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1474–1533

CANTO XXXVII.

Ludovico Ariosto

S E comein acqui star qualch'al tro dono Che senza indu stria non puo da re Natura, Affaticate notte e di si sono Con somma dili gentia e lunga cura

Le valorose donne, e se con buono Successo, n'e uscit'opra non oscura, Cosi si fosson poste a quelli studi Ch'immortal fanno le mortal virtudi.

E che per se medesime potuto Havesson dar memoria alle sue lode, Non mendicar da gli scrittori aiuto Aiquali astio & invidia il cor si rode

Che'l ben che ne puon dir spesso e taciuto, E'l mal, quanto ne san per tutto s'ode, Tanto il lor nome sorgeria, che forse Viril fama a tal grado unqua non sorse.

Non basta a molti di prestarsi l'opra In far l'un l'altro glorioso al mondo, Ch'ancho studian di far che si discuopra Cio che le donne hanno fra lor d'immondo,

Non le vorrian lasciar venir di sopra E quanto puon fan per cacciarle al fondo, Dico gli antiqui, quasi l'honor debbia D'esse, il lor'oscurar, come il Sol nebbia.

Ma non hebbe e non ha mano ne lingua Formando in voce, o discrivendo in carte, Quantunqueil mal quanto puo accresce e impingua E minuendo il ben va con ogni arte,

Poter perho, che de le donne estingua La gloria si: che non ne resti parte, Ma non gia tal che presso al segno giunga Ne ch'ancho se gli accosti di gran lunga.

Ch'Arpalice non fu, non fu Tomyri Non fu chi Turno, non chi Hettor soccorse Non chi seguita da Sidonii e Tyri Ando per lungo mare in Lybia a porse,

Non Zenobia, non quella che gli Assyri I Persi e gl'Indi con vittoria scorse: Non fur queste e poch'altre degne sole, Di cui per arme eterna fama vole.

E di fedeli e caste e saggie e forti Stato ne son non pur in Grecia e in Roma, Ma in ogni parte ove fra gl'Indi e gli Horti De le Hesperide il Sol spiega la chioma,

De le quai sono i pregi a gli honor morti Si ch'a pena di mille una si noma E questo perche havuto hanno a i lor tempi Gli scrittori bugiardi invidi & empi.

Non restate perho donne a cui giova Il bene oprar, di seguir vostra via, Ne da vostra alta impresa vi rimuova Tema che degno honor non vi si dia,

Che come cosa buona non si trova Che duri sempre, cosi anchor ne ria, Se le charte sin qui state e gl'inchiostri Per voi non sono, hor sono a tempi nostri.

Dianzi Marullo, & il Pontan per vui Sono e duo Strozzi il padre e'l figlio stati C'e il Bembo, c'e il Capel, c'e chi qual lui Vediamo, ha tali i cortigian formati:

C'e un Luigi Alaman ce ne son dui Di par da Marte, e da le Muse amati Ambi del sangue che regge la terra, Che'l Menzo fende e d'alti stagni serra

Di questi l'uno oltre che'l proprio instinto Ad honorarvi e a riverirvi inchina E far Parnasso risonare a Cintho Di vostra laude: e porla al ciel vicina,

L'amor la fede il saldo e non mai vinto Per minacciar di stratii e di ruina Animo ch'Issabella gli ha dimostro: Lo fa assai piu, che di se stesso: vostro.

Si che non e per mai trovarsi stanco Di farvi honor ne i suoi vivaci carmi, E s'altri vi da biasmo, non e ch'ancho Sia piu pronto di lui per pigliar l'armi,

E non ha il mondo cavallier che manco La vita sua per la virtu rispiarmi, Da insieme egli materia ond'altri scriva E fa la gloria altrui scrivendo viva.

Et e ben degno che si ricca Donna Ricca di tutto quel valor che possa Esser fra quante al mondo portin gonna, Mai non si sia di sua constantia mossa,

E sia stata per lui vera colonna Sprezzando di Fortuna ogni percossa, Di lei degno egli, e degno ella di lui Ne meglio s'accoppiaro unque altri dui.

Nuovi Trophei pon su la riva d'Oglio Ch'in mezo a ferri a fuochi anavi a ruote Ha sparso alcun tanto ben scritto foglio Che'l vicin fiume invidia haver gli puote:

Appresso a questo un'Hercol Bentivoglio, Fa chiaro il vostro honor con chiare note E Renato Trivulcio, e'l mio Guidetto E'l Molza a dir di voi da Phebo eletto.

C'e'l Duca de Carnuti Hercol figliuolo Del Duca mio, che spiega l'ali come Canoro Cigno, e va cantando a volo E fin'al cielo udir fa il vostro nome,

C'e il mio Signor del Vasto a cui non solo Di dare a mille Athene, e a mille Rome Di se materia basta, ch'ancho accenna Volervi eterne far con la sua penna.

Et oltre a questi & altri c'hoggi havete Che v'hanno dato gloria, e ve la danno: Voi per voi stesse dar ve la potete, Poi che molte lasciando l'ago e'l panno

Son con le Muse a spegnersi la sete Al fonte d'Aganippe andate, e vanno, E ne ritornan tai che l'opra vostra E piu bisogno a noi ch'a voi la nostra.

Se chi sian queste, e di ciascunavoglio Render buon conto, e degno pregio darle, Bisognera ch'io verghi piu d'un foglio E c'hoggi il canto mio d'altro non parle:

E s'a lodarne cinque o sei ne toglio Io potrei l'altre offendere e sdegnarle, Che faro dunque? ho da tacer d'ognuna? O pur fra tante sceglierne sol una?

Sceglieronne una, e sceglierolla tale Che superato havra l'invidia in modo Che nessun'altra potra havere a male Se l'altre taccio e se lei sola lodo,

Quest'una ha non pur se fatta immortale Col dolce stil di che il meglior non odo, Ma puo qualunque di cui parli o scriva Trar del sepolchro, e far ch'eterno viva.

Come Phebo la candida sorella Fa piu di luce adorna: e piu la mira Che Venere, o che Maia, o ch'altra stella Che va col cielo, o che da se si gira,

Cosi facundia piu ch'all'altre: a quella Di ch'io vi parlo, e piu dolcezza spira, E da tal forza all'alte sue parole Ch'orna a di nostri il ciel d'un altro Sole.

Vittoria e'l nome, e ben conviensi a nata Fra le vittorie, & a chi o vada o stanzi Di Trophei sempre e di Trionphi ornata La vittoria habbia seco, o dietro o inanzi:

Questa e un'altra Artemisia, che lodata Fu di pieta verso il suo Mausolo: anzi Tanto maggior: quanto e piu assai bell'opra Che por sotterra un huom, trarlo di sopra.

Se Laodamia: se la moglier di Bruto: S'Arria: s'Argia: s'Evadne: e s'altre molte Meritar laude per haver voluto Morti i mariti esser con lor sepolte,

Quanto honore a vittoria e piu dovuto Che di Lethe: e del Rio che nove volte L'ombre circonda: ha tratto il suo consorte Mal grado de le Parche e de la Morte.

S'al fiero Achille invidia de la chiara Meonia Tromba il Macedonico hebbe, Quanto invitto Francesco di Pescara Maggiore a te, se vivesse hor, l'havrebbe

Che si casta mogliere, e a te si cara Canti l'eterno honor che ti si debbe, E che per lei si'l nome tuo rimbombe Che da bramar non hai piu chiare trombe.

Se quanto dir se ne potrebbe, o quanto Io n'ho desir, volessi porre in carte, Ne direi lungamente, ma non tanto Ch'a dir non ne restasse ancho gran parte,

E di Marphisa e de i compagni in tanto La bella historia rimarria da parte, Laquale io vi promisi di seguire S'in questo canto mi verreste a udire,

Hora essendo voi qui per ascoltarmi: Et io per non mancar de la promessa, Serbero a maggior otio di provarmi Ch'ogni laude di lei sia da me espressa,

Non perch'io creda bisognar miei carmi A chi se ne fa copia da se stessa, Ma sol per satisfare a questo mio C'ho d'honorarla e di lodar disio.

Donne io conchiudo in somma, ch'ogni etate Molte ha divoi degne d'historia havute, Ma per invidia di scrittori state Non sete dopo morte conosciute,

Ilche piu non sara, poi che voi fate Per voi stesse immortal vostra virtute, Se far le due cognate sapean questo Si sapria meglio ogni lor degno gesto.

Di Bradamante e di Marphisa dico Le cui vittoriose inclyte prove Di ritornare in luce m'affatico: Ma de le diece mancanmi le nove,

Queste ch'io so, ben volentieri esplico, Si perche ogni bell'opra si de dove Occulta sia scoprir, si perche bramo A voi Donne aggradir c'honoro & amo.

Stava Ruggier com'io vi dissi in atto Di partirsi, & havea commiato preso E dall'arbore il brando gia ritratto Che come dianzi non gli fu conteso,

Quando un gran pianto che non lungo tratto Era lontan, lo fe restar sospeso E con le Donne a quella via si mosse, Per aiutar dove bisogno fosse,

Spingonsi inanzi: e via piu chiaro il suon ne Viene, e via piu son le parole intese: Giunti ne la vallea trovan tre donne Che fan quel duolo, assai strane in arnese:

Che fin'all'ombilico ha lor le gonne Scorciate, non so chi poco cortese, E per non saper meglio elle celarsi Sedeano in terra: e non ardian levarsi,

Come quel figlio di Vulcan che venne Fuor de la polve senza madre in vita, E Pallade nutrir se con solenne Cura d'Aglauro, al veder troppo ardita,

Sedendo ascosi i brutti piedi tenne Su la quadriga, da lui prima ordita, Cosi quelle tre giovani le cose Secrete lor, tenean sedendo ascose.

Lo spettacolo enorme e dishonesto L'una e l'altra magnanima guerriera Fe de'l color, che ne i giardin di pesto Esser la rosa suol da primavera,

Riguardo Bradamante, e manifesto Tosto le fu, ch'Ullania una d'esse era, Ullania che da l'Isola perduta In Francia messaggiera era venuta.

E riconobbe non men l'altre due Che dove vide lei vide esse anchora, Ma se n'andaron le parole sue A quella de le tre ch'ella piu honora,

E le domanda chi si iniquo fue E si di legge e di costumi fuora Che quei segreti a gliocchi altrui riveli Che quanto puo, par che Natura celi.

Ullania che conosce Bradamante Non meno ch'alle insegne, alla favella: Esser colei che pochi giorni inante Havea gittati i tre guerrier di sella,

Narra che ad un castel poco distante Una ria gente e di pieta ribella Oltre a ll'ingiuria di scorciarle i panni L'havea battuta e fattol'altri danni.

Ne le sa dir che de lo scudo sia Ne de i tre Re: che per tanti paesi Fatto le havean si lunga compagnia, Non sa se morti, o sian restati presi,

E dice c'ha pigliata questa via: Anchor ch'andare a pie molto le pesi, Per richiamarsi del'oltraggio a Carlo, Sperando che non sia per tolerarlo.

Alle guerriere & a Ruggier che meno Non han pietosi i cor ch'audaci e forti, De bei visi turbo l'aer sereno L'udire, e piu il veder si gravi torti:

Et obliando ogn'altro affar che havieno E senza che li prieghi o che gli eshorti La Donna afflitta a far la sua vendetta: Piglian la via verso quel luogo in fretta.

Di commune parer le sopraveste Mosse da gran bonta, s'haveano tratte, Ch'a ricoprir le parti meno honeste Di quelle sventurate, assai furo atte,

Bradamante non vuol ch'Ullania peste Le strade a pie, c'havea a piede ancho fatte E se la leva in groppa del destriero: L'altra Marphisa, l'altra il buonRuggiero

Ullania a Bradamante che la porta Mostra la via che va al castel piu dritta, Bradamante all'incontro lei conforta Che la vendichera di chi l'ha afflitta,

Lascian la valle: e per via lunga e torta Sagliono un colle hor'a man manca hor ritta, E prima il Sol fu dentro il mare ascoso Che volesser tra via prender riposo,

Trovaro una villetta che la schena Dun erto colle aspro a salir tenea, Ove hebbon buono albergo e buona cena Quale havere in quel loco si potea,

Si mirano d'intorno: e quivi piena Ogni parte di donne si vedea, Quai giovani quai vecchie: e in tanto stuolo Faccia non v'apparia d'un'huomo solo.

Non piu a Iason di maraviglia denno Ne agli Argonauti che venian con lui, Le donne che i mariti morir fenno E i figli,e i padri co i fratelli sui,

Si che per tutta l'isola di Lenno Di viril faccia non si vider dui, Che Ruggier quivi e chi con Ruggier era Maraviglia hebbe all'alloggiar la sera.

Fero ad Ullania & alle Damigelle Che venivan con lei: le due guerriere La sera proveder di tre gonnelle, Se non cosi polite almeno intere,

A se chiama Ruggiero una di quelle Donne c'habitan quivi: e vuol sapere Ove gli huomini sian, ch'un non nevede Et ella a lui questa risposta diede.

Questa che forse e maraviglia a voi Che tante donne senza huomini siamo, E grave e intolerabil pena a noi Che qui bandite misere viviamo,

E perche il duro esilio piu ci annoi Padri, figli, e mariti, che si amiamo, Aspro e lungo divortio da noi fanno Come piace al crudel nostro Tyranno.

Da le sue terre lequai son vicine A noi due leghe, e dove noi sian nate, Qui ci ha mandato il barbaro in confine: Prima di mille scorni ingiuriate,

Et ha gli huomini nostri e noi meschine Di morte e d'ogni stratio minacciate Se quelli a noi verranno: o gli fia detto Che noi dian lor, venendoci, ricetto

Nimico e si costui del nostro nome Che non ci vuol, piu ch'io vi dico, appresso: Ne ch'a noi venga alcun de nostri, come L'odor l'ammorbi del femineo sesso,

Gia due volte l'honor de le lor chiome S'hanno spogliato gli alberi e rimesso, Da indi in qua che'l rio Signor vaneggia In furor tanto, enon e ch'il correggia.

Che'l populo ha di lui quella paura Che maggior haver puo lhuom de la morte Ch'aggiunto al mal voler gli ha la natura Una possanza fuor d'humana sorte,

Il corpo suo di Gigantea statura E piu che di cent'altri insieme forte, Ne pur a noi sue suddite e molesto Ma fa alle strane anchor peggio di questo.

Se l'honor vostro e queste tre vi sono Punto care c'havete in compagnia: Piu vi sara sicuro utile e buono Non gir piu inanzi: e trovar altra via:

Questa al castel de lhuom di chio ragiono A provar mena la costuma ria. Che v'ha posta il crudel con scorno e danno Di donne e di guerrier che di la vanno.

Marganor il fellon (cosi si chiama Il Signor il Tyran di quel castello) Delqual Nerone o s'altri e c'habbia fama Di crudelta, non fu piu iniquo e fello

Il sangue human ma'l feminil piu brama Che'l lupo non lo brama de l'agnello, Fa con onta scacciar le donne tutte Da lor ria sorte a quel castel condutte.

Perche quell'empio in tal furor venisse Volson le donne intendere e Ruggiero, Pregar colei ch'in cortesia seguisse Anzi che cominciasse il conto intero,

Fu il Signor del castel (La Donna disse) Sempre crudel sempre inhumano e fiero, Ma tenne un tempo il cor maligno ascosto Ne si lascio conoscer cosi tosto.

Che mentre duo suoi figli erano vivi Molto diversi da i paterni stili Ch'amavan forestieri & eran schivi Di crudeltade: e de gli altri atti vili

Quivi le cortesie fiorivan, quivi I bei costumi e l'opere gentili Che'l padre mai: quantunque avaro fosse: Da quel che lor piacea non li rimosse.

Le Donne e i Cavallier che questa via Facean tal'hor, venian si ben raccolti, Che si partian de l'alta cortesia De i duo germani inamorati molti,

Amendui questi di cavalleria Parimente i santi ordini havean tolti Cilandro l'un: l'altro Tanacro detto Gagliardi arditi e di Reale aspetto.

Et eran veramente e sarian stati Sempre di laude degni e d'ogni honore, S'in preda non si fossino si dati A quel desir che nominiamo Amore,

Per cui dal buon sentier fur traviati Al labyrinto & al camin d'errore, E cio che mai di buono haveano fatto Resto contaminato e brutto a un tratto.

Capito quivi un cavallier, di corte Del greco Imperator, che seco havea Una sua donna, di maniere accorte, Bella quanto bramar piu si potea:

Cilandro in lei s'inamoro si forte Che morir non l'havendo gli parea, Gli parea che dovesse alla partita Di lei partire insieme la sua vita,

E perche i prieghi non v'havriano loco Di volerla per forza si dispose, Armossi, e dal castel lontano un poco Ove passar dovean: cheto s'ascose,

L'usata audacia e l'amoroso fuoco Non gli lascio pensar troppo le cose, Si che vedendo il cavallier venire L'ando lancia per lancia ad assalire.

Al primo incontro credea porlo in terra, Portar la Donna e la vittoria in dietro, Ma'l cavallier che mastro era di guerra L'osbergo gli spezzo come di vetro,

Venne la nuova al padre ne la terra, Che lo fe riportar sopra un feretro, E ritrovandol morto: con gran pianto Gli die sepulchro a gli antiqui avi a canto.

Ne piu perho ne manco si contese L'albergo e l'accoglienza a questo e a quello, Perche non men Tanacro era cortese Ne meno era gentil di suo fratello,

L'anno medesmo di lontan paese Con la moglie un Baron venne al castello A maraviglia egli gagliardo, & ella Quanto si possa dir leggiadra e bella.

Ne men che bella honesta e valorosa, E degna veramente d'ogni loda, Il cavallier di stirpe generosa Di tanto ardir quanto piu d'altri s'oda:

E ben conviensi a tal valor, che cosa Di tanto prezzo e si eccellente goda, Olindro il cavallier da Lungavilla La donna nominata era Drusilla.

Non men di questa il giovene Tanacro Arse, che'l suo fratel di quella ardesse Che gli fe gustar fine acerbo & acro Del desiderio ingiusto ch'in lei messe,

Non men di lui di violar del sacro E santo hospitio ogni ragione ellesse, Piu tosto che patir che'l duro e forte Nuovo desir lo conducesse a morte.

Ma perch'havea dinanzi a gli occhi il tema Del suo fratel, che n'era stato morto, Pensa di torla in guisa: che non tema Ch'Olindro s'habbia a vendicar del torto,

Tosto s'estingue in lui non pur si scema Quella virtu su che solea star sorto. Che non lo sommergean de i vitii l'acque De le quai sempre al fondo il padre giacque.

Con gran silentio fece quella notte Seco raccor da vent'huomini armati, E lontan dal castel fra certe grotte Che si trovan tra via,messe gli aguati,

Quivi ad Olindro il di le strade rotte E chiusi i passi fur da tutti i lati, E ben che fe lunga difesa, e molta, Pur la moglie e la vita gli fu tolta.

Ucciso Olindro ne meno captiva La bella Donna, addolorata in guisa Ch'a patto alcun restar non volea viva E di gratia chiedea d'essere uccisa,

Per morir si gitto giu d'una riva Che vi trovo sopra un vallone assisa, E non pote morir, ma con la testa, Rotta rimase, e tutta fiacca e pesta.

Altrimente Tanacro riportarla A casa non pote che s'una bara: Fece con diligentia medicarla, Che perder non volea preda si cara,

E mentre che s'indugia a risanarla Di celebrar le nozze si prepara, C'haver si bella Donna e si pudica Debbe nome di moglie e non d'amica.

Non pensa altro Tanacro, altro non brama: D'altro non cura, e d'altro mai non parla: Si vede haverla offesa, e se ne chiama In colpa, e cio che puo fa d'emendarla,

Ma tutto e in vano, quanto egli piu l'ama Quanto piu s'affatica di placarla, Tant'ella odia piu lui, tanto e piu forte: Tanto e piu ferma: in voler porlo a morte

Ma non perho quest'odio cosi ammorza La conoscenza in lei: che non comprenda Che se vuol far quanto disegna, e forza Che simuli, & occulte insidie tenda,

E che'l desir sotto contraria scorza (Ilquale e sol come Tanacro offenda) Veder gli faccia: e che si mostri tolta Dal primo amore, e tutto allui rivolta.

Simula il viso pace, ma vendetta Chiama il cor dentro, e ad altro non attende: Molte cose rivolge, alcune accetta, Altre ne lascia, & altre in dubbio appende

Le par che quando essa a morir si metta Havra il suo intento, e quivi al fin s'apprende: E dove meglio puo morire? o quando Che'l suo caro maritovendicando?

Ella si mostra tutta lieta: e finge Di queste nozze haver sommo disio, E cio che puo indugiarle a dietro spinge Non ch'ella mostri haverne il cor restio:

Piu de l'altre s'adorna, e si dipinge, Olindro al tutto par messo in oblio, Ma che sian fatte queste nozze vuole, Come ne la sua patria far si suole,

Non era perho ver che questa usanza Che dir volea, ne la sua patria fosse, Ma perche in lei pensier mai non avanza Che spender possa altrove, imaginosse

Una bugia: laqual le die speranza Di far morir chi'l suo Signor percosse, E disse di voler le nozze a guisa De la sua patria: e'l modo gli devisa·

La vedovella che marito prende Deve prima (dicea) ch'a lui s'appresse, Placar l'alma del morto ch'ella offende, Facendo celebrargli offici e messe,

In remission de le passate mende Nel tempio ove di quel son l'ossa messe, E dato fin ch'al sacrficio sia Alla sposa l'annel lo sposo dia.

Ma c'habbia in questo mezo il Sacerdote: Su'l vino ivi portato a tale effetto, Appropriate oration devote Sempre il liquor benedicendo detto,

Indi che'l fiasco in una coppa vote E dia alli sposi il vino benedetto, Ma portare alla sposa il vino tocca Et esser prima a porvi su la bocca.

Tanacro che non mira quanto importe Ch'ella le nozze alla sua usanza faccia, Le dice pur che'l termine si scorte D'essere insieme, in questo si compiaccia,

Ne s'avede il meschin ch'essa la morte D'Olindro vendicar cosi procaccia, E si la voglia ha in uno oggetto intensa Che sol di quello, e mai d'altro non pensa.

Havea seco Drusilla una sua vecchia Che seco presa, seco era rimasa: A se chiamolla e le disse all'orecchia Si che non pote udire huomo di casa,

Un subitano tosco m'apparecchia Qual so che sai comporre, e me lo invasa, C'ho trovato la via di vita torre Il traditor figliuol di Marganorre.

E me so come, e te salvar non meno, Ma diferisco a dirtelo piu adagio, Ando la vecchia e apparecchio ilveneno Et acconciollo: e ritorno al palagio,

Di vin dolce di Candia un fiasco pieno Trovo da por con quel succo malvagio, E lo serbo pel giorno de le nozze C'homai tutte l'indugie erano mozze.

Lo statuito giorno al tempio venne Di gemme ornata, e di leggiadre gonne: Ove d'Olindro come gli convenne Fatto havea l'arca alzar su due colonne:

Quivi l'officio si canto solenne, Trasseno a udirlo tutti huomini e donne, E lieto Marganor piu de l'usato Venne col figlio, e con gli amici alato.

Tosto ch'al fin le sante esequie foro E fu col tosco il vino benedetto: Il Sacerdote in una coppa d'oro Lo verso, come havea Drusilla detto,

Ella ne bebbe quanto al suo decoro Si conveniva, e potea far l'effetto: Poi die allo Sposo con viso giocondo Il Nappo, e quel gli fe apparire il fondo.

Renduto il Nappo al Sacerdote, lieto Per abbracciar Drusilla apre le braccia: Hor quivi il dolce stile e mansueto In lei si cangia, e quella gran bonaccia,

Lo spinge a dietro, e gli ne fa divieto E par ch'arda ne gliocchi, e ne la faccia, E con voce terribile e incomposta Gli grida, traditor da me ti scosta.

Tu dunque havrai da me solazzo e gioia Io lagrime da te martiri e guai, Io vo per le mie man c'hora tu muoia Questo e stato venen, se tu nol sai,

Ben mi duol c'hai troppo honorato Boia Che troppo lieve e facil morte fai: Che mani e pene io non so si nefande Che fosson pari al tuo peccato grande .

Mi duol di non vedere in questa morte Il sacrificio mio tutto perfetto, Che s'iol poteva far di quella sorte Ch'era il disio, non havria alcun difetto,

Di cio mi scusi il dolce mio consorte, Riguardi al buon volere e l'habbia accetto Che non potendo come havrei voluto, Io t'ho fatto morir come ho potuto.

E la punition che qui, secondo Il desiderio mio non posso darti, Spero l'anima tua ne l'altro mondo Veder patire, & io staro a mirarti,

Poi disse alzando con viso giocondo I turbidi occhi alle superne parti Questa vittima Olindro in tua vendetta Col buon voler de la tua moglie accetta.

Et impetra per me dal Signor nostro Gratia ch'in Paradiso hoggi io sia teco, Se ti dira che senza merto al vostro Regno anima nonvien, di ch'io l'ho meco,

Che di questo empio e scelerato Mostro Le spoglie opime al santo tempio arreco, E che merti esser puon maggior di questi? Spenger si brutte e abominose pesti?

Fini il parlare insieme con la vita: E morta ancho parea lieta nel volto D'haver la crudelta cosi punita Di chi il caro marito le havea tolto,

Non so se prevenuta: o se seguita Fu da lo spirto di Tanacro sciolto, Fu prevenuta credo, ch'effetto hebbe Prima il veneno in lui perche piu bebbe.

Marganor che cader vede il figliuolo E poi restar ne le sue braccia estinto, Fu per morir con lui, dal grave duolo Ch'alla sprovista lo trafisse, vinto

Duo n'hebbe un tempo, hor si ritrova solo: Due femine a quel termine l'han spinto: La morte a l'un da l'una fu causata E l'altra all'altro di sua man l'ha data.

Amor, pieta, sdegno, dolore, & ira, Disio di morte, e di vendetta insieme Quell'infelice & orbo padre aggira Che come il mar che turbi il vento freme:

Per vendicarsi va a Drusilla, e mira Che di suavita ha chiuse l'hore estreme, E come il punge e sferza l'odio ardente Cerca offendere il corpo che non sente.

Qual serpe che ne l'hasta ch'alla sabbia La tenga fissa, indarno identi metta, O quel mastin ch'al ciottolo che gl'habbia Gittato il viandante, corre in fretta,

E morda in vano con stizza e con rabbia Ne se nevoglia andar senza vendetta: Tal Marganor d'ogni mastin: d'ogni angue Via piu crudel, fa contra il corpo esangue.

E poi che per stracciarlo e farne scempio Non si sfoga il fellon, ne disacerba, Vien fra le donne di che e pieno il tempio, Ne piu l'una de l'altra ci riserba ,

Ma di noi fa col brando crudo & empio Quel che fa con la falce il villan d'herba, Non vi fu alcun ripar ch'in un momento Trenta n'uccise, e ne feri ben cento.

Egli da la sua gente e si temuto C'huomo non fu ch'ardisse alzar la testa: Fuggon le donne col popul minuto Fuor de la chiesa, e chi puouscir non resta,

Quel pazzo impeto al fin fu ritenuto Da gli amici con prieghi, e forza honesta, E lasciando ogni cosa in pianto al basso Fatto entrar ne la rocca in cima al sasso.

E tuttavia la cholera durando Di cacciar tutte per partito prese, Poi che gli amici e'l populo pregando Che non ci uccise a fatto gli contese,

E quel medesmo di fe andare un bando Che tutte gli sgombrassimo il paese, E darci qui gli piacque le confine Misera chi al castel piu s'avcvicine.

Da le mogli cosi furo i mariti Da le madri cosi i figli divisi, S'alcuni sono a noi venire arditi Nol sappia gia chi Marganor n'avisi:

Che di Multe gravissime puniti N'ha molti, e molti crudelmente uccisi: Al suo castello ha poi fatto una legge Di cui peggior non s'ode ne si legge.

Ogni donna che trovin ne la valle La legge vuol (ch'alcuna pur vi cade) Che percuotan con vimini alle spalle E la faccian sgombrar queste contrade,

Ma scorciar prima i panni, e mostrar falle Quel che Natura asconde & Honestade, E s'alcuna vi va ch'armata scorta Habbia di cavallier, vi resta morta.

Quelle c'hanno per scorta cavallieri Son da questo nimico di pietate Come vittime tratte a i cimiteri De i morti figli, e di sua man scannate,

Leva con ignominia arme e destrieri E poi caccia in prigion chi l'ha guidate: E lo puo far: che sempre notte e giorno Si trova piu di mille huomini intorno.

E dir di piu vi voglio anchora,ch'esso S'alcun ne lascia, vuol che prima giuri Su l'hostia sacra, che'l femineo sesso In odio havra fin che la vita duri,

Se perder queste donne e voi appresso Dunque vi pare: ite a veder quei muri, Ove alberga il fellone, e fate prova S'in lui piu forza o crudelta si trova,

Cosi dicendo le guerriere mosse Prima a pietade, e poscia a tanto sdegno, Che se come era notte giorno fosse, Sarian corse al castel senza ritegno,

La bella compagnia quivi pososse, E tosto che l'Aurora fece segno Che dar dovesse al Sol loco ogni stella, Ripiglio l'arme e si rimesse in sella.

Gia sendo in atto di partir: s'udiro Le strade risonar dietro le spalle, D'un lungo calpestio: che gli occhi in giro Fece a tutti voltar giu ne la valle,

E lungi quanto esser potrebbe un tiro Di mano, andar per uno istretto calle Vider da forse venti armati in schiera Di che parte in arcion parte a pied'era.

E che trahean con lor sopra un cavallo Donna ch'al viso haver parea molt'anni, A guisa che si mena un che per fallo A fuoco o a ceppo o a laccio si condanni,

Laqual fu (non ostante l'intervallo) Tosto riconosciuta al viso e a i panni La riconobber queste de la villa Esser la cameriera di Drusilla.

La Cameriera che con lei fu presa Dal rapace Tanacro come ho detto, Et a chi fu dipoi data l'impresa Di quel venen:che fe'l crudele effetto,

Non era entrata ella con l'altre in chiesa, Che di quel che segui stava in sospetto, Anzi in quel tempo de la villa uscita Ove esser spero salva: era fugita.

Havuto Marganor poi di lei spia Laqual s'era ridotta in ostericche, Non ha cessato mai di cercar via Come in man l'habbia accio l'abruci o impicche,

E finalmente l'Avaritia ria Mossa da doni e da proferte ricche Ha fatto ch'un Baron ch'assicurata L'havea in sua terra, a Marganor l'ha data·

E mandata glie l'ha fin'a Costanza Sopra un somier come la merce s'usa: Legata e stretta e toltole possanza Di far parole, e in una cassa chiusa,

Onde poi questa gente l'ha ad instanza Del'huom ch'ogni pietade ha da se esclusa Quivi condotta, con disegno c'habbia L'empio a sfogar sopra di lei sua rabbia.

Come il gran fiume che di Vesulo esce Quanto piu inanzi e verso il mar discende: E che con lui Lambra, e Ticin si mesce, Et Ada, e gli altri onde tributo prende,

Tanto piu altiero e impetuoso cresce: Cosi Ruggier: quante piu colpe intende Di Marganor:cosi le due guerriere: Se gli fan contra piu sdegnose e fiere .

Elle fur d'odio, elle fur d'ira tanta Contra il crudel per tante colpe accese, Che di punirlo, mal grado di quanta Gente egli havea, conclusion si prese,

Ma dargli presta morte troppo santa Pena lor parve, e indegna a tante offese, Et era meglio fargliela sentire Fra stratio prolungandola e martire.

Ma prima liberar la Donna e honesto Che sia condotta da quei Birri a morte, Lentar di briglia col calcagno presto Fece a presti destrier far le vie corte,

Non hebbon gliassaliti mai di questo Uno incontro piu acerbo ne piu forte: Si che han di gratia di lasciar gli scudi E la Donna, e l'arnese, e fuggir nudi.

Si come il Lupo che di preda vada Carco alla tana, e quando piu si crede D'esser sicur: dal cacciator la strada E da suoi cani attraversar si vede,

Getta la soma: e dove appar men rada La scura macchia inanzi, affretta il piede: Gia men presti non fur quelli a fuggire Che li fusson quest'altri ad assalire.

Non pur la Donna e l'arme vi lasciaro Ma de cavalli anchor lasciaron molti, E da rive e da grotte si lanciaro Parendo lor cosi d'esser piu sciolti,

Il che alle Donne & a Ruggier fu caro Che tre di quei cavalli hebbono tolti Per portar quelle tre, che'l giorvo d'hieri Feron sudar le groppe a i tre destrieri.

Quindi espediti segueno la strada Verso l'infame e dispietata villa, Voglion che seco quella vecchia vada Per veder la vendetta di Drusilla,

Ella che teme che non ben le accada Lo niega indarno, epiange e grida e strilla: Ma per forza Ruggier la leva in groppa Del buon Frontino, e via con lei galoppa.

Giunseno in somma onde vedeano al basso Di molte case un ricco borgo e grosso: Che non serrava d'alcun lato il passo Perche ne muro intorno havea ne fosso:

Havea nel mezo un rilevato sasso Ch'un'alta rocca sostenea su'l dosso: A quella si drizzar con gran baldanza Ch'esser sapean di Marganor la stanza.

Tosto che son nel Borgo alcuni fanti Che v'erano alla guardia de l'entrata Dietro chiudon la sbarra, e gia d'avanti Veggion che l'altra uscita era serrata:

Et ecco Marganorre e seco alquanti A pie, e a cavallo, e tutta gente armata: Che con brevi parole, ma orgogliose La ria costuma di sua terra espose.

Marphisa laqual prima havea composta Con Bradamante e con Ruggier la cosa Gli sprono incontro in cambio di risposta, E com'era possente e valorosa

Senza ch'abbassi lancia o che sia posta In opra quella spada si famosa, Col pugno in guisa l'elmo gli martella Che lo fa tramortir sopra la sella.

Con Marphisa la giovane di Francia Spinge a un tempo il destrier, ne Ruggier resta : Ma con tanto valor corre la lancia Che sei: senza levarsela di resta

N'uccide,uno ferito ne la pancia, Duo nel petto, un nel collo, un ne la testa Nel sesto che fuggia l'hasta si roppe Ch'entro alle schene e riusci alle poppe,

La figliuola d'Amon quanti ne tocca Con la sua lancia d'or tanti n'atterra, Fulmine par che'l Cielo ardendo scocca Che cio ch'incontra spezza e getta a terra,

Il popul sgombra, chi verso la rocca, Chi verso il piano, altri si chiude e serra: Chi ne le chiese, e chi ne le sue case: Ne fuor che morti in piazza huomo rimase

Marphisa Marganorre havea legato In tanto con le man dietro alle rene, Et alla vecchia di Drusilla dato Ch'appagata e contenta se ne tiene:

D'arder quel borgo poi fu ragionato S'a penitentia del suo error non viene, Levi la legge ria di Marganorre, E questa accetti ch'essa vi vuol porre.

Non fu gia d'ottener questo fatica Che quella gente oltre al timor c'havea Che piu faccia Marphisa che non dica: Ch'uccider tutti & abbruciar volea,

Di Marganorre affatto era nimica E de la legge sua crudele e rea, Ma'l populo facea come i piu fanno Ch'ubbidiscon piu a quei che piu in odio hanno

Perho che l'un de l'altro non si fida, E non ardisce conferir sua voglia, Lo lascian ch'un bandisca: un'altro uccida, A quel l'havere, a questo l'honor toglia,

Ma il cor che tace qui, su nel ciel grida: Fin che Dio e Santi alla vendetta invoglia, Laqual se ben tarda a venir: compensa L'indugio poi, con punitione immensa,

Hor quella turba d'ira e d'odio pregna Con fatti e con mal dir cerca vendetta. Com'e in proverbio ognun corre a far legna All'arbore che'l vento in terra getta:

Sia Marganorre essempio di chi regna, Che chi mal'opra male al fine aspetta, Di vederlo punir de suoi nefandi Peccati, havean piacer piccioli e grandi.

Molti a chi fur le mogli o le sorelle O le figlie o le madri da lui morte, Non piu celando l'animo ribelle Correan per dargli di lor man la morte:

E con fatica lo difeser quelle Magnanime guerriere, e Ruggier forte: Che disegnato havean farlo morire D'affanno di disagio e di martire.

A quella vecchia che l'odiava quanto Femina odiare alcun nimico possa, Nudo in mano lo dier, legato tanto Che non si sciogliera per una scossa,

Et ella per vendetta del suo pianto, Gli ando facendo la persona rossa Con un stimulo aguzzo, ch'un villano Che quivi si trovo le pose in mano.

La messaggiera e le sue giovani ancho Che quell'onta non son mai per scordarsi, Non s'hanno piu a tener le mani al fianco, Ne meno che la vecchia a vendicarsi,

Ma si e il desir d'offenderlo, che manco Viene il potere, e pur vorrian sfogarsi, Chi con sassi il percuote, chi con l'unge: Altra lo morde, altra co gliaghiil punge.

Come torrente che superbo faccia Lunga pioggia tal volta o nievi sciolte, Va ruinoso e giu da monti caccia Gliarbori: e i sassi: e i campi, e le ricolte:

Vien tempo poi che l'orgogliosa faccia Gli cade, e si le forze gli son tolte, Ch'un fanciullo, una femina per tutto Passar lo puote, e spesso a piede asciutto,

Cosi gia fu che Marganorre intorno Fece tremar, dovunque udiasi il nome, Hor venuto e chi gli ha spezzato il corno Di tanto orgoglio, e si le forze dome,

Che gli puon far sin'a bambini scorno, Chi pelargli la barba, e chi le chiome, Quindi Ruggiero e le Donzelle il passo Alla rocca voltar ch'era sul sasso.

La die senza contrasto in poter loro Chi v'era dentro, e cosi i ricchi arnesi, Ch'in parte messi a sacco, in parte foro Dati ad Ullania, & a compagni offesi,

Ricovrato vi fu lo scudo d'oro, E quei tre Re c'havea il Tyranno presi: Liquai venendo quivi, come parmi D'havervi detto: erano a pie senz'armi.

Perche dal di che fur tolti di sella Da Bradamante, a pie sempre eran'iti Senz'arme, in compagnia de la Donzella Laqual venia dasi lontani liti,

Non so se meglio o peggio fu di quella Che di lor'armi non fusson guerniti, Era ben meglio esser da lor difesa, Ma peggio assai se ne perdean l'impresa.

Perche stata saria com'eran tutte Quelle ch'armate havean seco le scorte, Al cimitero misere condutte De i duo fratelli, e in sacrificio morte,

Glie pur men che morir:mostrar le brutte E dishoneste parti: duro e forte, E sempre questo e ogn'altro obbrobrio amorza Il poter dir che le sia fatto a forza.

Prima ch'indi si partan le guerriere Fan venir gli habitanti a giuramento, Che daranno i mariti alle mogliere De la terra e del tutto il reggimento,

E castigato con pene severe Sara chi contrastare habbia ardimento, In somma quel ch'altrove e del marito Che sia qui de la moglie e statuito.

Poi si feccion promettere ch'a quanti Mai verrian quivi, non darian ricetto, O fosson cavallieri, o fosson fanti, Ne'ntrar li lascerian pur sotto un tetto,

Se per dio non giurassino e per santi O s'altro giuramento v'e piu stretto, Che sarian sempre de le donne amici E de i nimici lor sempre nimici.

E s'havranno in quel tempo, e se saranno Tardi o piu tosto mai per haver moglie, Che sempre a quelle sudditi saranno E ubbidienti a tutte le lor voglie:

Tornar Marphisa prima ch'esca l'anno Disse, e che perdan gli arbori le foglie, E se la legge in uso non trovasse Fuoco e ruina il Borgo s'aspetasse.

Ne quindi si partir che de l'immondo Luogo dov'era, fer Drusilla torre, E col marito in uno Avel, secondo Ch'ivi potean piu riccamente porre,

La vecchia facea in tanto rubicondo Con lo stimulo il dosso a Marganorre, Sol si dolea di non haver tal lena Che potesse non dar triegua alla pena.

L'animose guerriere a lato un tempio Videno quivi una colonna in piazza: Ne laqual fatt'havea quel Tyranno empio Scriver la legge sua crudele e pazza,

Elle imitando d'un Tropheo l'esempio Lo scudo v'attaccaro, e la corazza Di Marganorre, e l'elmo: e scriver fenno La legge appresso ch'esse al loco denno·

Quivi s'indugiar tanto che Marphisa Fe por la legge sua ne la colonna, Contraria a quella che gia v'era incisa A morte & ignominia d'ogni donna,

Da questa compagnia resto divisa Quella d'Islanda per rifar la gonna: Che comparire in corte obbrobio stima Se non si veste, & orna come prima.

Quivi rimase Ullania, e Marganorre Di lei resto in potere, & essa poi Perche non s'habbia in qualche modo a sciorre E le Donzelle un'altra volta annoi,

Lo fe un giorno saltar giu d'una torre Che non fe il maggior salto a giorni suoi, Non piu di lei, ne piu de i suoi si parli, Ma de la compagnia che va verso Arli.

Tutto quel giorno e l'altro fin'appresso L'hora di terza andaro, e poi che furo Giunti dove in due strade e il camin fesso L'una va al campo: e l'altra d'Arli al muro,

Tornar gli amanti ad abbracciarsi, e spesso A tor commiato, e sempre acerbo e duro: Al fin le Donne in campo: e in Arli e gito Ruggiero, & io il mio canto ho qui finito.

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CANTO XXXVII. · Ludovico Ariosto · Poetry Cove