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1474–1533

SATIRA V

Ludovico Ariosto

Da tutti li altri amici, Annibale, odo, fuor che da te, che sei per pigliar moglie: mi duol che ‘l celi a me, che ‘l facci lodo. Forse mel celi perché alle tue voglie

pensi che oppor mi debbia, come io danni, non l’avendo tolta io, s’altri la toglie. Se pensi di me questo, tu te inganni: ben che senza io ne sia, non però accuso

se Piero l’ha, Martin, Polo e Giovanni. Mi duol di non l’avere, e me ne iscuso sopra varii accidenti che lo effetto sempre dal buon voler tennero escluso;

ma fui di parer sempre, e così detto l’ho più volte, che senza moglie a lato non puote uomo in bontade esser perfetto. Né senza si può star senza peccato;

che chi non ha del suo, fuor accattarne, mendicando o rubandolo, è sforzato; e chi s’usa a beccar de l’altrui carne, diventa giotto, et oggi tordo o quaglia,

diman fagiani, uno altro dì vuol starne; non sa quel che sia amor, non sa che vaglia la caritade: e quindi avien che i preti sono sì ingorda e sì crudel canaglia.

Che lupi sieno e che asini indiscreti mel dovreste saper dir voi da Reggio, se già il timor non vi tenesse cheti. Ma senza che ‘l dicate, io me ne aveggio;

de la ostinata Modona non parlo, che, tutto che stia mal, merta star peggio. Pigliala, se la vuoi; fa, se déi farlo; e non voler, come il dottor Buonleo,

ala estrema vecchiezza prolungarlo. Quella età più al servizio di Lieo che di Vener conviensi: si dipinge giovane fresco, e non vecchio, Imeneo.

Il vecchio, allora che ‘l desir lo spinge, di sé prosume e spera far gran cose; si sganna poi che al paragon si stringe. Non voglion rimaner però le spose

nel danno; sempre ci è mano adiutrice che soviene alle pover’ bisognose. E se non fosse ancor, pur ognun dice che gli è così: non pòn fuggir la fama,

più che del ver, del falso relatrice, la qual patisce mal chi l’onor ama; ma questa passion debole e nulla, verso un’altra maggior, ser Iorio chiama.

— Peggio è — dice — vedersi un ne la culla, e per casa giocando ir duo bambini, e poco prima nata una fanciulla: et esser di sua età giunto a’ confini,

e non aver che doppo sé lor mostri la via del bene, e non li fraudi e uncini. — Pigliala, e non far come alcuni nostri gentiluomini fanno, e molti féro,

ch’or giaccion per le chiese e per li chiostri: di mai non la pigliar fu il lor pensiero, per non aver figliuoli che far pezzi debbian di quel che a pena basta intiero.

Quel che acerbi non fér, maturi e mézzi fan poi con biasmo: truovan ne le ville e ne le cucine anco a chi far vezzi. Nascono figli e crescon le faville,

et al fin, pusillanimi e bugiardi, s’inducono a sposar villane e ancille, perché i figli non restino bastardi. Quindi è falsificato di Ferrara

in gran parte il buon sangue, se ben guardi; quindi la gioventù vedi sì rara che le virtudi e li bei studi, e molta che degli avi materni i stili impara.

Cugin, fai bene a tòr moglier; ma ascolta: pensaci prima; non varrà poi dire di non, s’avrai di sì detto una volta. In questo il mio consiglio proferire

ti vuo’, e mostrar, se ben non lo richiedi, quel che tu déi cercar, quel che fuggire. Tu ti ridi di me forse, e non vedi come io ti possa consigliar, ch’avuto

non ho in tal nodo mai collo né piedi. Non hai, quando dui giocano, veduto che quel che sta a vedere ha meglio spesso ciò che s’ha a far, che ‘l giocator, saputo?

Se tu vedi che tocchi, o vada appresso il segno il mio parer, dàgli il consenso; se non, riputal sciocco, e me con esso. Ma prima ch’io ti mostri altro compenso,

t’avrei da dir che, se amorosa face ti fa pigliar moglier, che segui il senso. Ogni virtude è in lei, s’ella ti piace: so ben che né orator latin, né greco,

saria a dissuadertilo efficace. Io non son per mostrar la strada a un cieco; ma se tu il bianco e il rosso e il ner comprendi, essamina il consiglio ch’io te arreco.

Tu che vuoi donna, con gran studio intendi qual sia stata e qual sia la madre, e quali sien le sorelle, s’al’onore attendi. S’in cavalli, se ‘n boi, se ‘n bestie tali

guardian le razze, che faremo in questi, che son fallaci più ch’altri animali? Di vacca nascer cerva non vedesti, né mai colomba d’aquila, né figlia

di madre infame di costumi onesti. Oltre che il ramo al ceppo s’assimiglia, il dimestico essempio, che le aggira pel capo sempre, ogni bontà sgombiglia.

Se la madre ha duo amanti, ella ne mira a quattro e a cinque, e spesso a più di sei, et a quanti più può la rete tira: e questo per mostrar che men di lei

non è leggiadra, e non le fur del dono de la beltà men liberali i dèi. Saper la balia e le compagne è buono: se appresso il padre sia nodrita o in corte,

al fuso, all’ago, o pur in canto e in suono. Non cercar chi più dote, o chi ti porte titoli e fumi e più nobil parenti che al tuo aver si convenga e alla tua sorte;

ché difficil sarà, se non ha venti donne poi dietro e staffieri e un ragazzo che le sciorini il cul, tu la contenti. Vorrà una nana, un bufoncello, un pazzo,

e compagni da tavola e da giuoco che tutto il dì la tengano in solazzo. Né tòr di casa il piè, né mutar loco vorrà senza carretta; ben ch’io stimi,

fra tante spese, questa spesa poco: che se tu non la fai, che sei de’ primi e di sangue e d’aver ne la tua terra, non la farà già quei che son degli imi.

E se mattina e sera ondeggiando erra con cavalli a vettura la Giannicca, che farà chi del suo li pasce e ferra? Ma se l’altre n’han dui, ne vuol la ricca

quattro; se le compiaci, più che ‘l conte Rinaldo mio la te aviluppa e ficca; se le contrasti, pon la pace a monte, e come Ulisse al canto, tu l’orecchia

chiudi a pianti, a lamenti, a gridi et onte; ma non le dir oltraggio, o t’apparecchia cento udirne per uno, e che ti punga più che punger non suol vespe né pecchia.

Una che ti sia ugual teco si giunga, che por non voglia in casa nuove usanze, né più del grado aver la coda lunga. Non la vuo’ tal che di bellezze avanze

l’altre, e sia in ogni invito, e sempre vada capo di schiera per tutte le danze. Fra bruttezza e beltà truovi una strada dove è gran turba, né bella né brutta,

che non t’ha da spiacer, se non te aggrada. Che quindi esce, a man ritta truova tutta la gente bella, e dal contrario canto quanta bruttezza ha il mondo esser ridutta.

Quinci più sozze, e poi più sozze quanto tu vai più inanzi; e quindi truovi i visi più di bellezza e più tenere il vanto. S’ove déi tòr la tua vuoi ch’io te avisi,

o ne la strada, o a man ritta nei campi dirò, ma non di là troppo divisi. Non ti scostar, non ir dove tu inciampi in troppo bella moglie, sì che ognuno

per lei d’amor e di desire avampi. Molti la tenteranno, e quando ad uno repugni, o a dui, o a tre, non star in speme che non ne abbia aver vittoria alcuno.

Non la tòr brutta; che torresti insieme perpetua noia; mediocre forma sempre lodai, sempre dannai le estreme. Sia di buona aria, sia gentil, non dorma

con gli occhi aperti; che più l’esser sciocca d’ogni altra ria deformità deforma. Se questa in qualche scandalo trabocca, lo fa palese, in modo che dà sopra

li fatti suoi facenda ad ogni bocca. L’altra, più saggia, si conduce all’opra secretamente, e studia, come il gatto, che la immondizia sua la terra copra.

Sia piacevol, cortese, sia d’ogni atto di superbia nimica, sia gioconda, non mesta mai, non mai col ciglio attratto. Sia vergognosa; ascolti e non risponda

per te dove tu sia; né cessi mai, né mai stia in ozio; sia polita e monda. De dieci anni o di dodici, se fai per mio consiglio, fia di te minore;

di pare o di più età non la tòr mai: perché passando, come fa, il megliore tempo e i begli anni in lor prima che in noi, ti parria vecchia, essendo anco tu in fiore.

Però vorrei che ‘l sposo avesse i suoi trent’anni, quella età che ‘l furor cessa presto al voler, presto al pentirse poi. Tema Dio, ma che udir più d’una messa

voglia il dì non mi piace; e vuo’ che basti s’una o due volte l’anno si confessa. Non voglio che con gli asini che basti non portano abbia pratica, né faccia

ogni dì tórte al confessore e pasti. Voglio che se contenti de la faccia che Dio le diede, e lassi il rosso e il bianco ala signora del signor Ghinaccia.

Fuor che lisciarsi, uno ornamento manco d’altra ugual gentildonna ella non abbia; liscio non vuo’, né tu credo il vogli anco. Se sapesse Erculan dove le labbia

pon quando bacia Lidia, avria più a schivo che se baciasse un cul marzo, di scabbia. Non sa che ‘l liscio è fatto col salivo de le giudee che ‘l vendon; né con tempre

di muschio ancor perde l’odor cattivo. Non sa che con la merda si distempre di circoncisi lor bambini il grasso d’orride serpi che in pastura han sempre.

Oh quante altre spurcizie a dietro lasso, di che s’ungono il viso, quando al sonno se acconcia il steso fianco, e il ciglio basso! Sì che quei che le baciano, ben ponno

con men schivezza e stomachi più saldi baciar lor anco a nuova luna il conno. Il sollimato e gli altri unti ribaldi, di che ad uso del viso empion gli armari,

fan che sì tosto il viso lor s’affaldi; o che i bei denti, che già fur sì cari, lascian la bocca fetida e corrotta, o neri e pochi restano, e mal pari.

Segua le poche, e non la volgar frotta; né sappia far la tua bianco né rosso, ma sia del filo e de la tela dotta. Se tal la truovi, consigliar ti posso

che tu la prenda; se poi cangia stile, e che se tiri alcun gallante a dosso, o faccia altra opra enorme, e che simìle il frutto, in tempo del ricor, non esca

ai molti fior ch’avea mostrato aprile; de la tua sorte, e non di te t’incresca, che per indiligenza e poca cura gusti diverso al’apetito l’ésca.

Ma chi va cieco a prenderla a ventura, o chi fa peggio assai, che la conosce, e pur la vuol, sia quanto voglia impura, se poi pentito si batte le cosce

altro che sé non de’ imputar del fallo, né cercar compassion de le sue angosce. Poi ch’io t’ho posto assai bene a cavallo, ti voglio anco mostrar come lo guidi,

come spinger lo déi, come fermallo. Tolto che moglie avrai, lascia li nidi degli altri, e sta sul tuo; che qualche augello, trovandol senza te, non vi si annidi.

Falle carezze, et amala con quello amor che vuoi ch’ella ami te; aggradisci, e ciò che fa per te paiati bello. Se pur tal volta errasse, l’ammonisci

sanza ira, con amore; e sia assai pena che la facci arrossir senza por lisci. Meglio con la man dolce si raffrena che con forza il cavallo, e meglio i cani

le lusinghe fan tuoi che la catena. Questi animal, che son molto più umani, corregger non si dén sempre con sdegno, né, al mio parer, mai con menar de mani.

Ch’ella ti sia compagna abbi disegno; non come in comperata per tua serva reputa aver in lei dominio e regno. Cerca di sodisfarle ove proterva

non sia la sua domanda, e, compiacendo, quanto più amica puoi te la conserva. Che tu la lasci far non te commendo, senza saputa tua, ciò ch’ella vuole;

che mostri non fidarti anco riprendo. Ire a conviti e publiche carole non le vietar, né, ali suoi tempi, a chiese, dove ridur la nobiltà si suole:

gli adùlteri né in piazza né in palese, ma in case de vicini e de commatri, balie e tal genti, han le lor reti tese. Abbile sempre, ai chiari tempi e agli atri,

dietro il pensier, né la lasciar di vista: che ‘l bel rubar suol far gli uomini latri. Studia che compagnia non abbia trista: a chi ti vien per casa abbi avvertenza,

che fuor non temi, e dentro il mal consista; ma studia farlo cautamente, senza saputa sua; che si dorria a ragione s’in te sentisse questa diffidenza.

Lievale quanto puoi la occasione d’esser puttana, e pur se avien che sia, almen che ella non sia per tua cagione. Io non so la miglior di questa via

che già t’ho detta, per schivar che in preda ad altri la tua donna non se dia. Ma s’ella n’avrà voglia, alcun non creda di ripararci: ella saprà ben come

far ch’al suo inganno il tuo consiglio ceda. Fu già un pittor, Galasso era di nome, che dipinger il diavolo solea con bel viso, begli occhi e belle chiome;

né piei d’augel né corna gli faccea, né faccea sì leggiadro né sì adorno l’angel da Dio mandato in Galilea. Il diavol, riputandosi a gran scorno

se fosse in cortesia da costui vinto, gli apparve in sogno un poco inanzi il giorno, e gli disse in parlar breve e succinto ch’egli era, e che venia per render merto

de l’averlo sì bel sempre dipinto; però lo richiedesse, e fosse certo di subito ottener le sue domande, e di aver più che non se gli era offerto.

Il meschin, ch’avea moglie d’admirande bellezze, e ne vivea geloso, e n’era sempre in sospetto et in angustia grande, pregò che gli mostrasse la maniera

che s’avesse a tener, perché il marito potesse star sicur de la mogliera. Par che ‘l diavolo allor gli ponga in dito uno annello, e ponendolo gli dica:

— Fin che ce ‘l tenghi, esser non puoi tradito. — Lieto ch’omai la sua senza fatica potrà guardar, si sveglia il mastro, e truova che ‘l dito alla moglier ha ne la fica.

Questo annel tenga in dito, e non lo muova mai chi non vuol ricevere vergogna da la sua donna; e a pena anco gli giova, pur ch’ella voglia, e farlo si dispogna.

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