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1474–1533

CANTO XLIII.

Ludovico Ariosto

O EsecrabileAva ritia, o ingor/ da Fama d'havere, io non mi ma/ raviglio Ch'ad alma vi/ le e d'altre ma cchie lorda Si facilmentedar possi di piglio,

Ma che meni legato in una corda E che tu impiaghi del medesmo artiglio Alcun che per altezza era d'ingegno Se te schivar potea, d'ogni honor degno

Alcun la terra, e'l mare, e'l ciel misura E render sa tutte le cause a pieno D'ogni opra, d'ogni effetto di Natura: E poggia si ch'a Dio riguarda in seno,

E non puo haver piu ferma e maggior cura Morso dal tuo mortifero veleno, Ch'unir thesoro, e questo sol gli preme E ponvi ogni salute: ogni sua speme.

Rompe eserciti alcuno, e ne le porte Si vede entrar di bellicose terre, Et esser primo a porre il petto forte Ultimo a trarre in perigliose guerre,

E non puo riparar che sino a morte Tu nel tuo cieco carcere nol serre, Altri d'altre arti e d'altri studi industri Oscuri fai :che sarian chiari e illustri,

Che d'alcune diro belle e gran donne? Ch'a bellezza, a virtu de fidi amanti, A lunga servitu, piu che colonne Io veggo dure immobili e constanti?

Veggo venir poi l'Avaritia, e ponne Far si, che par che subito le incanti In un di, senza amor (chi fia chel creda? A unvecchio, a un brutto, a un mostro le da in preda

Non e senza cagion s'io me ne doglio Intendami chi puo che m'intend'io: Ne perho di proposito mi toglio Ne la materia del mio canto oblio,

Ma non piu a quel c'ho detto adattar voglio Ch'a quel ch'io v'ho da dire, il parlar mio: Hor torniamo a contar del Paladino Ch'ad assaggiare il vaso fu vicino.

Io vi dicea ch'alquanto pensar volle Prima ch'a i labri il vaso s'appressasse: Penso,e poi disse ben sarebbe, folle Chi quel che nonvorria trovar cercasse,

Mia donna e donna, & ogni donna e molle Lascian star mia credenza come stasse: Sin qui m'ha il creder mio giovato e giova Che possio megliorar per farne prova?

Potria poco giovare e nuocer molto Che'l tentar qualche volta Idio disdegna Non so s'in questo io mi sia saggio o stolto Ma non vo piu saper che mi convegna,

Hor questo vin dinanzi mi sia tolto Sete non n'ho ne vo che me ne vegna: Che tal certezza ha Dio piu prohibita Ch'al primo padre l'arbor de la vita.

Che come Adam poi che gusto del pomo Che Dio con propria bocca gl'interdisse: Da la letitia al pianto fece un tomo Onde in miseria poi sempre s'afflisse,

Cosi se de la moglie sua vuol l'huomo Tutto saper quanto ella fece e disse, Cade de l'allegrezze in pianti e in guai Onde non puo piu rilevarsi mai.

Cosi dicendo il buon Rinaldo, e in tanto Respingendo da se l'odiato vase: Vide abondare un gran rivo di pianto Da gliocchi del Signor di quelle case,

Che disse poi che racchetossi alquanto: Sia maledetto chi mi persuase Ch'io facesse la prova ohime di sorte Che mi levo la dolce mia consorte.

Perche non ti conobbi gia dieci anni? Si che io mi fossi consigliato teco? Prima che cominciassero gli affanni E'l lungo pianto onde io son quasi cieco,

Ma vo levarti da la scena i panni Che'l mio mal vegghi e te ne dogli meco E ti diro il principio e l'argumento Del mio non comparabile tormento.

Qua su lasciasti una citta vicina A cui fa intorno un chiaro fiume laco, Che poi si stende e in questo Po declina E l'origine sua vien di Benaco.

Fu fatta la citta, quando a ruina Le mura andar de l'Agenoreo draco Quivi nacque io di stirpe assai gentile Ma in pover tetto e in facultade humile.

Se Fortuna di me non hebbe cura Si che mi desse al nascer mio ricchezza, Al diffetto di lei suppli Natura Che sopra ogni miougual mi die bellezza

Donne e donzelle gia di mia figura Arder piu d'una vidi in giovanezza, Ch'io ci seppi accoppiar cortesi modi Ben che stia mal che l'huom se stesso lodi.

Ne la nostra cittade era un'huom saggio Di tutte l'arti oltre ogni creder dotto, Che quando chiuse gliocchi al phebeo raggio Contava glianni suoi cento e vent'otto:

Visse tutta sua eta solo e selvaggio Se non l'estrema: che d'amor condotto Con premio ottenne una matrona bella E n'hebbe di nascosto una cittella.

E per vietar che simil la figliuola Alla matre non sia, che per mercede Vende sua castita, che valea sola Piu che quanto oro al mondo si possiede.

Fuor del commercio popular la invola Et ove piu solingo il luogo vede Questo amplo e bel palagio e ricco tanto Fece fare a demonii per incanto.

A vecchie donne e caste fe nutrire La figlia qui, ch'in gran belta poi venne: Ne che potesse altr'huom veder: ne udire Pur ragionarne: in quella eta sostenne,

E perc'havesse esempio da seguire, Ogni pudica donna che mai tenne Contra illicito amor chiuse le sbarre, Ci fe d'intaglio o di color ritrarre.

Non quelle sol che di virtude amiche Hanno si il mondo all'eta prisca adorno: Di quai la fama per l'historie antiche Non e per veder mai l'ultimo giorno:

Ma nel futuro anchora altre pudiche Che faran bella Italia d'ogni'intorno Ci fe ritrarre in lor fatteze conte: Come otto che ne vedi a questa fonte.

Poi che la figlia al vecchio par matura Si che ne possa l'huom cogliere i frutti, O fosse mia disgratia: o mia aventura: Eletto fui degno di lei fra tutti,

I lati campi oltre alle belle mura Non meno i pescarecci che gli asciutti Che ci son d'ogn'intorno a venti miglia Mi consegno per dote de la figlia.

Ella era bella e costumata tanto Che piu desiderar non si potea, Di bei trapunti e di riccami, quanto Mai ne sapesse Pallade, sapea

Vedila andare: odine il suono e'l canto Celeste e non mortal cosa parea, E in modo all'arti liberali attese Che quanto il padre o poco men n'intese.

Con grande ingegno e non minor bellezza (Che fatta l'havria amabil fin'a i sassi) Era giunto un'amore una dolcezza Che par ch'a rimembrarne il cor mi passi,

Non havea piu piacer ne piu vaghezza Che d'esser meco: ov'io mi stessi o andassi, Senza haver lite mai stemmo gran pezzo L'havemmo poi per colpa mia da sezzo.

Morto il suocero mio dopo cinque anni Ch'io sottoposi il collo al giugal nodo, Non stero molto a cominciar gli affanni Ch'io sento anchora, e ti diro in che modo,

Mentre mi richiudea tutto co i vanni L'Amor di questa mia che si ti lodo, Una femina nobil del paese Quanto accender si puo: di me s'accese.

Ella sapea d'incanti e di malie Quel che saper ne possa alcuna Maga, Rendea la notte chiara, oscuro il die, Fermava il Sol, facea la terra vaga,

Non potea trar perho le voglie mie Che le sanassin l'amorosa piaga Col rimedio che dar non le potria Senza alta ingiuria de la donna mia.

Non perche fosse assai gentile e bella, Ne perche sapess'io che si me amassi: Ne per gran don, ne per promesse, ch'ella Mi fesse molte: e di continuo instassi:

Ottener pote mai, ch'una fiammella Per darla a lei del primo amor levassi Ch'a dietro ne trahea tutte mie voglie Il conoscermi fida la mia moglie.

La speme, la credenza, la certezza Che de la fede di mia moglie havea M'havria fatto sprezzar quanta bellezza Havesse mai la giovane Ledea,

O quanto offerto mai senno e ricchezza Fu al gran pastor de la montagna Idea, Ma le repulse mie non valean tanto Che potesson levarmela da canto.

Un di che mi trovo fuor del palagio La Maga, che nomata era Melissa, E mi pote parlare a suo grande agio, Modo trovo da por mia pace in rissa:

E con lo spron di gelosia malvagio Cacciar del cor la fe che v'era fissa, Comincia a comendar la intention mia Ch'io sia fedele a chi fedel mi sia.

Ma che ti sia fedel tu non puoi dire Prima che di sua Fe prova non vedi: S'ella non falle e che potria fallire Che sia fedel che sia pudica credi,

Ma se mai senza te non la lasci ire: Se mai vedere altr'huom non le conciedi: Onde hai questa baldanza che tu dica E mi vogli affermar che sia pudica?

Scostati un poco: scostati da casa Fa che le cittadi ondano e i villagi Che tu sia andato e ch'ella sia rimasa: A gli amanti da commodo e a i messaggi:

S'a prieghi a doni non fia persuasa Di fare al letto maritale oltraggi, E che facendol creda che si cele, Allhora dir potrai che sia fedele.

Con tal parole e simili: non cessa L'incantatrice fin che mi dispone Che de la donna mia la fede espressa Veder voglia e provare a paragone:

Hora pogniamo (le soggiungo) ch'essa Sia qual non posso haverne opinione: Come potro di lei poi farmi certo Che sia di punition degna o di merto?

Disse Melissa io ti daro un vasello Fatto da ber: di virtu rara e strana, Qual gia per fare accorto il suo fratello Del fallo di Genevra fe Morgana,

Chi la moglie ha pudica bee con quello Ma non vi puo gia ber chi l'ha puttana, Che'l vin quando lo crede in bocca porre Tutto si spargete: e fuor nel petto scorre.

Prima che parti ne farai la prova E per lo creder mio tu berai netto, Che credo ch'anchor netta si ritrova La moglie tua , pur ne vedrai l'effetto,

Ma s'al ritorno esperienza nuova Poi ne farai: non t'assicuro il petto, Che se tu non lo immolli:e netto bei D'ogni marito il piu felice sei.

L'offerta accetto: il vaso ella mi dona: Ne fo la prova, e mi succede a punto, Che (com'era il disio) pudica e buona La cara moglie mia trovo a quel punto:

Dice Melissa un poco l'abbandona, Per un mese o per duo stanne disgiunto: Poi torna, poi di nuovo il vaso tolli Prova se bevi: o pur se'l petto immolli.

A me duro parea pur di partire Non perche di sua Fe si dubitassi, Come ch'io non potea duo di patire Ne un'hora pur, che senza me restassi,

Disse Melissa io ti faro venire A conoscere il ver con altri passi Vo che muti il parlare e i vestimenti E sotto viso altrui te l'appresenti.

Signor qui presso una citta difende Il Po fra minacciose e fiere corna, La cui iuridition di qui si stende Fin dove il mar fugge dal lito e torna,

Cede d'antiquita, ma ben contende Con le vicine in esser ricca e adorna, Le reliquie Troiane la fondaro Che dal flagello d'Attila camparo.

Astringe e lenta a questa terra il morso Un cavallier giovene ricco e bello: Che dietro un giorno a un suo falcone iscorso Essendo capitato entro il mio hostello

Vide la donna, e si nel primo occorso Gli piacque, che nel cor porto il suggello, Ne cesso molte pratice far poi Per inchinarla a i desiderii suoi.

Ella gli fece dar tante repulse Che piu tentarla al fine egli non volse, Ma la belta di lei ch'Amor vi sculse Di memoria perho non se gli tolse:

Tanto Melissa allosingommi e mulse Ch'a tor la forma di colui mi volse, E mi muto (ne so ben dirti come) Di faccia di parlar d'occhi e di chiome.

Gia con mia moglie havendo simulato D'esser partito e gitone in Levante, Nel giovene amator cosi mutato L'andar la voce l'habito e'l sembiaute,

Ma ne ritorno, & ho Melissa a lato Che sera trasformata e parea un fante: E le piu ricche gemme havea con lei Che mai mandassin gl'Indi o gli Erithrei

Io che l'uso sapea del mio palagio Entro sicuro, e vien Melissa meco, E madonna ritrovo a si grande agio Che non ha ne scudier ne donna seco,

I miei prieghi le espongo, indi il malvagio Stimulo inanzi del mal far le arreco I Rubini i Diamanti e gli Smeraldi Che mosso harebbon tutti i cor piu saldi

E le dico che poco e questo dono Verso quel che sperar da me dovea, De la commodita poi le ragiono Che non v'essendo il suo marito havea,

E le ricordo che gran tempo sono Stato suo amante com'ella sapea, E che l'amar mio lei con tanta fede Degno era havere al fin qualche mercede.

Turbossi nel principio ella non poco, Divenne rossa, & ascoltar non volle: Ma il veder fiammeggiar poi come fuoco Le belle gemme, il duro cor fe molle,

E con parlar rispose breve e fioco Quel che la vita a rimembrar mi tolle, Che mi compiaceria quando credesse Ch'altra persona mai nol risapesse.

Fu tal risposta un venenato telo Di che me ne senti l'alma traffissa, Per l'ossa andommi e per le vene un gielo, Ne le fauci resto la voce fissa,

Levando allhora del suo incanto il velo Ne la mia forma mi torno Melissa, Pensa di che color dovesse farsi Ch'in tanto error da me vide trovarsi.

Divenimmo ambi di color di morte Mutti ambi, ambi restian con gliocchi bassi, Potei la lingua a pena haver si forte E tanta voce a pena ch'io gridassi,

Me tradiresti dunque tu Consorte? Quando tu havessi chi'l mio honor comprassi? Altra risposta darmi ella non puote Che di rigar di lachryme le gote.

Ben la vergogna e assai, ma piu lo sdegno Ch'ella ha da me veder farsi quella onta, E multiplica si senza ritegno Ch'in ira al fine e in crudele odio monta,

Da me fuggirsi tosto fa disegno, E ne l'hora che'l Sol del carro smonta Al fiume corse, e in una sua barchetta Si fa calar tutta la notte in fretta.

E la matina s'appresenta avante Al cavallier che l'havea un tempo amata, Sotto il cui viso sotto il cui sembiante Fu contra l'honor mio da me tentata,

A lui che n'era stato & era amante Creder si puo che fu la giunta grata, Quindi ella mi fe dir, ch'io non sperassi Che mai piu fosse mia, ne piu m'amassi.

Ah lasso, da quel di con lui dimora In gran piacere, e di me prende giuoco, Et io del mal che procacciammi allhora Anchor languisco, e non ritrovo loco:

Cresce il mal sempre, e giusto e ch'io ne muora E resta homai da consumarci poco, Ben credo che'l primo anno sarei morto Se non mi dava aiuto un sol conforto.

Il conforto ch'io prendo e che di quanti Per dieci anni mai fur sotto al mio tetto, (Ch'a tutti questo vaso ho messo inanti) Non ne trovo un che non s'immolli il petto,

Haver nel caso mio compagni tanti Mi da fra tanto mal qualche diletto, Tu tra infiniti sol sei stato saggio Che far negasti il periglioso saggio.

Il mio voler cercare oltre alla meta Che de la donna sua cercar si deve Fa che mai piu trovare hora quieta Non puo la vita mia, sia lunga o breve

Di cio Melissa fu a principio lieta Ma cesso tosto la sua gioia lieve, Ch'essendo causa del mio mal stata ella Io l'odiai si, che non potea vedella.

Ella d'esser'odiata impatiente Da me che dicea amar piu che sua vita, Ove donna restarne immantinente Creduto havea che l'altra ne fosse ita,

Per non haver sua doglia si presente Non tardo molto a far di qui partita: E in modo abbandono questo paese Che dopo mai per me non se n'intese.

Cosi narrava il mesto cavalliero E quando fine alla sua historia pose Rinaldo alquanto ste sopra pensiero Da pieta vinto: e poi cosi rispose,

Mal consiglio ti die Melissa in vero Che d'attizar le vespe ti propose, E tu fusti a cercar poco avveduto Quel che tu havresti non trovar voluto.

Se d'avaritia la tua donna vinta A voler fede romperti fu indutta Non t'ammirar, ne prima ella ne quinta Fu de le donne prese in si gran lutta,

E mente via piu salda anchora e spinta Per minor prezzo a far cosa piu brutta, Quanti huomini odi tu che gia per oro Han traditi padroni e amici loro?

Non dovevi assalir con si fiere armi Se bramavi veder farle difesa: Non sai tu contra l'Oro che ne i marmi Ne'l durissimo acciar sta alla contesa?

Che piu fallasti tu a tentarla parmi Di lei, che cosi tosto resto presa, Se te altretanto'havesse ella tentato Non so se tu piu saldo fossi stato.

Qui Rinaldo fe fine, e da la mensa Levossi a un tempo: e domando dormire, Che riposare un poco, e poi si pensa Inanzi al di d'unhora o due partire,

Ha poco tempo, e'l poco c'ha dispensa Con gran misura, e in van nol lascia gire, Il Signor di la dentro, a suo piacere Disse che si potea porre a giacere.

Ch'apparecchiata era la stanza e'l letto: Ma che se volea far per suo consiglio Tutta notte dormir potria a diletto, E dormendo avanzarsi qualche miglio,

Acconciar ti faro disse un legnetto Con che volando: e senz'alcun periglio Tutta notte dormendo vo che vada: E una giornata avanzi de la strada.

La proferta a Rinaldo accettar piacque E molto ringratio l'hoste cortese: Poi senza indugio la dove ne l'acque Da naviganti era aspettato, scese,

Quivi a grande agio riposato giacque Mentre il corso del fiume il legno prese Che da sei remi spinto lieve e snello Pel fiume ando come per l'aria augello.

Cosi tosto come hebbe il capo chino Il cavallier di Francia adormentosse, Imposto havendo gia, come vicino Giungea a Ferrara, che svegliato fosse:

Resto Melara nel lito mancino Nel lito destro Sermide restosse, Figarolo e Stellata il legno passa Ove le corna il Po iracondo abbassa.

De le due corna il nocchier prese il destro E lascio andar verso Vinegia il manco: Passo il Bondeno, e gia il color cilestro Si vedea in oriente venir manco:

Che votando di fior tutto il canestro L'Aurora vi facea vermiglio e bianco, Quando lontan scoprendo di Thealdo Ambe le rocche il capo alzo Rinaldo.

O Citta bene aventurosa (disse) Di cui gia il mio cugino Malagigi Contemplando le stelle erranti & fisse E constringendo alcun spirto indovino

Ne i secoli futuri mi predisse (Gia ch'io facea con lui questo camino) Ch'anchor la gloria tua salira tanto C'havrai di tutta Italia il pregio e'l vanto.

Cosi dicendo epur tutta via in fretta Su quel battel che parea haver le penne Scorrendo il Re de fiumi, all'isoletta Ch'alla cittade e piu propinqua, venne,

E ben che fosse allhora erma e negletta Pur s'allegro di rivederla, e fenne Non poca festa:che sapea quanto ella Volgendo glianni saria ornata e bella.

Altra fiata che fe questa via Udi da Malagigi: ilqual seco era, Che settecentovolte che si sia Girata col Monton la quarta sphera

Questa la piu ioconda isola fia Di quante cinga mar stagno o riviera Si che veduta lei non sara ch'oda Dar piu alla patria di Nausicaa loda.

Udi che di bei tetti posta inante Sarebbe a quella si a Tiberio cara: Che cederian l'Hesperide alle piante C'havria il bel loco, d'ogni sorte rara:

Che tante spetie d'animali, quante Vi fien, ne in mandra Circe hebbe ne in hara Che v'havria con le gratie e con Cupido Venere stanza, e non piu in Cypro o in Gnido

E che sarebbe tal per studio e cura Di chi al sapere & al potere unita La voglia havendo, d'argini e di mura Havria si anchor la sua citta munita

Che contra tutto il mondo star sicura Potria, senza chiamar di fuori aita: E che d'Hercol figliuol, d'Hercol sarebbe Padre, il Signor che questo e quel far debbe,

Cosi venia Rinaldo ricordando Quel che gia il suo cugin detto gli havea De le future cose divinando: Che spesso conferir seco solea

E tutta via l'humil citta mirando Come esser puo ch'anchor (seco dicea) Debban cosi fiorir queste paludi De tutti i liberali e degni studi?

E crescer'habbia di si piccol borgo Ampla cittade? e'di si gran bellezza? E cio ch'intorno e tutto stagno e gorgo Sien lieti e pieni campi di ricchezza?

Citta sin'hora a riverire assorgo L'amor, la cortesia, la gentilezza, De tuoi Signori, e gli honorati pregi De i cavallieri, de i cittadini egregi.

L'ineffabil bonta del Redentore De tuoi principi il senno e la Iustitia Sempre con pace sempre con amore Ti tenga in abondantia & in letitia,

E ti difenda contra ogni furore De tuoi nimici, e scuopra lor malitia: Del tuo contento ogni vicino arrabbi Piu tosto che tu invidia ad alcuno habbi.

Mentre Rinaldo cosi parla: fende Con tanta fretta il suttil legno l'onde Che con maggiore a logoro non scende Falcon ch'al grido del padron risponde:

Del destro corno il destro ramo prende Quindi il nocchiero, e mura, e tetti asconde San Georgio a dietro, a dietro s'allontana La Torre e de la fossa e di Gaibana.

Rinaldo, come accade ch'un pensiero Un'altro dietro, e quello un'altro mena, Si venne a ricordar del cavalliero Nel cui palagio fu la sera a cena,

Che per questa cittade (a dire il vero) Havea giusta cagion di stare in pena: E ricordossi del vaso da bere Che mostra altrui l'error de la mogliere.

E ricordossi insieme de la prova Che d'haver fatta il cavallier narrolli, Che di quanti havea esperti, huomo non trova Che bea nel vaso e'l petto non s'immolli,

Hor si pente, hor tra se dice, e mi giova Ch'a tanto paragon venir non volli, Riuscendo accertava il creder mio Non riuscendo a che partito era io?

Gli e questo creder mio come io l'havessi Ben certo, e poco accrescer lo potrei, Si che s'al paragon mi succedessi Poco il meglio saria ch'io ne trarrei,

Ma non gia poco il mal, quando vedessi Quel di Clarice mia ch'io non vorrei, Metter saria mille contra uno a giuoco Che perder si puo molto e acquistar poco.

Stando in questo pensoso il cavalliero Di Chiaramonte, e non alzando il viso, Con molta attention fu da un nocchiero Che gli era incontra riguardato fiso:

E perche di veder tutto il pensiero Che l'occupava tanto, gli fu aviso Come huom che ben parlava & havea ardire A seco ragionar lo fece uscire.

La somma fu del lor ragionamento Che colui mal'accorto era ben stato Che ne la moglie sua l'esperimento Maggior che puo far donna havea tentato,

Che quella che da l'Oro e da l'argento Difende il cor di pudicitia armato, Tra mille spade via piu facilmente Difenderallo: e in mezo al fuoco ardente,

Il nocchier suggiungea ben gli dicesti Che non dovea offerirle si gran doni, Che contrastare a questi assalti, e a questi Colpi, non sono tutti i petti buoni,

Non so se d'una giovane intendesti (Ch'esser po che tra voi se ne ragioni) Che nel medesmo error vide il consorte Di ch'esso havea lei condannata a morte.

Dovea in memoria havere il Signor mio Che l'Oro e'l premio ogni durezza inchina, Ma quando bisogno l'hebbe in oblio, Et ei si procaccio la sua ruina,

Cosi sapea lo esempio egli com'io Che fu in questa citta di qui vicina Sua patria e mia, che'l lago e la palude Del rifrenato Menzo intorno chiude.

D'Adonio voglio dir, che'l ricco dono Fe alla moglie del Giudice d'un cane, Di questo (disse il Paladin) il suono Non passa l'alpe, e qui tra voi rimane,

Perche ne in Francia ne dove ito sono Parlar n'udi ne le contrade estrane: Si che di pur, se non t'incresce il dire Che volentieri io mi t'acconcio a udire.

Il nocchier comincio gia fu di questa Terra, un'Anselmo di famiglia degna: Che la sua gioventu con lunga vesta Spese in saper cio ch'Ulpiano insegna,

E di nobil progenie bella e honesta Moglie cerco ch'al grado suo convegna, E d'una terra quindi non lontana N'hebbeuna di bellezza soprahumana.

E di bei modi e tanto gratiosi Che parea tutto amore e leggiadria: E di molto piu forse ch'a i riposi Ch'allo stato di lui non convenia:

Tosto che l'hebe, quanti mai gelosi Al mondo fur passo di gelosia, Non gia ch'altra cagion gli ne desse ella Che d'esser troppo accorta e troppo bella

Ne la citta medesma: un cavalliero Era d'antiqua e d'honorata gente: Che discendea da quel lignaggio altiero Ch'usci d'una mascella di serpente:

Onde gia Manto e chi con essa fero La patria mia: disceser similmente, Il cavallier ch'Adonio nominosse Di questa bella donna inamorosse.

E per venire a fin di questo amore A spender comincio senza ritegno, In vestire, in conviti, in farsi honore Quanto puo farsi un cavallier piu degno,

Il thesor di Tiberio Imperatore Non saria stato a tante spese al segno: Io credo ben che non passar duo verni Ch'egli usci fuor di tutti i ben paterni.

La casa ch'era dianzi frequentata Matina e sera tanto da gli amici Sola resto: tosto che fu privata Di starne di fagian di coturnici:

Egli che capo fu de la brigata Rimase dietro, e quasi fra mendici: Penso poi ch'in miseria era venuto D'andare ove non fosse conosciuto.

Con questa intentione una mattina Senza far motto altrui, la patria lascia, E con sospiri e lachryme camina Lungo lo stagno che le mura fascia?

La donna che del cor gliera regina Gia non oblia per la seconda ambascia, Ecco un'alta aventura che lo viene Di sommo male a porre in sommo bene.

Vede un villan che con un gran bastone Intorno alcuni sterpi s'affatica: Quivi Adonio si ferma: e la cagione Di tanto travagliar vuol che gli dica.

Disse il villan che dentro a quel macchione Veduto havea una serpe molto antica, Di che piu lunga e grossa a giorni suoi Non vide: ne credea mai veder poi.

E che non si voleva indi partire Che non l'havesse ritrovata, e morta: Come Adonio lo sente cosi dire Con poca patientia lo sopporta,

Sempre solea le serpi favorire Che per insegna il sangue suo le porta, In memoria ch'usci sua prima gente De denti seminati di serpente.

E disse e fece col villano in guisa Che suo mal grado abbandono l'impresa: Si che da lui non fu la serpe uccisa Ne piu cercata ne altrimenti offesa,

Adonio ne va poi dove s'avisa Che sua condition sia meno intesa: E dura con disagio e con affanno Fuor de la patria appresso al settimo anno.

Ne mai per lontananza ne strettezza Delviver, che i pensier non lascia ir vaghi: Cessa Amor, che si gli ha la mano avezza Ch'ognhor non li arda il core ognhor'impiaghi

E forza al fin, che torni alla bellezza Che son di riveder si gliocchi vaghi, Barbuto, afflitto: e assai male in arnese La donde era venuto il camin prese.

In questo tempo alla mia patria accade, Mandare uno oratore al padre santo: Che resti appresso alla sua santitade Per alcun tempo, e non fu detto quanto,

Gettan la sorte, e nel giudice cade, O giorno a lui cagion sempre di pianto: Fe scuse, prego assai, diede: e promesse Per non partirsi: e al fin sforzato cesse.

Non gli parea crudele e duro manco A dover sopportar tanto dolore Che se veduto aprir s'havesse il fianco E vedutosi trar con mano il core,

Di geloso timor pallido e bianco Per la sua donna mentre staria fuore: Lei,con quei modi che giovar si crede, Supplice priega a non mancar di fede.

Dicendole ch'a donna, ne bellezza, Ne nobilta, ne gran fortuna, basta Si che di vero honor monti in altezza Se per nome e per opre non e casta,

E che quella virtu via piu si prezza Che di sopra riman quando contrasta, E c'hor gran campo havria per questa absenza Di far di pudicitia esperienza.

Con tai le cerca & altre assai parole Persuader ch'ella gli sia fedele, De la dura partita ella si duole, Con che lachryme o Dio con che querele:

E giura che piu tosto oscuro il Sole Vedrassi, che gli sia mai si crudele Che rompa fede, e che vorria morire Piu tosto c'haver mai questo desire.

Anchor ch'a sue promesse, e a suoi scongiuri Desse credenza, e si achetasse alquanto Non resta che piu intender non procuri E che materia non procacci al pianto,

Havea uno amico suo, che de i futuri Casi predir teneva il pregio e'l vanto: E d'ogni sortilegio e magica arte O il tutto o ne sapea la maggior parte.

Diegli pregando di vedere assunto Se la sua moglie nominata Argia; Nel tempo che da lei stara disgiunto Fedele e casta, o pel contrario fia,

Colui da prieghi vinto: tolle il punto Il ciel figura come par che stia, Anselmo il lascia in opra, e l'altro giorno A lui per la risposta fa ritorno.

L'astrologo tenea le labra chiuse Per non dire al Dottor cosa che doglia, E cerca di tacer con molte scuse: Quando pur del suo mal vede c'ha voglia

Che gli rompera fede gli concluse Tosto ch'egli habbia il pie fuor de la soglia, Non da bellezza ne da priegi indotta Ma da guadagno e da prezzo corrotta.

Giunte al timore, al dubbio: c'havea prima Queste minaccie de i superni moti: Come gli stesse il cor tu stesso stima Se d'Amor gli accidenti ti son noti,

E sopra ogni mestitia che l'opprima E che l'afflitta mente aggiri e arruoti: E'l saper come vinta d'avaritia Per prezzo habbia a lasciar sua pudicitia.

Hor per far quanti potea far ripari Da non lasciarla in quel error cadere (Perche il bisogno a dispogliar gli altari Tra l'huom talvolta che sel trova havere,)

Cio che tenea di gioie e di danari (Che n'havea somma) pose in suo potere: Rendite e frutti d'ogni possessione E cio c'ha al mondo, in man tutto le pone.

Con facultade (disse) che ne tuoi Non sol bisogni te li goda e spenda, Ma che ne possi far cio che ne vuoi Li consumi, li getti, e doni, e venda

Altro conto saper non ne vo poi Pur che qual ti lascio hor, tu mi ti renda, Pur che come hor tu sei, mi sie rimasa Fa che io non trovi ne poder ne casa.

La prega che non faccia: se non sente Ch'egli ci sia, ne la citta dimora: Ma ne la villa: ove piu agiatamente Viver potra d'ogni commercio fuora:

Questo dicea perho che l'humil gente Che nel gregge o ne campi gli lavora Non gli era aviso che le caste voglie Contaminar potessero alla moglie.

Tenendo tuttavia le belle braccia Al timido marito al collo Argia E di lachryme empiendogli la faccia Ch'un fiumicel da gliocchi le n'uscia,

S'attrista che colpevole la faccia Come di fe mancata gia gli sia, Che questa sua sospition procede Perche non ha ne la sua fede: fede.

Troppo sara s'io voglio ir rimembrando Cio ch'al partir da tramendua sia detto, Il mio honor (dice al fin) ti raccomando: Piglia licentia, e partesi in effetto,

E ben si sente veramente, quando Volge il cavallo, uscire il cor del petto, Ella lo segue quanto seguir puote Con gliocchi che le rigano le gote.

Adonio in tanto misero e tapino E (come io dissi) pallido e barbuto Verso la patria havea preso il camino Sperando di non esser conosciuto,

Su'l lago giunse alla citta vicino La dove havea dato alla biscia aiuto, Ch'era assediata entro la macchia forte Da quel villan che por la volea a morte.

Quivi arrivando in su l'aprir del giorno Ch'anchor splendea nel cielo alcuna stella: Si vede in peregrino habito adorno Venir pel lito incontra una donzella,

In signoril sembiante, anchor ch'intorno Non l'apparisse ne scudier ne ancella: Costei con grata vista lo raccolse E poi la lingua a tai parole sciolse.

Se ben non mi conosci o cavalliero Son tua parente, e grande obligo t'haggio: Parente son, perche da Cadmo fiero Scende d'amenduo noi l'alto lignaggio,

Io son la fata Manto, che'l primiero Sasso messi a fondar questo villaggio, E dal mio nome (come ben forse hai Contare udito) Mantua la nomai.

De le Fate io son una, & il fatale Stato per farti ancho saper ch'importe: Nascemo a un punto che d'ognaltro male Siamo capaci fuor che de la morte,

Ma giunto e con questo essere immortale Condition non men del morir forte, Ch'ogni settimo giorno ogniuna e certa Che la sua forma in biscia si converta.

Il vedersi coprir del brutto scoglio, E gir serpendo e cosa tanto schiva, Che non e pare al mondo altro cordoglio: Tal che bestemmia ogniuna d'esser viva,

E l'obligo ch'io t'ho (perche ti voglio Insiememente dire onde deriva) Tu saprai che quel di per esser tali Siamo a periglio d'infiniti mali.

Non e si odiato altro animale in terra Come la serpe, e noi che n'habbian faccia Patimo da ciascuno oltraggio e guerra: Che chi ne vede ne percuote e caccia,

Se non troviamo ove tornar sotterra Sentiamo quanto pesa altrui le braccia: Meglio saria poter morir, che rotte E Storpiate restar sotto le botte

L'obligo ch'io t'ho grande e ch'una volta Che tu passavi per quest'ombre amene, Per te di mano fui d'un villan tolta Che gran travagli m'havea dati e pene,

Se tu non eri io non andava asciolta Ch'io non portassi rotto e capo e schene E che sciancata non restassi e storta Se ben non vi potea rimaner morta.

Perche quei giorni che per terra il petto Trahemo, avvolte in serpentile schorza, Il ciel, ch'in altri tempi e a noi suggetto Niega ubbidirci, e prive sian di forza:

In altri tempi ad un sol nostro detto Il Sol si ferma, e la sua luce ammorza, L'immobil terra gira, e muta loco S'infiamma il ghiaccio, e si congela il fuoco

Hora io son qui per renderti mercede Del beneficio che mi festi allhora. Nessuna gratia indarno hor mi si chiede Ch'io son del manto viperino fuora,

Tre volte piu che di tuo padre herede Non rimanesti, io ti fo riccho hor'hora, Ne vo che mai piu povero diventi Ma quanto spendi piu, che piu augumenti.

E perche so che ne l'antiquo nodo In che gia Amor t'avinse ancho ti trovi Voglioti dimostrar l'ordine e'l modo Ch'a disbramar tuoi desiderii giovi,

Io voglio hor che lontano il marito odo Che senza indugio il mio consiglio provi: Vadi a trovar la donna che dimora Fuori alla villa, e saro teco io anchora.

E seguito narrandogli in che guisa Alla sua donna vuol che s'appresenti: Dico come vestir, come precisa/ Mente habbia a dir, come la prieghi e tenti

E che forma essa vuol pigliar devisa Che fuor che'l giorno ch'erra tra serpenti In tutti glialtri si puo far secondo Che piu le pare in quante forme ha il mondo.

Messe in habito lui di peregrino Ilqual per dio di porta in porta accatti, Mutosse ella in un cane il piu piccino Di quanti mai n'habbia Natura fatti,

Di pel lungo piu bianco ch'Armellino Di grato aspetto e di mirabili atti: Cosi trasfigurato entraro in via Verso la casa de la bella Argia.

E de i lavoratori alle capanne Prima ch'altrove il giovene fermosse, E comincio a sonar certe sue canne Al cui suono danzando il can rizzosse,

La voce e'l grido alla padrona vanne E fece si: che per veder si mosse: Fece il Romeo chiamar ne la sua corte Si come del Dottor trahea la sorte.

E quivi Adonio a comandare al cane Incomincio, & il cane a ubbidir lui: E far danze nostral, farne d'estrane Con passi e continenze e modi sui:

E finalmente con maniere humane Far cio che comandar sapea colui, Con tanta attention, che chi lo mira Non batte gliocchi: e a pena il fiato spira.

Gran maraviglia, & indi gran desire Venne alla donna di quel can gentile, E ne fa per la Balia proferire Al cauto peregrin prezzo non vile,

S'havessi piu thesor che mai sitire Potesse cupidigia feminile, (Colui rispose) non saria mercede Di comprar degna del mio cane un piede.

E per mostrar che veri i detti foro Con la Balia in un canto si ritrasse, E disse al cane ch'una marcha doro A quella donna in cortesia donasse,

Scossesi il cane, e videsi il thesoro, Disse Adonio alla Balia che pigliasse: Soggiungendo, ti par che prezzo sia Per cui si bello e util cane io dia?

Cosa qual vogli sia non gli domando Di ch'io ne torni mai con le man vote, E quando perle, e quando annella, e quando Leggiadra veste e di gran prezzo scuote:

Pur di a Madonna che fia al suo comando Per oro no, ch'oro pagar nol puote: Ma se vuol ch'una notte seco io giaccia Habbiasi il cane e'l suo voler ne faccia.

Cosi dice, e una gemma allhora nata Le da, ch'alla padrona l'appresenti Pare alla Balia haverne piu derata Che di pagar dieci ducati o venti,

Torna alla donna, e le fa l'imbasciata. E la conforta poi che si contenti D'acquistare il bel cane, ch'acquistarlo Per prezzo puo che non si perde a darlo.

La bella Argia sta ritrosetta in prima Parte che la sua Fe romper non vuole, Parte ch'esser possibile non stima Tutto cio che ne suonan le parole,

La Balia le ricorda, e rode: e lima Che tanto ben di rado avvenir suole, E fe che l'agio un'altro di si tolse Che'l can veder senza tanti occhi volse,

Quest'altro comparir ch'Adonio fece Fu la ruina e del Dottor la morte, Facea nascer le doble a diece a diece Filze di perle e gemme d'ogni sorte,

Siche il superbo cor mansuefece Che tanto meno a contrastar fu forte Quanto poi seppe che costui ch'inante Gli fa partito, e'l cavallier suo amante.

De la puttana sua Balia i conforti: I prieghi de l'amante e la presentia, Il veder che guadagno se l'apporti: Del misero Dottor la lunga absentia:

Lo sperar ch'alcun mai non lo rapporti: Fero a i casti pensier tal violentia Ch'ella accetto il bel cane, e per mercede In braccio e in preda al suo amator si diede.

Adonio lungamente frutto colse De la sua bella Donna, a cui la Fata Grande amor pose, e tanto le ne volse Che sempre star con lei si fu ubligata,

Per tutti i segni il Sol prima si volse Ch'al giudice licentia fosse data: Al fin torno, ma pien di gran sospetto Per quel che gia l'astrologo havea detto.

Fa,giunto ne la patria, il primo volo A casa de l'astrologo, e gli chiede Se la sua donna fatto inganno e dolo O pur servato gli habbia amore e fede,

Il sito figuro colui del polo Et a tutti i pianeti il luogo diede: Poi rispose che quel c'havea temuto Come predetto fu: gliera avvenuto.

Che da doni grandissimi corrotta Data ad altri s'havea la Donna in preda, Questa al Dottor nel cor fu si gran botta Che lancia e spiedo io vo che ben le ceda,

Per esserne piu certo ne va allhotta (Ben che pur troppo allo indivino creda) Ov'e la Balia: e la tira da parte E per saperne il certo usa grande arte.

Con larghi giri circondando prova Hor qua, hor la, di ritrovar la traccia, E da principio nulla ne ritrova Con ogni diligentia che ne faccia,

Ch'ella che non havea tal cosa nuova Stava negando con immobil faccia, E come bene instrutta, piu d'un mese Tra il dubbio e'l certo il suo patron sospese.

Quanto dovea parergli il dubio buono Se pensava il dolor c'havria del certo: Poi ch'in darno provo con priego e dono Che da la Balia il ver gli fosse aperto

Ne tocco tasto ove sentisse suono Altro che falso, come huom ben esperto Aspetto che discordia vi venisse: Ch'ove femine son: son liti e risse,

E come egli aspetto cosi gli avvenne: Ch'al primo sdegno che tra loro nacque Senza suo ricercar: la Balia venne e Il tutto a ricontargli, e nulla tacque,

Lungo adir fora cio che'l cor sostenne Come la mente consternata giacque Del giudice meschin, che fu si oppresso Che stette per uscir fuor di se stesso.

E si dispose al fin da l'ira vinto Morir, ma prima uccider la sua moglie: E che d'amendue i sangui un ferro tinto Levassi lei di biasmo e se di doglie:

Ne la citta se ne ritorna: spinto Da cosi furibonde e cieche voglie: Indi alla villa un suo fidato manda E quanto esequir debba gli commanda,

Commanda al servo ch'alla moglie Argia Torni alla villa, e in nome suo le dica Ch'egli e da febbre oppresso cosi ria Che di trovarlo vivo havra fatica,

Si che senza aspettar piu compagnia Venir debba con lui, s'ella gli e amica, Verra, sa ben, che non fara parola E che tra via le seghi egli la gola.

A chiamar la patrona ando il famiglio, Per far di lei quanto il Signor commesse: Dato prima al suo cane ella di piglio Monto a cavallo: & a camin si messe

L'havea il cane avisata del periglio Ma che d'andar per questo ella non stesse C'havea ben disegnato e proveduto Onde nel gran bisogno havrebbe aiuto.

Levato il servo del camino s'era E per diverse e solitarie strade A studio capito su una riviera Che d'Apennino in questo fiume cade,

Ov'era bosco e selva oscura e nera: Lungi da villa e lungi da cittade: Gli parve loco tacito, e disposto Per l'effetto crudel che gli fu imposto.

Trasse la spada e alla padrona disse Quanto commesso il suo Signor gli havea, Si che chiedesse prima che morisse Perdono a Dio d'ogni sua colpa rea,

Non ti so dir com'ella si coprisse, Quando il servo ferirla si credea Piu non la vide, e molto d'ognintorno L'ando cercando, e al fin resto con scorno.

Torna al patron con gran vergogna & onta Tutto attonito in faccia e sbigottito: E l'insolito caso gli racconta Ch'egli non sa come si sia seguito,

Ch'a suoi servigi habbia la moglie pronta La Fata Manto, non sapea il marito, Che la Balia onde il resto havea saputo Questo (non so) perche gli havea taciuto.

Non sa che far:che ne l'oltraggio grave Vendicato ha, ne le sue pene ha sceme, Quel ch'era una festuca hora euna trave Tanto gli pesa, tanto al cor gli preme,

L'error che sapean pochi, hor si aperto have Che senza indugio si palesi teme: Potea il primo celarsi, ma il secondo Publico in breve fia per tutto il mondo.

Conosce ben che poi che'l cor fellone Havea scoperto il misero contra essa, Ch'ella per non tornargli in suggettione D'alcun potente in man si sara messa,

Ilqual sela terra con irrisione Et ignominia del marito espressa: E forse ancho verra d'alcuno in mano Che ne fia insieme adultero e ruffiano.

Si che per rimediarvi, in fretta manda Intorno messi e lettere a cercarne, Ch'in quel loco ch'in questo ne domanda Per Lombardia senza citta lasciarne:

Poi va in persona, e non si lascia banda Ove o non vada o mandivi a spiarne: Ne mai puo ritrovar capo ne via Di venire a notitia che ne fia.

Al fin chiama quel servo a chi fu imposta Lopra crudel che poi non hebbe effetto, E fa che lo conduce ove nascosta S'egli eraArgia, si come gli havea detto,

Che forse in qualche macchia il di reposta La notte si ripara ad alcun tetto, Lo guida il servo ove trovar si crede La folta selva, e un gran palagio vede.

Fatto havea farsi alla sua Fata intanto La bella Argia con subito lavoro, D'alabastri un palagio per incanto Dentro e di fuor tutto fregiato d'Oro:

Ne lingua dir ne cor pensar puo quanto Havea belta di fuor, dentro thesoro Quello che hiersera si ti parve bello Del mio Signor, saria un tugurio a quello.

E di panni d'razza, e di cortine Tessute riccamente: e a varie foggie, Ornate eran le stalle e le cantine Non sale pur, non pur camere e loggie,

Vasi d'oro e d'argento senza fine Gemme cavate, azurre e verdi e roggie: E formate in gran piatti e in coppe e in nappi E senza fin d'oro e di seta drappi.

Il giudice (si come io vi dicea) Venne a questo palagio a dar di petto, Quando ne una capanna si credea Di ritrovar, ma solo il boscho schietto,

Per l'alta maraviglia che n'havea Esser si credea uscito d'intelletto Non sapea se fosse ebbro o se sognassi O pur se'l cervel scemo avolo andassi.

Vede inanzi alla porta uno Ethiopo Con naso e labri grossi, e ben glie avviso: Che non vedesse mai prima ne dopo Un cosi sozzo e dispiacevol viso,

Poi di fatteze qual si pinge Esopo, D'attristar se vi fosse il Paradiso: Bisunto e sporco: e d'habito mendico Ne a mezo anchor di sua bruttezza io dico

Anselmo che non vede altro da cui Possa saper di chi la casa sia, A lui s'accosta, e ne domanda a lui: Et ei risponde questa casa e mia:

Il giudice e ben certo che colui Lo beffi, e che gli dica la bugia: Ma con scongiuri il Negro ad affermare Che sua e la casa e ch'altri non v'ha a fare

E gli offerisce se la vuol vedere Che dentro vada, e cerchi come voglia: E se v'ha cosa che gli sia in piacere O per se o per gliamici se la toglia,

Diede il cavallo al servo suo a tenere Anselmo, e messe il pie dentro alla soglia E per sale e per camere condutto Da basso e d'alto ando mirando il tutto.

La forma, il sito: il ricco e bel lavoro Va contemplando: e l'ornamento regio, E spesso dice non potria quant'oro E sotto il Sol pagare il loco egregio,

A questo gli risponde e il brutto Moro E dice, e questo anchor trova il suo pregio Se non d'Oro o d'Argento: non di meno Pagar lo puo quel che vi costa meno.

E gli fa la medesima richiesta C'havea gia Adonio alla sua moglie fatta De la brutta domanda e dishonesta Persona lo stimo bestiale e matta,

Per tre repulse e quattro egli non resta: E tanti modi a persuaderlo adatta: Sempre offerendo in merito il palagio Che se inchinarlo al suovoler malvagio

La moglieArgia che stava appresso ascosa Poi che lo vide nel suo error caduto, Salto fuora gridando ah degna cosa Che io veggo di Dottor saggio tenuto,

Trovato in si mal'opra e vitiosa Pensa se rosso far si deve e muto, O terra accio ti si gettassi dentro Perche allhor non t'apristi insino al centro?

La donna in suo discarco: & in vergogna D'Anselmo, il capo gl'introno di gridi, Dicendo come te punir bisogna Di quel che far con si vil huom ti vidi,?

Se per seguir quel che natura agogna Me, vinta a prieghi del mio amante, uccidi? Ch'era bello e gentile: e un dono tale Mi fe ch'a quel nulla il palagio vale.

S'io ti parvi esser degna d'una morte Conosci che ne sei degno di cento, E ben ch'in questo loco io sia si forte Ch'io possa di te fare il mio talento,

Pure io non vo pigliar di peggior sorte Altra vendetta del tuo fallimento, Di par l'havere e'l dar Marito poni Fa com'io a te, che tu a me anchor perdoni.

E sia la pace e sia l'accordo fatto Ch'ogni passato error vada in oblio, Ne ch'in parole io possa mai: ne in atto Ricordarti il tuo error, ne a me tu il mio,

Il marito ne parve haver buon patto Ne dimostrossi al perdonar restio, Cosi a pace e concordia ritornaro E sempre poi fu l'uno all'altro caro.

Cosi disse il nocchiero, e mosse a riso Rinaldo al fin de la sua historia un poco E diventar gli fece a un tratto il viso Per l'onta del Dottor come di fuoco,

Rinaldo Argia molto lodo, ch'avviso Hebbe d'alzare a quello augello un gioco Ch'alla medesma rete fe cascallo In che cadde ella, ma con minor fallo.

Poi che piu in alto il Sole il camin prese Fe il Paladino apparecchiar la mensa, C'havea la notte il Mantuan cortese Provista con larghissima dispensa,

Fugge a sinistra intanto il bel paese Et a man destra la palude immensa: Viene e fuggesi Argenta e'l suo Girone Col lito ove Santerno il capo pone.

Allhora la Bastia credo non v'era Di che non troppo si vantar Spagnuoli D'havervi su tenuta la bandiera: Ma piu da pianger n'hanno i Romagniuoli,

E quindi a Filo alla dritta riviera: Cacciano il legno, e fan parer che voli Lo volgon poi peruna fossa morta Ch'a mezo di presso a Ravenna il porta.

Ben che Rinaldo con pochi danari Fosse sovente, pur n'havea si alhora Che cortesia ne fece a marinari Prima che li lasciasse alla buon'hora,

Quindi mutando bestie e cavallari Arimino passo la sera anchora: Ne in Montefiore aspetta il matutino E quasi a par col Sol giunge in Urbino,

Quivi non era Federico allhora Ne l'Issabetta, ne'l buon Guido v'era Ne Francesco Maria, ne Leonora: Che con cortese forza e non altiera

Havesse astretto a far seco dimora Si famoso guerrier piu d'una sera, Come fer gia molti anni, & hoggi fanno A donne e a cavallier che di la vanno.

Poi che quivi alla briglia alcun nol prende Smonta Rinaldo a Cagli alla via dritta, Pel monte che'l Metauro o il Gauno fende Passa Apenino, e piu non l'ha a man ritta:

Passa gli ombri e gli etrusci e a Roma scende Da Roma ad Ostia, e quindi si tragitta Per mare alla cittade a cui commise Il pietoso figliuol l'ossa d'Anchise.

Muta ivi legno, e verso l'isoletta Di Lipadusa fa ratto levarsi: Quella che fu da i combattenti eletta Et ove gia stati erano a trovarsi:

Insta Rinaldo e gli nocchieri affretta Ch'a vela e a remi fan cio che puo farsi : Ma i venti avversi e per lui mal gagliardi Lo fecer (ma di poco) arrivar tardi.

Giunse ch'a punto il principe d'Anglante Fatta havea l'utile opra e gloriosa, Havea Gradasso ucciso & Agramante, Ma con dura vittoria e sanguinosa:

Morto n'era il figliuol di Monodante: E di grave percossa e perigliosa Stava Olivier languendo in su l'arena E del pie guasto havea martire e pena.

Tener non pote il Conte asciutto il viso Quando abbraccio Rinaldo, e che narrolli Che gli era stato Brandimarte ucciso Che tanta fede e tanto amor portolli:

Ne men Rinaldo quando si diviso Vide il capo all'amico hebbe occhi molli Poi quindi ad abbracciar si fu condotto Olivier che sedea col piede rotto.

La consolation che seppe tutta Die lor, benche per se tor non la possa, Che giunto si vedea quivi alle frutta Anzi poi che la mensa era rimossa,

Andaro i servi alla citta distrutta E di Gradasso e d'Agramante l'ossa Ne le ruine ascoser di Biserta: E quivi divulgar la cosa certa.

De la vittoria c'havea havuto Orlando S'allegro Astolfo e Sansonetto molto: Non si perho come havrian fatto, quando Non fosse a Brandimarte il lume tolto:

Sentir lui morto il gaudio va scemando Si che non ponno asserenare il volto. Hor chi sara di lor ch'annuntio voglia A Fiordiligi dar di si gran doglia?

La notte che precesse a questo giorno Fiordiligi sogno che quella vesta Che per mandarne Brandimarte adorno Havea trapunta: e di sua man contesta,

Vedea per mezo sparsa e d'ogn'intorno Di goccie rosse a guisa di tempesta, Parea che di sua man cosi l'havesse Riccamata ella, e poi se ne dogliesse.

E parea dir, pur hammi il Signor mio Commesso ch'io la faccia tutta nera. Hor perche dunque riccamata holl'io Contra sua voglia in si strana maniera?

Di questo sogno fe giudicio rio Poi la novella giunse quella sera: Ma tanto Astolfo ascosa le la tenne Ch'a lei con Sansonetto se ne venne.

Tosto ch'entraro e ch'ella loro il viso Vide di gaudio in tal vittoria privo, Senz'altro annuntio sa: senz'altro avviso Che Brandimarte suo non e piu vivo,

Di cio le resta il cor cosi conquiso E cosi gliocchi hanno la luce a schivo E cosi ogn'altro senso se le serra Che come morta andar si lascia in terra.

Al tornar de lo spirto, ella alle chiome Caccia le mani: & alle belle gote Indarno ripetendo il caro nome Fa danno & onta piu che far lor puote,

Straccia i capelli e sparge, e grida come Donna talhor che'l demon rio percuote O come s'ode che gia a suon di corno Menade corse & aggirossi intorno.

Hor questo hor quel pregandova, che porto Le sia un coltel siche nel cor si fera. Hor correr vuol la dove il legno in porto De i duo signor defunti arrivato era:

E de l'uno e de l'altro cosi morto Far crudo stratio e vendetta acra e fiera Hor vuol passare il mare, e cercar tanto Che possa al suo Signor morire a canto.

Deh perche Brandimarte ti lasciai Senza me andare a tanta impresa (disse) Vedendoti partir non fu piu mai Che Fiordiligi tua non ti seguisse,

T'havrei giovato s'io veniva assai C'havrei tenute in te le luci fisse, E se Gradasso havessi dietro havuto Con un sol grido io t'havrei dato aiuto.

O forse esser potrei stata si presta Ch'entrando in mezo, il colpo t'havrei tolto Fatto scudo t'havrei con la mia testa, Che morendo io non era il danno molto,

Ogni modo io morro, ne fia di questa Dolente morte alcun profitto colto, Che quando io fossi morta in tua difesa Non potrei meglio haver la vita spesa.

Se pur ad aiutarti i duri fati Havessi havuti e tutto il cielo avverso, Gliultimi baci almeno io t'havrei dati Almen t'havrei di pianto il viso asperso:

E prima che con gli Angeli beati Fossi lo spirto al suo fattor converso, Detto gli havrei, va in pace, e la m'aspetta Ch'ovunque sei son per seguirti in fretta.

E questo Brandimarte e questo il regno Di che pigliar lo scettro hora dovevi? Hor cosi teco a Dammogire io vegno Cosi nel real seggio mi ricevi?

Ah Fortuna crudel quanto disegno, Mi rompi: oh che speranze hoggi mi levi: Deh che cesso io, poi c'ho perduto questo Tanto mio ben, ch'io non perdo ancho il resto?

Questo & altro dicendo in lei ritorse Il Furor con tanto impeto e la rabbia Ch'a stracciare il bel crin di nuovo corse Come il bel crin tutta la colpa n'habbia,

Le mani insieme si percosse e morse, Nel sen si caccio l'ugne e ne le labbia, Ma torno a Orlando & a compagni, in tanto Ch'ella si strugge e si consuma in pianto.

Orlando col Cognato che non poco Bisogno havea di medico e di cura: Et altretanto perche in degno loco Havesse Brandimarte sepultura:

Verso il monte ne va che fa col fuoco Chiara la notte, e il di di fumo oscura, Hanno propitio il vento: e a destra mano Non e quel lito lor molto lontano.

Con fesco vento ch'in favor veniva Sciolser la fune al declinar del giorno, Mostrando lor la taciturna Diva La dritta via col luminoso corno,

E sorser l'altro di sopra la riva Ch'amena giace ad Agringento intorno, Quivi Orlando ordino per l'altra sera Cio ch'a funeral pompa bisogno era.

Poi che l'ordine suo vide esequito Essendo homai del Sole il lume spento: Fra molta nobilta: ch'era allo'nvito De luoghi intorno corsa in Agringento,

D'accesi torchi tutto ardendo'l lito E di grida sonando e di lamento: Torno Orlando ove il corpo fu lasciato Che vivo e morto havea con fede amato.

Quivi Bardin di soma d'anni grave Stava piangendo alla bara funebre, che pel gran pianto c'havea fatto in nave Dovria gliocchi haver pianti e le palpebre/

Chiamando il ciel crudel le stelle prave Ruggia come un leon c'habbia la febre, Le mani erano in tanto empie e ribelle A i crin canuti e alla rugosa pelle.

Levossi al ritornar del Paladino Maggiore il grido: e raddoppiossi il pianto Orlando fatto al corpo piu vicino Senza parlar stette a mirarlo alquanto,

Pallido, come colto al matutino E da sera il ligustro, o il molle acantho E dopo un gran sospir, tenendo fisse Sempre le luci in lui, cosi gli disse.

O forte, o caro, o mio fedel compagno Che qui sei morto, e so che vivi in cielo, E d'una vita v'hai fatto guadagno Che non ti puo mai tor caldo ne gielo,

Perdonami, se ben vedi ch'io piagno: Perche d'esser rimaso mi querelo: E ch'a tanta letitia io non son teco, Non gia perche qua giu tu non sia meco.

Solo senza te son, ne cosa in terra Senza te posso haver piu che mi piaccia, Se teco era in tempesta: e teco in guerra Perche non ancho in otio & in bonaccia?

Ben grande e'l mio fallir, poi che mi serra Di questo fango uscir per la tua traccia, Se ne gli affanni teco fui, per c'hora Non sono a parte del guadagno anchora?

Tu guadagnato e perdita ho fatto io Sol tu all'acquisto, io non son solo al danno, Partecipe fatto e del dolor mio L'Italia, il regno Franco, e l'Alemanno,

O quanto quanto il mio Signore e Zio, O quanto i Paladin da doler s'hanno, Quanto l'Imperio, e la Christiana Chiesa, Che perduto han la sua maggior difesa,

O quanto si torra per la tua morte Di terrore a nimici e di spavento, O quanto Pagania sara piu forte Quanto animo n'havra quanto ardimento,

O come star ne dee la tua consorte Sin qui ne veggo il pianto e'l grido sento: So che m'accusa: e forse odio mi porta Che per me teco ogni sua speme e morta.

Ma Fiordiligi, al men resti un conforto A noi che sian di Brandimarte privi, Ch'invidiar lui con tanta gloria morto Denno tutti i guerrier c'hoggi son vivi,

Quei Decii, e quel nel Roman foro absorto Quel si lodato Codro da gli Argivi Non con piu altrui profitto e piu suo honore A morte si donar, del tuo Signore.

Queste parole & altre dicea Orlando In tanto, i bigi, i bianchi,i neri frati E tutti glialtri chierci seguitando Andavan con lungo ordine accoppiati,

Per l'alma del defunto Dio pregando Che gli donasse requie tra beati, Lumi inanzi e per mezo e d'ognintorno Mutata haver parean la notte in giorno.

Levan la bara, & a portarla foro Messi a vicenda Conti e Cavallieri, Purpurea seta la copria, che d'oro E di gran perle havea compassi altieri:

Di non men bello e signoril lavoro Havean gemmati e splendidi origlieri E giacea quivi il cavallier con vesta Di color pare, e d'un lavor contesta.

Trecento a glialtri eran passati inanti De piu poveri tolti de la terra, Parimente vestiti tutti quanti Di panni negri, e lunghi sin'a terra,

Cento paggi seguian sopra altretanti Grossi cavalli, e tutti buoni a guerra, E i cavalli co i paggi ivano il suolo Radendo col lor habito di duolo.

Molte bandiere inanzi e molte dietro Che di diverse insegne eran dipinte Spiegate accompagnavano il feretro: Lequai gia tolse a mille schiere vinte

E guadagnate a Cesare & a Pietro Havean le forze c'hor giaceano estinte: Scudi v'erano molti, che di degni Guerrieri, a chi fur tolti, haveano i segni.

Venian cento e cent'altri a diversi usi De l'esequie ordinati, & havean questi Come ancho il resto accesi torchi, e chiusi Piu che vestiti, eran di nere vesti,

Poi seguia Orlando, e adhor adhor suffusi Di lachryme havea gliocchi e rossi e mesti Ne piu lieto di lui Rinaldo venne: Il pie Olivier che rotto havea: ritene,

Lungo sara s'io vi vo dire in versi. Le cerimonie: e raccontarvi tutti I dispensati manti oscuri e persi: Gli accesi torchi che vi furon strutti,

Quindi alla chiesa cathedral conversi Dovunque andar non lasciaro occhi asciutti: Si bel: si buon: si giovene, a pietade Mosse ogni fesso, ogni ordine, ogni etade.

Fu posto in chiesa, e poi che da le donne Di lachryme e di pianti inutil opra E che da i sacerdoti hebbe eleisonne E glialtri santi detti havuto sopra,

In una arca il serbar su due colonne: E quella vuole Orlando che si cuopra Di ricco drappo d'or, sin che reposto In un sepulchro sia di maggior costo.

Orlando di Sicilia non si parte Che manda a trovar porphydi e alabastri: Fece fare il disegno, e di quell'arte Inarrar con gran premio i miglior mastri,

Fe le lastre (venendo in questa parte) Poi drizzar Fiordiligi, e i gran pilastri: Che qui (essendo Orlando gia partito) Si fe portar da l'Africano lito.

E vedendo le lachryme indefesse Et ostinati a uscir sempre i sospiri, Ne per far sempre dire uffici e messe Mai satisfar potendo a suoi disiri,

Di non partirsi quindi in cor si messe Fin che del corpo l'anima non spiri: E nel sepolchro fe fare una cella E vi si chiuse, e fe sua vita in quella.

Oltre che messi e lettere le mande Vi va in persona Orlando per levarla: Se viene in Francia con pension ben grande Compagna vuol di Galerana farla,

Quando tornare al padre ancho domande Sin'alla lizza vuole accompagnarla, Edificar le vuole un monastero Quando servire a Dio faccia pensiero

Stava ella nel sepulchro e quivi attrita Da penitentia orando giorno e notte, Non duro lunga eta: che di sua vita Da la Parca le fur le fila rotte,

Gia fatte havea da l'isola partita Ove i Cyclopi havean l'antique grotte I tre guerrier di Francia: afflitti e mesti Che'l quarto lor compagno a dietro resti.

Non volean senza medico levarsi Che d'Olivier s'havesse a pigliar cura: Laqual perche a principio mal pigliarsi Pote, fatt'era faticosa e dura,

E quello udiano in modo lamentarsi Che del suo caso havean tutti paura, Tra lor di cio parlando al nocchier nacque Un pensiero: e lo disse, e a tutti piacque.

Disse ch'era di la poco lontano In un solingo scoglio uno Eremita: A cui ricorso mai non s'era in vano O fosse per consiglio o per aita,

E facea alcuno effetto sopr'humano: Dar lume a ciechi, e tornar morti a vita Fermare il vento ad un segno di croce, E far tranquillo il mar quando e piu atroce.

E che non denno dubitare, andando A ritrovar quel huomo a Dio si caro, Che lor non renda Olivier sano, quando Fatto ha di sua virtu segno piu chiaro,

Questo consiglio si piacque ad Orlando Che verso il santo loco si drizzaro: Ne mai piegando dal camin la prora Vider lo scoglio al sorger de l'Aurora.

Scorgendo il legno huomini in acqua dotti Sicuramente s'accostaro a quello, Quivi aiutando servi e galeotti Declinano il Marchese nel battello,

E per le spumose onde fur condotti Nel duro scoglio, & indi al santo hostello Al santo hostello: a quel Vecchio medesmo Per le cui mano hebbeRuggier battesmo

Il servo del Signor del Paradiso Raccolse Orlando & i compagni suoi, E benedilli con giocondo viso: E de lor casi dimandolli poi,

Ben che de lor venuta havuto avviso Havesse prima da i celesti Heroi Orlando gli rispose esser venuto Per ritrovare al suo Oliviero aiuto.

Ch'era pugnando per la fe di Christo A periglioso termine ridutto, Levogli il Santo ogni sospetto tristo E gli promisse di sanarlo in tutto,

Ne d'unguento trovandosi previsto Ne d'altra humana medicina instrutto, Ando alla chiesa, & oro al Salvatore, Et indi usci con gran baldanza fuore.

E in nome de le eterne tre persone Padre e figliuolo e spirto santo, diede Ad Olivier la sua benedittione, O virtu che da Christo a chi gli crede,

Caccio dal cavalliero ogni passione E ritornolli a sanitade il piede: Piu fermo e piu espedito che mai fosse E presente Sobrino a cio trovosse.

Giunto Sobrin de le sue piaghe a tanto Che star peggio ogni giorno se ne sente, Tosto che vede del monacho santo Il miracolo grande & evidente,

Si dispon di lasciar Machon da canto E Christo confessar vivo e potente E domanda con cor di fede attrito D'iniciarsi al nostro sacro rito.

Cosi l'huom giusto lo batteza, & ancho Gli rende orando ogni vigor primiero, Orlando e glialtri cavallier non manco Di tal conversion letitia fero,

Che di veder che liberato e franco Del periglioso mal fosse Oliviero, Maggior gaudio de glialtri Ruggier'hebbe E molto in fede e in devotione accrebbe.

Era Ruggier, dal di che giunse a nuoto Su questo scoglio, poi statovi ognihora, Fra quei guerrieri il Vecchiarel devoto Sta dolcemente e li conforta & ora,

A voler schivi di pantano e loto Mondi passar per questa morta gora C'ha nome vita, che si piace a sciocchi Et alla via del ciel sempre haver gliocchi.

Orlando un suo mando su'l legno, e trarne Fece pane e buon vin, cacio, e persutti, E l'huom di Dio ch'ogni sapor di starne Pose in oblio poi ch'avvezzossi a frutti,

Per charita mangiar fecero carne E ber del vino, e far quel che fer tutti : Poi ch'alla mensa consolati foro Di molte cose ragionar tra loro.

E come accade nel parlar sovente Ch'una cosa vien l'altra dimostrando, Ruggier riconosciuto finalmente Fu da Rinaldo, da Olivier, da Orlando:

Per quel Ruggiero in arme si eccellente Il cui valor s'accorda ognun lodando: Ne Rinaldo l'havea raffigurato Per quel che provo gia ne lo steccato.

Ben l'havea il Re Sobrin riconosciuto Tosto che'l vide col Vecchio apparire, Ma volse inanzi star tacito e muto Che porsi in aventura di fallire,

Poi ch'a notitia a glialtri fu venuto Che questo era Ruggier, di cui l'ardire La cortesia e'l valore alto e profondo Si facea nominar per tutto il mondo.

E sapendosi gia ch'era christiano Tutti con lieta e con serena faccia Vengono a lui, chi gli tocca la mano E chi lo baciae chi lo stringe e abbraccia,

Sopra glialtri il Signor di Montalbano D'accarezzarlo e fargli honor procaccia: Perch'esso piu de glialtri io'l serbo a dire Ne l'altro canto s e'l vorrete udire.

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CANTO XLIII. · Ludovico Ariosto · Poetry Cove