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1474–1533

CANTO XXVIII.

Ludovico Ariosto

D Onne, e voi che le donne have te in pregio Per Dio non da/ te a questa histo ria orecchia A questa che l'ho stier dire in dis pregio E in vostra infa mia e biasmo s'apparecchia

Ben che ne macchia vi puo dar ne fregio Lingua si vile, e sia l'usanza vecchia Che'l volgare ignorante ognun riprenda E parli piu di quel che meno intenda.

Lasciate questo canto che senza esso Puo star l'historia, e non sara men chiara: Mettendolo Turpino anch'io l'ho messo Non per malivolentia ne per gara:

Ch'iov'ami, oltre mia lingua che l'ha espresso Che mai non fu di celebrarvi avara N'ho fatto mille prove, e v'ho dimostro Ch'io son ne potrei esser se non vostro.

Passi chi vuol tre charte o quattro, senza Leggerne verso, e chi pur legger vuole Gli dia quella medesima credenza Che si suol dare a fintioni, e a fole,

Ma tornando al dir nostro, poi ch'udienza Apparecchiata vide a sue parole E darsi luogo incontra al cavalliero Cosi l'historia incomincio l'hostiero.

Astolfo, Re de Longobardi, quello A cui lascio il fratel Monacho il regno: Fu ne la giovinezza sua si bello Che mai poch'altri giunsero a quel segno,

N'havria a fatica un tal fatto a penello Apelle, o Zeusi, o se v'e alcun piu degno: Bello era, & a ciascun cosi parea Ma di molto egli anchor piu si tenea.

Non stimava egli tanto per l'altezza Del grado suo d'havere ognun minore, Ne tanto che di genti e di ricchezca Di tutti i Re vicini era il maggiore,

Quanto che di presentia e di bellezza Havea per tutto'l mondo il primo honore: Godea di questo, udendosi dar loda Quanto di cosa volentier piu s'oda.

Tra glialtri di sua corte havea assai grato Fausto latini un cavallier Romano, Con cui sovente essendosi lodato Hor del bel viso, hor de la bella mano,

Et havendolo un giorno domandato Se mai veduto havea presso o lontano Altro huom di forma cosi ben composto, Contra quel che credea gli fu risposto·

Dico (rispose Fausto) che secondo Ch'io veggo, e che parlarne odo a ciascuno Ne la bellezza hai pochi pari al mondor E questi pochi io li restringo in uno,

Quest'uno e un fratel mio detto Iocondo: (Eccetto lui) ben credero ch'ognuno Di belta molto a dietro tu ti lassi Ma questo sol credo t'adegui e passi.

Al Re parve impossibil cosa udire Che sua la palma infin'allhora tenne: E d'haver conoscenza alto desire Di si lodato giovene gli venne,

Fe si con Fausto, che di far venire Quivi il fratel prometter gli convenne, Ben ch'a poterlo indur che ci venisse Saria fatica, e la cagion gli disse.

Che'l suo fratello era huom che mosso il piede Mai non havea di Roma alla sua vita, Che del ben che Fortuna gli concede Tranquilla e senza affanni havea notrita,

La roba, di che'l padre il lascio herede, Ne mai cresciuta havea ne minuita, E che parrebbe a lui Pavia lontana Piu che non parria a un altro ire alla Tana.

E la difficulta saria maggiore A poterlo spiccar da la mogliere, Con cui legato era di tanto amore Che non volendo lei, non puo volere:

Pur per ubbidir lui che gli e Signore, Disse d'andare, e fare oltre il potere Giunse il Re a prieghi tali offerte e doni Che di negar non gli lascio ragioni.

Partisse, e in pochi giorni ritrovosse Dentro di Roma alle paterne case, Quivi tanto prego, che'l fratel mosse Si ch'a venire al Re gli persuase,

E fece anchor (ben che difficil fosse) Che la cognata tacita rimase, Proponendole il ben che n'usciria, Oltre ch'obligo sempre egli l'havria.

Fisse Iocondo alla partita il giorno, Trovo cavalli, e servitori intanto, V esti fe far per comparire adorno: Che talhor cresce una belta un bel manto

La notte a lato, e'l di la moglie intorno Con gliocchi adhor adhor pregni di pianto Gli dice, che non sa come patire Potra tal lontanaza e non morire.

Che pensandovi sol, da la radice Sveller si sente il cor nel lato manco, Deh vita mia, non piagnere (le dice Iocondo) e seco piagne egli non manco,

Cosi mi sia questo camin felice Come tornar vo fra duo mesi al manco, Ne mi faria passar d'un giorno il segno Se mi donasse il Re mezo il suo regno.

Ne la Donna percio si riconforta, Dice, che troppo termine si piglia, E s'al ritorno non la trova morta Esser non puo se non gran maraviglia,

Non lascia il duol che giorni e notte porta Che gustar cibo e chiudere possa ciglia: Tal che per la pieta Iocondo spesso Si pente, ch'al fratello habbia promesso.

Dal collo un suo monile ella si sciolse Ch'una crocetta havea ricca di gemme E di sante reliquie, che raccolse In molti luoghi un peregrin Boemme,

Et il padre di lei ch'in casa il tolse Tornando infermo di Hierusalemme, Venendo a morte poi ne lascio herede Questa levossi, & al marito diede.

E che la porti per suo amore al collo Lo prega, siche ogn'hor gli ne sovenga, Piacque il dono al marito, & accettollo Non perche dar ricordo gli convenga:

Che ne tempo ne absentia mai dar crollo Ne buona o ria fortuna che gli avenga Potra a quella memoria salda e forte C'ha di lei sempre e havra dopo la morte.

La notte ch'ando inanzi a quella Aurora Che fu il termine estremo alla partenza, Al suo Iocondo par ch'in braccio muora La moglie, che n'ha tosto da star senza,

Mai non si dorme, e inanzi al giorno un hora Viene il marito all'ultima licenza, Monto a cavallo e si parti in effetto E la moglier si ricorco nel letto.

Iocondo anchor duo miglia ito non era Che gli venne la croce raccordata , C'havea sotto il guancial messo la sera , Poi per oblivion l'havea lasciata,

Lasso (dicea tra se) di che maniera Trovero scusa che mi sia accettata? Che mia moglie non creda che gradito Poco da me sia l'amor suo infinito?

Pensa la scusa, e poi gli cade in mente Che non sara accettabile ne buona Mandi famigli mandivi altra gente S'egli medesmo non vi va in persona ,

Si ferma, e al fratel dice, hor pianamente Fin'a Baccano al primo albergo sprona , Che dentro a Roma e forza ch'io rivada E credo ancho di giugnerti per strada.

Non potria fare altri il bisogno mio Ne dubitar ch'io saro tosto teco: Volto il ronzin di trotto, e disse a dio Ne de famigli suoi volse alcun seco,

Gia cominciava quando passo il rio Dinanzi al Sole a fuggir l'aer cieco, Smonta in casa, va al letto, e la consorte Quivi ritrova addormentata forte.

La cortina levo senza far motto E vide quel che men veder credea, Che la sua casta e fedel moglie, sotto La coltre in braccio a un giovene giacea,

Riconobbe l'adultero dibotto Per la pratica lunga che n'havea, Ch'era de la famiglia sua un garzone Allevato da lui d'humil natione.

S'attonito restasse e mal contento Meglio e pensarlo, e farne fede altrui Ch'esserne mai per far l'esperimento Che con suo gran dolor ne fe costui,

Da lo sdegno assalito hebbe talento Di trar la spada, e uccidergli ambedui, Ma da l'amor che porta al suo dispetto All'ingrata moglier, gli fu interdetto .

Ne lo lascio questo ribaldo Amore (Vedi se si l'havea fatto vasallo) Destarla pur, per non le dar dolore Che fosse da lui colta in si gran fallo,

Quanto pote piu tacito usci fuore Scese le scale, e rimonto a cavallo, E punto egli d'Amor cosi lo punse Ch'all'albergo non fu che'l fratel giunse.

Cambiato a tutti parve esser nel volto Vider tutti che'l cor non havea lieto: Ma non v'e chi s'apponga gia di molto E possa penetrar nel suo secreto,

Credeano che da lor si fosse tolto Per gire a Roma, e gito era a Corneto, Ch'Amor sia del mal causa ognun s'avisa Ma non e gia chi dir sappia in che guisa.

Estimasi il fratel che dolor habbia D'haver la moglie sua sola lasciata, E pel contrario duolsi egli & arrabbia Che rimasa era troppo accompagnata,

Con fronte crespa e con gonfiate labbia Sta l'infelice, e sol la terra guata, Fausto ch'a confortarlo usa ogni prova Perche non sa la causa, poco giova.

Di contrario liquor la piaga gli unge E dove tor dovria, gli accresce doglie, Dove dovria saldar, piu l'apre e punge Questo gli fa col ricordar la moglie,

Ne posa di ne notte, il sonno lunge Fugge col gusto, e mai non si raccoglie: E la faccia che dianzi era si bella Si cangia si, che piu non sembra quella.

Par che gliocchi se ascondin ne la testa: Cresciuto il naso par nel viso scarno, De la belta si poca gli ne resta Che ne potra far paragone indarno,

Col duol venne una febbre si molesta Che lo fe soggiornar All'arbia e all'Arno E se di bello havea serbata cosa Tosto resto come al Sol coltarosa.

Oltre ch'a Fausto incresca del fratello Che veggia a simil termine condutto, Via piu glincresce che bugiardo a quello Principe, a chi lodollo parra in tutto,

Mostrar di tutti gli huomini il piu bello Gli havea promesso, e mostrera il piu brutto Ma pur continuando la sua via Seco lo trasse al fin dentro a Pavia.

Gia non vuol che lo vegga il Re improviso Per non mostrarsi di giudicio privo, Ma per lettere inanzi gli da aviso Che'l suo fratel ne viene a pena vivo,

Et ch'era stato all'aria del bel viso Un'affanno di cor tanto nocivo Accompagnato da una febbre ria Che piu non parea quel ch'esser solia.

Grata hebbe la venuta di Iocondo Quanto potesse il Re d'amico havere: Che non havea desiderato al mondo Cosa atretanto, che di lui vedere,

Ne gli spiace vederselo secondo E di bellezza dietro rimanere: Ben che conosca, se non fosse il male Che gli saria superiore o uguale.

Giunto lo fa alloggiar nel suo palagio: Lo visita ogni giorno, ognihora n'ode, Fa gran provision che stia con agio, E d'honorarlo assai si studia e gode,

Langue Iocondo, che'l pensier malvagio C'ha de la ria moglier, sempre lo rode, Ne'l veder giochi ne musici udire Dramma del suo dolor puo minuire.

Le stanze sue che sono appresso al tetto L'ultime, inanzi hanno una sala antica: Quivi solingo (perche ogni diletto Perch'ogni compagnia prova nimica)

Si ritrahea, sempre aggiungendo al petto Di piu gravi pensier nuova fatica: E trovo quivi (hor chi lo crederia?) Chi lo sano de la sua piaga ria.

In capo de la sala, ove e piu scuro Che non vi s'usa le finestre aprire: Vede che'l palco mal si giunge al muro Et fa d'aria piu chiara un raggio uscire:

Pon l'occhio quindi, e vede quel che duro A creder fora a chi l'udisse dire: Non l'ode egli d'altrui, ma se lo vede Et ancho a gli occhi suoi proprii non crede.

Quindi scopria de la Regina tutta La piu secreta stanza e la piu bella: Ove persona non verria introdutta Se per molto fedel non l'havesse ella,

Quindi mirando vide in strana lutta Ch'un Nano aviticchiato era con quella, Et era quel piccin stato si dotto Che la Regina havea messa di sotto.

Attonito Iocondo e stupefatto E credendo sognarsi, un pezzo stette, E quando vide pur che gli era in fatto E non in sogno, a se stesso credette,

A uno sgrignuto mostro e contrafatto Dunque disse costei si sottomette ? Che'l maggiorRe del mondo ha per marito Piu bello e piu cortese, o che appetito.

E de la moglie sua, che cosi spesso Piu d'ognaltra biasmava, ricordosse, Perche'l ragazzo s'havea tolto appresso Et hor gli parve che escusabil fosse:

Non era colpa sua piu che del sesso Che d'un solo huomo mai non contentosse, E s'han tutte una macchia d'uno inchiostro Almen la sua non s'havea tolto un mostro

Il di seguente alla medesima hora Al medesimo loco fa ritorno E la Regina e il Nano vede anchora Che fanno al Re pur il medesmo scorno

Trova l'altro di anchor che si lavora E l'altro, e al fin non si fa festa giorno, E la Regina , che gli par piu strano: Sempre si duol che poco l'ami il Nano.

Stette fra glialtriun giorno a veder ch'ella Era turbata, e in gran malenconia , Che due volte chiamar per la donzella Il Nano fatto havea, n'anchor venia:

Mando la terza volta; & udi quella Che, Madonna egli giuoca, riferia E per non stare in perdita d'un soldo A voi niega venire il manigoldo.

A si strano spettacolo Iocondo Raserena la fronte, e gliocchi, e il viso: E quale in nome, divento giocondo D'effetto anchora, e torno il pianto in riso,

Allegro torna e grasso e rubicondo Che sembra un Cherubin del Paradiso, Che'l Re, il fratello, e tutta la famiglia Di tal mutation si maraviglia.

Se da Iocondo il Re bramava udire Onde venisse il subito conforto, Non men Iocondo lo bramava dire E fare il Re di tanta ingiuria accorto ,

Ma non vorria che piu di se punire Volesse il Re la moglie di quel torto, Si che per dirlo e non far danno a lei Il Re fece giurar su l'Agnusdei.

Giurar lo fe, che ne per cosa detta Ne che gli sia mostrata che gli spiaccia: Anchor ch'egli conosca che diretta/ Mente a sua maesta danno si faccia,

Tardi o per tempo mai fara vendetta, E di piu vuole anchor che se ne taccia Si che ne il malfattor giamai comprenda In fatto o in detto, che'l Re il caso intenda.

Il Re ch'ognaltra cosa se non questa Creder potria, gli giuro largamente, Iocondo la cagion gli manifesta Ond'era molti di stato dolente,

Perche trovata havea la dishonesta Sua moglie, in braccio d'un suovil sergente: E che tal pena al fin l'havrebbe morto Se tardato a venir fosse il conforto.

Ma in casa di sua altezza havea veduto Cosa,che molto gli scemava il duolo: Che se bene in obbrobrio era caduto Era almen certo di non v'esser solo:

Cosi dicendo, e al bucolin venuto Gli dimostro il bruttissimo homiciuolo Che la giumenta altrui sotto si tiene Tocca di sproni e fa giuocar di schene.

Se parve al Re vituperoso l'atto Lo crederete ben senza ch'io'l giuri, Ne fu per arrabbiar, per venir matto Ne fu per dar del capo in tutti i muri,

Fu per gridar, fu per non stare al patto, Ma forza e che la bocca al fin si turi, E che l'ira trangugi amara & acra Poi che giurato havea su l'hostia sacra.

Che debbo far che mi consigli frate? (Disse a Iocondo) poi che tu mi tolli Che con degna vendetta e crudeltade Questa giustissima ira io non satolli?

Lascian (disse Iocondo) queste ingrate E proviam se son l'altre cosi molli: Faccian de le lor femine ad altrui Quel ch'altri de le nostre han fatto a nui.

Ambi gioveni siamo, e di bellezza Che facilmente non troviamo pari, Qual femina sara che n'usi asprezza Se contra i brutti anchor non han ripari?

Se belta non varra ne giovinezza: Varranne almen l'haver con noi danari, Non vo che torni che non habbi prima Di mille moglie altrui la spoglia opima.

La lunga absentia, il veder vari luoghi Praticare altre femine di fuore, Par che sovente disacerbi e sfoghi De l'amorose passioni, il core,

Lauda il parer, ne vuol che si proroghi Il Re l'andata, e fra pochissime hore Con duo scudieri oltre alla compagnia Del cavallier Roman, si mette in via.

Travestiti cercaro, Italia , Francia Le terre de Fiaminghi, e de l'Inglesi: E quante ne vedean di bella guancia Trovavan tutte a i prieghi lor cortesi,

Davano e dato loro era la mancia, E spesso rimetteano i danar spesi Da lor pregate foro molte, e foro Anch'altretante che pregaron loro.

In questa terra un mese, in quella dui Soggiornando, accertarsi a vera prova Che non men ne le lor, che ne l'altrui Femine, Fede e Castita si trova:

Dopo alcun tempo increbbe ad ambedui Di sempre procacciar di cosa nuova: Che mal poteano entrar ne l'altrui porte Senza mettersi a rischio de la morte.

Glie meglio una trovarne che di faccia E di costumi ad ambi grata sia, Che lor communemente sodisfaccia E non n'habbin d'haver mai gelosia,

E perche (dicea il Re) vo che mi spiaccia Haver piu te ch'un'altro in compagnia? So ben ch'in tutto il gran femineo stuolo Una non e, che stia contenta a un solo.

Una, senza sforzar nostro potere Ma quando il natural bisogno inviti: In festa goderemoci e in piacere, Che mai contese non havren ne liti,

Ne credo che si debba ella dolere Che s'ancho ogn'altra havesse duo mariti Piu ch'ad un solo a duo saria fedele Ne forse s'udirian tante querele.

Di quel che disse il Re, molto contento Rimaner parve il giovine Romano, Dunque fermati in tal proponimento Cercar molte montagne e molto piano,

Trovaro al fin secondo il loro intento Una figliuola d'uno hostiero Hispano, Che tenea albergo al porto di Valenza Bella di modi, e bella di presenza.

Era anchor su'l fiorir di primavera Sua tenerella e quasi acerba etade, Di molti figli il padre aggravat'era E nimico mortal di povertade,

Si ch'a disporlo fu cosa leggiera Che desse lor la figlia in potestade, Ch'ove piacesse lor, potesson trarla Poi che promesso havean di ben trattarla.

Pigliano la fanciulla, e piacer n'hanno Hor lun'hor l'altro in charitade e in pace, Come a vicenda i mantici che danno Hor l'uno hor l'altro fiato alla fornace,

Per veder tutta Spagna indi ne vanno E passar poi nel regno di Siphace, E'l di che da Valenza si partiro Ad albergare a Zattiva veniro,

I patroni a veder strade e palazzi Ne vanno, e lochi publici e divini: Ch'usanza han di pigliar simil solazzi In ogni terra ove entran peregrini,

E la fanciulla resta coi ragazzi Altri i letti: altri acconciano i ronzini: Altri hanno cura che sia alla tornata De i Signor lor, la cena apparecchiata.

Ne l'albergo un garzon stava per fante Ch'in casa de la giovene gia stette A servigi del padre, e d'essa amante Fu da primi anni e del suo amor godette,

Ben s'adocchiar, ma non ne fer sembiante Ch'esser notato ognun di lor temette, Ma tosto ch'i patroni, e la famiglia Lor dieron luogo, alzar tra lor le ciglia.

Il fante domando dove ella gisse E qual de i duo Signor l'havesse seco, A punto la Fiammetta il fatto disse (Cosi havea nome, e quel garzone il Greco)

Quando sperai che'l tempo ohime venisse (Il Greco le dicea) di viver teco Fiammetta anima mia, tu te ne vai E non so piu di rivederti mai.

Fannosi i dolci miei disegni amari, Poi che sei d'altri, e tanto mi ti scosti, Io disegnava, havendo alcun danari Con gran fatica, e gran sudor riposti ,

Ch'avanzato m'havea de miei salari E de le bene andate di molti hosti: Di tornare a Valenza, e domandarti Al padre tuo per moglie, e di sposarti.

La fanciulla ne gli homeri si stringe E risponde che fu tardo a venire, Piange il Greco e sospira, e parte finge Vuommi (dice) lasciar cosi morire?

Con le tuo braccia i fianchi almen mi cinge Lasciami disfogar tanto desire, Ch'inanzi che tu parta ogni momento Che teco io stia mi fa morir contento.

La pietosa fanciulla rispondendo Credi dicea, che men di te nol bramo, Ma ne luogo ne tempo ci comprendo Qui dove in mezo di tanti occhi siamo,

Il Greco soggiungea, certo mi rendo Che s'un terzo ami me, di quel ch'io t'amo In questa notte almen troverai loco Che ci potren godere insieme un poco.

Come potro (diceagli la fanciulla) Che sempre in mezo a duo la notte giaccio E meco hor l'uno hor l'altro si trastulla E sempre a l'un di lor mi trovo in braccio:

Questo ti fia (suggiunse il Greco) nulla Che ben ti saprai tor di questo impaccio: E uscir di mezo lor pur che tu voglia E dei voler quando di me ti doglia.

Pensa ella alquanto, e poi dice che vegna Quando creder potra ch'ognuno dorma E pianamente come far convegna E de l'andare e del tornar l'informa

Il Greco, si come ella gli disegna, Quando sente dormir tutta la torma, Viene all'uscio, e lo spinge, e quel gli cede Entra pian piano, e va a tenton col piede.

Fa lunghi i passi, e sempre in quel di dietro Tutto si ferma, e l'altro par che muova A guisa che di dar tema nel vetro Non che'l terreno habbia a calcar, ma l'uova

E tien la mano inanzi simil metro Va brancolando in fin che'l letto trova, E di la dove glialtri havean le piante Tacito si caccio col capo inante.

Fra l'una e l'altra gamba di Fiammetta Che supina giacea, diritto venne, E quando le fu a par l'abbraccio stretta E sopra lei sin presso al di si tenne,

Cavalco forte, e non ando a staffetta Che mai bestia mutar non gli convenne, Che questa pare a lui che si ben trotte Che scender non ne vuol per tutta notte.

Havea Iocondo & havea il Re sentito Il calpestio che sempre il letto scosse, E l'uno e l'altro d'uno error schernito S'havea creduto che'l compagno fosse,

Poi c'hebbe il Greco il suo camin fornito Si come era venuto ancho tornosse: Saetto il Sol dal Orizonte i raggi Sorse Fiammetta, e fece entrare i paggi.

Il Re disse al compagno mottegiando Frate molto camin fatto haver dei, E tempo e ben che ti riposi, quando Stato a cavallo tutta notte sei,

Iocondo a lui rispose di rimando E disse, tu di quel ch'io a dire havrei A te tocca posare,e pro ti faccia Che tutta notte hai cavalcato a caccia.

Anch'io (suggiunse il Re) senza alcun fallo Lasciato havria il mio can correre un tratto Se m'havessi prestato un po il cavallo Tanto che'l mio bisogno havessi fatto:

Iocondo replico, son tuo vasallo Epuoi far meco e rompere ogni patto: Si che non convenia tal cenni usare Ben mi potevi dir lasciala stare.

Tanto replica l'un, tanto soggiunge L'altro, che sono a grave lite insieme, Vengon da motti ad un parlar che punge Ch'ad amenduo l'esser beffato preme,

Chiaman Fiammetta che non era lunge E de la fraude esser scoperta teme: Per fare in viso l'uno all'altro dire Quel che negando ambi parean mentire.

Dimmi (le disse il Re con fiero sguardo) E non temer di me ne di costui, Chi tutta notte fu quel si gagliardo Che ti gode senza far parte altrui?

Credendo l'un provar l'altro bugiardo La risposta aspettavano ambedui, Fiammetta a piedi lor si gitto, incerta Di viver piu vedendosi scoperta.

Domando lor perdono, che d'amore Ch'a un giovinetto havea portato, spinta E da pieta d'un tormentato core Che molto havea per lei patito, vinta:

Caduta era la notte in quello errore, E seguito senza dir cosa finta: Come tra lor con speme si condusse Ch'ambi credesson che'l compagno fusse

Il Re e Iocondo si guardaro in viso Di maraviglia e di stupor confusi, Ne d'haver ancho udito lor fu aviso Ch'altri duo fusson mai cosi delusi,

Poi scoppiaro ugualmente in tanto riso Che con la bocca aperta e gli occhi chiusi Potendo apena il fiato haver del petto A dietro si lasciar cader su'l letto.

Poi c'hebbon tanto riso che dolere Se ne sentiano il petto, e pianger gliocchi Disson tra lor, come potremo havere Guardia che la moglier non ne l'accocchi?

Se non giova tra duo questa tenere E stretta si, che l'uno e l'altro tocchi, Se piu che crini havesse occhi il marito Non potria far che non fosse tradito.

Provate mille habbiamo, e tutte belle: Ne di tante una e anchor che ne contraste, Se provian l'altre, fian simili anch'elle Ma per ultima prova costei baste,

Dunque possiamo creder che piu felle Non sien le nostre o men de l'altre caste, E se son, come tutte l'altre sono: Che torniamo a godercile fia buono.

Conchiuso c'hebbon questo, chiamar fero Per Fiammetta medesima il suo amante: E in presentia di molti gli la diero Per moglie, e dote che gli fu bastante,

Poi montaro a cavallo, e il lor sentiero Ch'era a Ponente: volsero a Levante, Et alle mogli lor se ne tornaro Di ch'affanno mai piu non si pigliaro.

L'hostier qui fine alla sua historia pose Che fu con molta attentione udita: Udilla il Saracin, ne gli rispose Parola mai, fin che non fu finita,

Poi disse, io credo ben che de l'ascose Feminil frode sia copia infinita: Ne si potria de la millesma parte Tener memoria con tutte le charte.

Quivi era un'huom d'eta, c'havea piu retta Opinion de glialtri, e ingegno, e ardire, E non potendo hormai, che si negletta Ogni femina fosse, piu patire,

Si volse a quel c'havea l'historia detta E gli disse, assai cose udimo dire Che veritade in se non hanno alcuna: E ben di queste e la tua favola una.

A chi te la narro non do credenza S'Evangelista ben fosse nel resto, Ch'opinione piu ch'esperienza C'habbia di donne, lo facea dir questo,

L'havere ad una o due malivolenza Fa ch'odia e biasma l'altre oltre all'honesto Ma se gli passa l'ira, io vo tu l'oda Piu c'hora biasmo, ancho dar lor gran loda

E se vorra lodarne, havra maggiore Il campo assai, ch'a dirne mal non hebbe, Di cento potra dir degne d'honore Verso una trista che biasmar si debbe,

Non biasmar tutte, ma serbarne fuore La bonta d'infinite si dovrebbe, Et se'l Valerio tuo disse altrimente Disse per ira, e non per quel che sente.

Ditemi un poco, e di voi forse alcuno C'habbia servato alla sua moglie fede? Che nieghi andar quando gli sia oportuno All'altrui donna, e darle anchor mercede?

Credete in tutto'l mondo trovarne uno? Ch'il dice, mente, e folle e ben chil crede Trovatene vo' alcuna che vi chiami? (Non parlo de le publiche & infami)

Conoscete alcun voi, che non lasciasse La moglie sola, anchor che fosse bella: Per seguire altra donna, se sperasse In breve e facilmente ottener quella?

Che farebbe egli quando lo pregasse O desse premio a lui donna o donzella? Credo per compiacere hor queste hor quelle Che tutti lasciaremmovi la pelle.

Quelle che i lor mariti hanno lasciati Le piu volte cagione havuta n'hanno, Del suo di casa li veggon svogliati E che fuor de l'altrui bramosi vanno,

Dovriano amar volendo essere amati E tor con la misura ch'allor danno, Io farei(se a me stesse il darla e torre) Tal legge, c'huom non vi potrebbe opporre

Saria la legge ch'ogni donna colta In adulterio, fosse messa a morte, Se provar non potesse ch'una volta Havesse adulterato il suo consorte,

Se provar lo potesse, andrebbe asciolta: Ne temeria il marito ne la corte, Christo ha lasciato ne i precetti suoi Non far altrui quel che patir non vuoi.

La incontinenza e quanto mal si puote Imputar lor, non gia a tutto lo stuolo Ma in questo chi ha di noi piu brutte note? Che continente non si trova un solo:

E molto piu n'ha ad arrossir le gote Quando bestemmia, ladroneccio, dolo Usura, & homicidio, e se v'e peggio Raro se non da gli huomini far veggio.

Appresso alle ragioni havea il sincero E giusto vecchio in pronto alcuno esempio Di donne, che ne in fatto ne in pensiero Mai di lor castita patiron scempio,

Ma il Saracin che fuggia udire il vero Lo minaccio con viso crudo & empio Si che lo fece per timor tacere: Ma gia non lo muto di suo parere.

Posto c'hebbe alle liti e alle contese Termine il Re Pagan, lascio la mensa, Indi nel letto per dormir si stese Fin'al partir de l'aria scura e densa,

Ma de la notte a sospirar l'offese Piu de la donna, ch'a dormir dispensa: Quindi parte all'uscir del nuovo raggio E far disegna in nave il suo viaggio.

Perho c'havendo tutto quel rispetto Ch'a buon cavallo dee buon cavalliero A quel suo bello e buono, ch'a dispetto Tenea di Sacripante e di Ruggiero,

Vedendo per duo giorni haverlo stretto Piu che non si dovria si buon destriero, Lo pon per riposarlo: e lo rassetta In una barca, e per andar piu in fretta.

Senza indugio al Nocchier varar la barca E dar fa i remi all'acqua da la sponda, Quella non molto grande:e poco carca Se ne va per la Sonna giu a seconda,

Non fugge il suo pensier: ne se ne scarca Rodomonte per terra ne per onda: Lo trova in su la proda, e in su la poppa: E se cavalca il porta dietro in groppa

Anzi nel capo, o sia nel cor gli siede: E di fuor caccia ogni conforto e serra, Di ripararsi il misero non vede Da poi che gli nimici ha ne la terra,

Non sa da chi sperar possa mercede Se gli fanno i domestici suoi guerra: La notte, e'l giorno, e sempre, e combattuto Da quel crudel che dovria dargli aiuto.

Naviga il giorno e la notte seguente Rodomonte col cor d'affanni grave: E non si puo l'ingiuria tor di mente Che da la donna e dal suoRe havuto have:

E la pena e il dolor medesmo sente Che sentiva a cavallo anchora in nave: Ne spegner puo per star ne l'acqua il fuoco Ne puo stato mutar per mutar loco.

Come l'infermo che dirotto e stanco Di febbre ardente, va cangiando lato, O sia su l'uno o sia su l'altro fianco Spera haver, se si volge, miglior stato,

Ne su'l destro riposa, ne su'l manco: E per tutto ugualmente e travagliato: Cosi il Pagano al male ond'era infermo Mala trova in terra e male in aqua schermo

Non puote in nave haver piu patienza E si fa porre in terra Rodomonte Lion passa e Vienna , indi Valenza, E vede in Avignone il ricco ponte,

Che queste terre & altre ubidienza, Che son tra il fiume e'l Celtibero monte: Rendean al re Agramante, e al re di Spagna Dal di che fur Signor de la campagna.

Verso Acquamorta a man dritta si tenne Con animo in Algier passare in fretta: E sopra un fiume ad una villa venne E da Baccho e da Cerere diletta,

Che per le spesse ingiurie che sostenne Da i soldati a votarsi fu constrettta, Quinci il gran mare, e quindi ne l'apriche Valli, vede ondeggiar le bionde spiche.

Quivi ritrova una piccola chiesa Di nuovo sopra un monticel murata, Che poi ch'intorno era la guerra accesa I sacerdoti vota havean lasciata:

Per stanza fu da Rodomonte presa Che pel sito, e perch'era sequestrata Da i campi, onde havea in odioudir novella Gli piacque si, che muto Algieri in quella.

Muto d'andare in Africa pensiero Si commodo gli parve il luogo e bello, Famigli e carriaggi e il suo destriero Seco alloggiar fe nel medesmo hostello,

Vicino a poche leghe a Mompoliero E ad alcun'altro ricco e buon castello Siede il villagio, allato alla riviera, Si che d'havervi ogn'agio il modo v'era.

Standovi un giorno il Saracin pensoso (Come pur era il piu del tempo usato) Vide venir per mezo un prato herboso Che d'un piccol sentiero era segnato,

Una donzella di viso amoroso, In compagnia d'un monacho barbato E si traheano dietro un gran destriero Sotto una soma coperta di nero.

Chi la donzella, chi'l monacho sia, Chi portin seco, vi debbe esser chiaro, Conoscere Issabella si dovria Che'l corpo havea del suo Zerbino caro:

Lasciai che ver Provenza ne venia Sotto la scorta del vecchio preclaro, Che le havea persuaso tutto il resto Dicare a Dio del suo vivere honesto.

Come ch'in viso pallida e smarrita Sia la donzella, & habbia i crini inconti, E facciano i sospir continua uscita Del petto acceso, e gliocchi sien duo fonti

Et altri testimoni d'una vita Misera e grave in lei si veggan pronti: Tanto perho di bello ancho le avanza Che con le Gratie Amorvi puo haver stanza

Tosto che'l Saracin vide la bella Donna apparir, messe il pensiero al fondo, C'havea di biasmar sempre e d'odiar quella Schiera gentil che pur adorna il mondo,

E ben gli par dignissima Issabella In cui locar debba il suo amor secondo. E spenger totalmente il primo, a modo Che da l'asse si trahe chiodo con chiodo.

Incontra se le fece, e col piu molle Parlar che seppe, e col miglior sembiante: Di sua conditione domandolle: Et ella ogni pensier gli spiego inante:

Come era per lasciare il mondo folle E farsi amica a Dio con opre sante: Ride il Pagano altier, ch'in Dio non crede D'ogni legge nimico e d'ogni fede.

E chiama intentione erronea e lieve: E dice che per certo ella troppo erra, Ne men biasmar che l'avaro si deve Che'l suo ricco thesor metta sotterra,

Alcuno util per se non ne riceve E da l'uso de glialtri huomini il serra, Chiuder leon si denno, orsi, e serpenti E non le cose belle & innocenti.

Il Monacho ch'a questo havea l'orecchia E per soccorrer la giovane incauta Che ritratta non sia per la via vecchia: Sedea al governo qual pratico nauta,

Quivi di spiritual cibo apparecchia Tosto una mensa sontuosa e lauta: Ma il Saracin che con mal gusto nacque Non pur la saporo che gli dispiacque.

E poi ch'in vano il Monacho interroppe E non pote mai far si che tacesse, E che di patienza il freno roppe Le mani adosso con furor gli messe,

Ma le parole mie parervi troppe Potriano homai se piu se ne dicesse, Si che finiro il canto, e mi fia specchio Quel che per troppo dire accade alvecchio.

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