; ma non già per onor né per ricchezza:

questa non spero, e quel di più non bramo. Più tosto di’ ch’io lascierò l’asprezza di questi sassi, e questa gente inculta, simile al luogo ove ella è nata e avezza;

e non avrò qual da punir con multa, qual con minaccie, e da dolermi ogni ora che qui la forza alla ragione insulta. Dimmi ch’io potrò aver ozio talora

di riveder le Muse, e con lor sotto le sacre frondi ir poetando ancora. Dimmi che al Bembo, al Sadoletto, al dotto Iovio, al Cavallo, al Blosio, al Molza, al Vida

potrò ogni giorno, e al Tibaldeo, far motto; tòr di essi or uno e quando uno altro guida pei sette Colli, che, col libro in mano, Roma in ogni sua parte mi divida.

— Qui — dica — il Circo, qui il Foro romano, qui fu Suburra, e questo è il sacro clivo; qui Vesta il tempio e qui il solea aver Iano. — Dimmi ch’avrò, di ciò ch’io leggo o scrivo,

sempre consiglio, o da latin quel tòrre voglia o da tósco, o da barbato argivo. Di libri antiqui anco mi puoi proporre il numer grande, che per publico uso

Sisto da tutto il mondo fe’ raccorre. Proponendo tu questo, s’io ricuso l’andata, ben dirai che triste umore abbia il discorso razional confuso.

Et io in risposta, come Emilio, fuore porgerò il piè, e dirò: — Tu non sa’ dove questo calciar mi prema e dia dolore. — Da me stesso mi tol chi mi rimove

da la mia terra, e fuor non ne potrei viver contento, ancor che in grembo a Iove. E s’io non fossi d’ogni cinque o sei mesi stato uno a passeggiar fra il Domo

e le due statue de’ Marchesi miei; da sì noiosa lontananza domo già sarei morto, o più di quelli macro che stan bramando in purgatorio il pomo.

Se pur ho da star fuor, mi fia nel sacro campo di Marte senza dubbio meno che in questa fossa abitar duro et acro. Ma se ‘l signor vuol farmi grazia a pieno,

a sé mi chiami, e mai più non mi mandi più là d’Argenta, o più qua del Bondeno. Se perché amo sì il nido mi dimandi, io non te lo dirò più volentieri

ch’io soglia al frate i falli miei nefandi; che so ben che diresti: — Ecco pensieri d’uom che quarantanove anni alle spalle grossi e maturi si lasciò l’altro ieri! —

Buon per me ch’io me ascondo in questa valle, né l’occhio tuo può correr cento miglia a scorger se le guancie ho rosse o gialle; che vedermi la faccia più vermiglia,

ben che io scriva da lunge, ti parrebbe, che non ha madonna Ambra né la figlia, o che ‘l padre canonico non ebbe quando il fiasco del vin gli cadde in piazza,

che rubò al frate, oltre li dui che bebbe. S’io ti fossi vicin, forse la mazza per bastonarmi piglieresti, tosto che m’udissi allegar che ragion pazza

non mi lasci da voi viver discosto.

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