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1474–1533

CANTO XLII.

Ludovico Ariosto

Q Ual duro freno o qual ferrigno nodo Qual (s'esser puo) catena di Diamante? Fara che l'ira servi ordine e modo Che non trascor ra oltre al prescritto inante?

Quando persona che con saldo chiodo T'habbia gia fissa Amor nel cor constante, Tu vegga o per violentia o per inganno Patire o dishonore o mortal danno?

E s'a crudel s'ad inhumano effetto Quell'impetro talhor l'animo svia: Merita escusa, perche allhor del petto Non ha ragione imperio ne balia,

Achille poi che sotto il falso elmetto Vide Patroclo insanguinar la via D'uccider chi l'uccise non fu satio Se nol trahea: se non ne facea stratio.

Invitto Alfonso simile ira accese La vostra gente, il di che vi percosse La fronte il grave sasso, e si v'offese Ch'ognun penso che l'alma gita fosse:

L'accese in tal furor: che non difese Vostri inimici, argini, o mura, o fosse Che non fossino insieme tutti morti Senza lasciar chi la novella porti.

Il vedervi cader causo il dolore Che i vostri a furor mosse e a crudeltade S'eravate in pie voi, forse minore Licentia havriano havute le lor spade,

Eravi assai che la Bastia in manche hore V'haveste ritornata in potestade, Che tolta in giorni a voi non era stata, Da gente Cordovese e di Granata,

Forse fu da Dio vindice permesso Che vi trovaste a quel caso impedito, Accio che'l crudo e scelerato eccesso Che dianzi fatto havean, fosse punito,

Che poi ch'in lor man vinto si fu messo Il miser Vestidel lasso e ferito: Senz'arme fu tra cento spade ucciso Dal popul la piu parte circonciso.

Ma perch'io vo concludere: vi dico Che nessun'altra quell'ira pareggia Quando Signor, parente, o sotio antico Dinanzi a gliocchi ingiuriar ti veggia,

Dunque e ben dritto per si caro amico Che subit'ira il cor d'Orlando seggia: Che de l'horribil colpo che gli diede Il Re Gradasso, morto in terra il vede.

Qual Nomade pastor che vedut'habbia Fuggir strisciando l'horrido serpente Che il figliuol che giocava ne la sabbia Ucciso gli ha col venenoso dente,

Stringe il baston con colera e con rabbia, Tal la spada d'ognialtra piu tagliente Stringe con ira il cavallier d'Anglante, Il primo che trovo fu'l Re Agramante,

Che sanguinoso e de la spada privo Con mezo scudo: e con l'elmo disciolto, E ferito in piu parti ch'io non scrivo S'era di man di Brandimarte tolto,

Come di pie all'astor sparvier mal vivo A cui lascio alla coda invido o stolto, Orlando giunse e messe il colpo giusto Ove il capo si termina col busto.

Sciolto era l'elmo, e disarmato il collo Si che lo taglio netto come un giunco, Cadde, e die nel sabbion l'ultimo crollo Del regnator di Lybia il grave trunco:

Corse lo spirto all'aque, onde tirollo Charon nel legno suo col graffio adunco, Orlando sopra lui non si ritarda Ma trova il Serican con Balisarda.

Come vide Gradasso d'Agramante Cadere il busto dal capo diviso, Quel ch'accaduto mai non gliera inante Tremo nel core: e si smarri nel viso,

E all'arrivar del cavallier d'Anglante Presago del suo mal parve conquiso, Per schermo suo partito alcun non prese Quando il colpo mortal sopra gli scese.

Orlando lo feri nel destro fianco Sotto l'ultima costa, e il ferro immerso Nel ventre un palmo, usci dal lato manco Di sangue sin'all'elsa tutto asperso,

Mostro ben che di man fu del piu franco E del meglior guerrier de l'universo Il colpo, ch'un Signor condusse a morte Di cui non era in Pagania il piu forte.

Di tal vittoria non troppo gioioso Presto di sella il Paladin si getta, E col viso turbato e lachrymoso A Brandimarte suo corre a gran fretta,

Gli vede intorno il campo sanguinoso L'elmo che par ch'aperto habbia una accetta, Se fosse stato fral piu che di scorza Difeso non l'havria con minor forza.

Orlando l'elmo gli levo dal viso E ritrovo che'l capo sino al naso Fra l'uno e l'altro ciglio era diviso, Ma pur gli e tanto spirto ancho rimaso

Che de suoi falli al Re del Paradiso Puo domandar perdono anzi l'occaso: E confortare il conte, che le gote Sparge di pianto, a patientia puote.

E dirgli Orlando fa che ti raccordi Di me, ne l'oration tue grate a Dio: Ne men ti raccomando la mia Fiordi Ma dir non pote ligi, e qui finio,

E voci e suoni d'angeli concordi Tosto in aria s'udir che l'alma uscio: Laqual disciolta dal corporeo velo Fra dolce melodia sali nel cielo.

Orlando anchor che far dovea allegrezza Di si devoto fine, e sapea certo Che Brandimarte alla suprema altezza Salito era, che'l ciel gli vide aperto,

Pur da la humana volontade avezza Co i fragil sensi, male era sofferto Ch'un tal piu che fratel gli fosse tolto, E non haver di pianto humido il volto.

Sobrin che molto sangue havea perduto Che gli piovea su'l fianco e su le gote Riverso gia gran pezzo era caduto E haver ne dovea hormai le vene vote,

Anchor giacea Olivier, ne rihavuto Il piede havea, ne rihaver lo puote Se non ismosso, e de lo star che tanto Gli fece il destrier sopra, mezo infranto.

E se'l Cognato non venia ad aitarlo (Si come lachrymoso era e dolente) Per se medesmo non potea ritrarlo: E tanta doglia e tal martir ne sente

Che ritratto che l'hebbe ne a mutarlo Ne afermarvisi sopra era possente, E'ha insieme la gamba si stordita Che muover non si puo se non si aita.

De la vittoria poco rallegrosse Orlando, e troppo gliera acerbo e duro Veder che morto Brandimarte fosse Ne del Cognato molto esser sicuro:

Sobrin, che vivea anchora, ritrovosse Ma poco chiaro havea con molto oscuro, Che la sua vita per l'uscito sangue Era vicina a rimanere esangue,

Lo fece tor che tutto era sanguigno Il conte, e medicar discretamente: E confortollo con parlar benigno Come se stato gli fosse parente,

Che dopo il fatto nulla di maligno In se tenea, ma tutto era clemente, Fece dei morti arme e cavalli torre Del resto a servi lor lascio disporre.

Qui de la historia mia che non sia vera Federigo fulgoso e in dubbio alquanto, Che con l'armata havendo la riviera Di Barberia trascorsa in ogni canto

Capito quivi, e l'Isola si fiera Montuosa e inegual ritrovo tanto Che non e (dice) in tutto il luogo strano Ove un sol pie si possa metter piano.

Ne verisimil tien che ne l'alpestre Scoglio: sei cavallieri il fior del mondo Potesson far quella battaglia equestre, Allaquale obiettion cosi rispondo:

Ch'a quel tempo una piazza de le destre Che sieno a questo: havea lo scoglio al fondo Ma poi ch'un sasso che'l tremuoto aperse Le cadde sopra e tutta la coperse.

Siche o chiaro fulgor de la fulgosa Stirpe, o serena o sempre viva luce Se mai mi riprendeste in questa cosa, E forse inanti a quello invitto Duce

Per cui la vostra patria hor si riposa: Lascia ogni odio e in amor tutta s'induce Vi priego che non siate a dirgli tardo Ch'esser puo che nein questo io sia bugiardo.

In questo tempo alzando gliocchi al mare Vide Orlando venire a vela in fretta Un navilio leggier, che di calare Facea sembiante sopra l'isoletta:

Di chi si fosse io non voglio hor contare Perc'ho piu d'uno altrove che m'aspetta Veggiamo in Francia: poi che spinto n'hanno I saracin: se mesti o lieti stanno.

Veggian che fa quella fedele amante Che vede il suo contento ir si lontano, Dico la travagliata Bradamante Poi che ritrova il giuramento vano

C'havea fatto Ruggier pochi di inante. Udendo il nostro, e l'altro stuol pagano: Poi ch'in questo anchor manca: non le avanza In ch'ella debba piu metter speranza.

E ripetendo i pianti e le querele Che pur troppo domestiche le furo: Torno a sua usanza a nominar crudele Ruggiero, e'l suo destin spietato e duro:

Indi sciogliendo al gran dolor le vele Il ciel che consentia tanto pergiuro Ne fatto n'havea anchor segno evidente Ingiusto chiama debole e impotente.

Ad accusar Melissa si converse E maledir l'oracol de la grotta: Ch'a lor mendace suasion s'immerse Nel mar d'amore, ov'e a morir condotta,

Poi con Marphisa ritorno a dolerse Del suo fratel che le ha la fede rotta, Con lei grida e si sfoga:e le domanda Piangendo aiuto: e se le raccomanda.

Marphisa si ristringe ne le spalle E quel sol che po far, le da conforto, Ne crede che Ruggier mai cosi falle Ch'a lei non debba ritornar di corto,

E se non torna pur, sua fede dalle Ch'ella non patira si grave torto, O che battaglia pigliera con esso, O gli fara osservar cio c'ha promesso.

Cosi fa ch'ella un poco il duol raffrena C'havendo ove sfogarlo e meno acerbo, Hor c'habbiamvista Bradamante in pena Chiamar Ruggier pergiuro, empio, esuperbo,

Veggiamo anchor se miglior vita mena Il fratel suo: che non ha polso o nerbo Osso o medolla, che non senta caldo De le fiamme d'Amor dico Rinaldo.

Dico Rinaldo, ilqual come sapete Angelica la bella amava tanto: Ne l'havea tratto all'amorosa rete Si la belta di lei, come l'incanto,

Haveano glialtri Paladin quiete Essendo a i Mori ogni vigore affranto, Tra i vincitori era rimaso solo Egli captivo in amoroso duolo.

Cento messi a cercar che di lei fusse Havea mandato, e cerconne egli stesso, Al fine a Malagigi si ridusse, Che nei bisogni suoi l'aiuto spesso,

A narrar il suo amor se gli condusse Col viso rosso e col ciglio demesso: Indi lo priega, che gli insegni dove La desiata Angelica si trove.

Gran maraviglia di si strano caso Va rivolgendo a Malagigi il petto, Sa che sol per Rinaldo era rimaso D'haverla cento volte e piu nel letto:

Et egli stesso, accio che persuaso Fosse di questo: havea assai fatto e detto Con prieghi e con minaccie, perpiegarlo Ne mai havuto havea poter di farlo.

E tanto piu ch'allhor Rinaldo havrebbe Tratto fuor Malagigi di prigione, Fare hor spontaneamente lo vorrebbe Che nulla giova, e n'ha minor cagione,

Poi priega lui, che ricordar si debbe Pur quanto ha offeso in questo oltr'a ragione, Che per negargli gia vi manco poco Di non farlo morire in scuro loco.

Ma quanto a Malagigi le domande Di Rinaldo importune piu pareano, Tanto che l'amor suo fosse piu grande Inditio manifesto gli faceano,

I prieghi che con lui vani non spande Fan che subito immerge nel oceano Ogni memoria de la ingiuria vecchia, E che a dargli soccorso s'apparecchia.

Termine tolse alla risposta, e speme Gli die, che favorevol gli saria, E che gli sapra dir la via che tiene Angelica, o sia in Francia o dove sia,

E quindi Malagigi al luogo viene Ove i demoni scongiurar solia: Ch'era fra monti inaccessibil grotta Apre il libro e li spirti chiama in frotta.

Poi ne sceglie un che de casi d'Amore Havea notitia, e da lui saper volle Come sia che Rinaldo c'havea il core Dianzi si duro, hor l'habbia tanto molle,

E di quelle due fonti ode il tenore Di che l'una da il fuoco, e l'altra il tolle, E al mal che l'una fa nulla soccorre Se non l'altra acqua che contraria corre.

Et ode come havendo gia di quella Che l'amor caccia, beuto Rinaldo, Ai lunghi prieghi d'Angelica bella Si dimostro cosi ostinato e saldo,

E che poi giunto per sua iniqua stella A ber ne l'altra l'amoroso caldo, Torno ad amar per forza di quelle acque Lei,che pur dianzi oltr'al dover gli spiacque.

Da iniqua stella, e fier destin fu giunto A ber la fiamma in quel ghiacciato rivo, Perche Angelica venne quasi a un punto A ber ne l'altro di dolcezza privo,

Che d'ogni amor le lascio il cor si emunto Ch'indi hebbe lui piu che le serpi aschiuo, Egli amo lei, e l'amor giunse al segno In ch'era gia di lei l'odio e lo sdegno

Del caso strano di Rinaldo a pieno Fu Malagigi dal demonio instrutto, Che gli narro d'Angelica non meno Ch'a un giovine African si dono in tutto:

E come poi lasciato havea il terreno Tutto d'Europa, e per l'instabil flutto Verso India sciolto havea da i litiHispani Su l'audaci galee de Catallani.

Poi che venne il Cugin per la risposta Molto gli disuase Malagigi Di piu Angelica amar, che s'era posta D'un vilissimo Barbaro a i servigi,

Et hora si da Francia si discosta Che mal seguir se ne potria i vestigi: Ch'era hoggi mai piu la ch'a meza strada Per andar con Medoro in sua contrada.

La partita d'Angelica non molto Sarebbe grave all'animoso amante: Ne pur gli havria turbato il sonno o tolto Il pensier di tornarsene in Levante,

Ma sentendo c'havea del suo amor colto Un Saracino le primitie inante, Tal passione: e tal cordoglio sente Che non fu in vita sua mai piu dolente.

Non ha poter d'una risposta sola: Triema il cor dentro, e trieman fuor le labbia/ Non puo la lingua disnodar parola: La bocca ha amara, e par che tosco v'habbia

Da Malagigi subito s'invola E come il caccia la gelosa rabbia Dopo gran pianto, e gran ramaricarsi Verso Levante fa pensier tornarsi.

Chiede licentia al figlio di Pipino: E trova scusa che'l destrier Baiardo Che ne mena Gradasso saracino Contra il dover di cavallier gagliardo,

Lo muove per suo honore a quel camino: Accio che vieti al Serican bugiardo Di mai vantarsi, che con spada o lancia L'habbia levato a un Paladin di Francia.

Lasciollo andar con sua licentia Carlo Ben che ne fu con tutta Francia mesto. Ma finalmente non seppe negarlo Tanto gli parve il desiderio honesto,

Vuol Dudon, vuolGuidone accompagnarlo Ma lo niega Rinaldo a quello e a questo. Lascia Parigi, e se ne va via solo Pienee di sospiri e d'amoroso duolo,

Sempre ha in memoria e mai non se gli tolle C'haverla mille volte havea potuto, E mille volte havea ostinato e folle Di si rara belta fatto rifiuto:

E di tanto piacer c'haver non volle Si bello e si buon tempo era perduto: Et hora eleggerebbe un giorno corto Haverne solo, e rimaner poi morto.

Ha sempre in mente: e mai non se ne parte Come esser puote ch'un povero fante Habbia del cor di lei spinto da parte Merito e amor d'ognialtro primo amante,

Con tal pensier che'l cor gli straccia e parte Rinaldo se ne va verso Levante: E dritto al Rheno e a Basilea si tiene Fin che d'Ardenna alla gran selva viene,

Poi che fu dentro a molte miglia andato Il Paladin pel bosco aventuroso, Da ville e da castella allontanato Ove aspro era piu il luogo e periglioso:

Tutto in un tratto vide il ciel turbato Sparito il Sol tra nuvoli nascoso: Et uscir fuor d'una caverna oscura Un strano mostro in feminil figura.

Mill'occhi in capo havea senza palpebre Non puo serrarli e non credo che dorma, Non men che gliocchi havea l'orecchie crebre Havea in loco de crin serpi a gran torma

Fuor de le diaboliche tenebre Nel mondo usci la spaventevol forma, Un fiero e maggior serpe ha per la coda Che pel petto si gira e che l'annoda.

Quel ch'a Rinaldo in mille e mille imprese Piu non avvenne mai, quivi gli avviene, Che come vede il mostro ch'all'offese Se gli apparecchia, ech'a trovar loviene

Tanta paura, quanta mai non scese In altri forse: gli entra ne le vene: Ma pur l'usato ardir simula e finge E con trepida man la spada stringe.

S'acconcia il mostro inguisa al fiero assalto Che si puo dir che sia mastro di guerra, Vibra il serpente venenoso in alto E poi contra Rinaldo si disserra,

Di qua, di la, gli vien sopra a gran salto: Rinaldo contra lui vaneggia & erra: Colpi a dritto e a riverso tira assai Ma non ne tira alcun che fera mai.

Il mostro al petto il serpe hora gli appicca Che sotto l'arme e sin nel cor l'agghiaccia Hora per la visiera gliele ficca E fa ch'erra pel collo e per la faccia:

Rinaldo da l'impresa si dispicca E quanto puo con sproni il destrier caccia: Ma la Furia infernal gia non par zoppa Che spicca un salto e glie subito in groppa

Vada al traverso al dritto ove si voglia Sempre ha con lui la maledetta peste, Ne sa modo trovar che se ne scioglia Ben che'l destrier di calcitrar non reste:

Triema a Rinaldo il cor come una foglia Non ch'altrimente il serpe lo moleste, Ma tanto horror ne sente e tanto schivo Che stride e geme: e duolsi ch'egli evivo.

Nel piu tristo sentier nel peggior calle Scorrendo va:nel piu intricato bosco: Ove ha piu asprezza il balzo, ove la valle E piu spinosa, ov'e l'aer piu fosco,

Cosi sperando torsi da le spalle Quel brutto abominoso horrido tosco: E ne saria mal capitato forse Se tosto non giungea chi lo soccorse.

Ma lo soccorse a tempo un cavalliero Di bello armato e lucido metallo: Che porta un giogo rotto per cimiero, Di rosse fiamme ha pien lo scudo giallo:

Cosi trapunto il suo vestire altiero Cosi la sopravesta del cavallo, La lancia hain pugno e la spada al suo loco E la mazza all'arcion che getta foco.

Piena d'un foco eterno e quella mazza Che senza consumarsi ogn'hora avampa: Ne per buon scudo o tempra di corazza O per grossezza d'elmo se ne scampa:

Dunque si debbe il cavallier far piazza Giri ove vuol l'inestinguibil lampa: Ne manco bisognava al guerrier nostro Per levarlo di man del crudel mostro.

E come cavallier d'animo saldo Ove ha udito il rumor corre e galoppa: Tanto che vede il mostro che Rinaldo Col brutto serpe in mille nodi agroppa,

E sentir fagli a un tempo freddo e caldo Che non ha via di torlosi di groppa, Va il cavalliero e fere il mostro al fianco E lo fa trabboccar dal lato manco.

Ma quello e a pena in terra che si rizza E il lungo serpe intorno aggira e vibra: Quest'altro piu con l'hasta non l'attiza Ma di farla col fuoco si delibra,

La mazza impugna, e dove il serpe guizza Spessi come tempesta i colpi libra, Ne lascia tempo a quel brutto animale Che possa farne un solo o bene o male.

E mentre a dietro il caccia o tiene a bada E lo percuote e vendica mille onte: Consiglia il Paladin che se ne vada Per quella via che s'alza verso il monte:

Quel s'appiglia al consiglio & alla strada E senza dietro mai volger la fronte, Non cessa che di vista se gli tolle Benche molto aspro era a salir quel colle.

Il cavallier poi ch'alla scura buca Fece tornare il mostro da l'inferno: Ove rode se stesso e si manuca E da mille occhi versa il pianto eterno,

Per esser di Rinaldo guida e duca Gli sali dietro: e su'l giogo superno Gli fu alle spalle, e si mise con lui Per trarlo fuor de luoghi oscuri e bui.

Come Rinaldo il vide ritornato Gli disse, che gli havea gratia infinita: E ch'era debitore in ogni lato Di porre a beneficio suo la vita,

Poi lo domanda come sia nomato Accio dir sappia chi gli ha dato aita, E tra guerrieri possa e inanzi a Carlo De l'alta sua bonta sempre esaltarlo.

Rispose il cavallier non ti rincresca Se'l nome mio scoprir non ti vogli'hora Ben tel diro prima ch'un passo cresca L'ombra: che ci sara poca dimora:

Trovaro andando insieme un'acqua fresca Che col suo mormorio facea tal'hora Pastori e viandanti al chiaro rio Venire: e berne l'amoroso oblio.

Signor queste eran quelle gelide acque Quelle che spengon l'amoroso caldo: Di cui bevendo ad Angelica nacque L'odio, c'hebbe dipoi sempre a Rinaldo,

E s'ella un tempo a lui prima dispiacque E se nel'odio il ritrovo si saldo Non derivo Signor la causa altronde Se non d'haver beuto di queste onde.

Il cavallier che con Rinaldo viene Come si vede inanzi al chiaro rivo Caldo per la fatica il destrier tiene: E dice il posar qui non fia nocivo,

Non fia (disse Rinaldo) se non bene Ch'oltre che prema il mezo giorno estivo: M'ha cosi il brutto mostro travagliato Che'l riposar mi fia commodo e grato.

L'un e l'altro smonto del suo cavallo E pascer lo lascio per la foresta, E nel fiorito verde a rosso e a giallo Ambi si trasson l'elmo de la testa:

Corse Rinaldo al liquido chrystallo Spinto da caldo e da sete molesta, E caccio a un sorso del freddo liquore Dal petto ardente e la sete e l'amore.

Quando lo vide l'altro cavalliero La bocca sollevar de l'acqua molle: E ritrarne pentito ogni pensiero Di quel desir c'hebbe d'amor si folle,

Si levo ritto, e con sembiante altiero Gli disse quel che dianzi dir non volle: Sappi Rinaldo il nome mio e lo sdegno Venuto sol per sciorti il giogo indegno.

Cosi dicendo, subito gli sparve E sparve insieme il suo destrier con lui: Questo a Rinaldo un gran miracol parve S'aggiro intorno, e disse ove e costui?

Stimar non sa se sian magiche larve Che Malagigi un de ministri sui Gli habbia mandato a romper la cathena Che lungamente l'ha tenuto in pena.

O pur che Dio da l'alta hierarchia Gli habbia per ineffabil sua bontade Mandato come gia mando a Thobia Un'angelo a levar di cecitade,

Ma buono o rio demonio, o quel che sia Che gli ha renduta la sua libertade Ringratia e loda, e da lui sol conosce Che sano ha il cor da l'amorose angosce.

Gli fu nel primier'odio ritornata Angelica, e gli parve troppo indegna D'esser, non che si lungi seguitata: Ma che per lei pur meza lega vegna,

Per Baiardo rihaver tutta fiata Verso India in Sericana andar disegna Si perche l'honor suo lo stringe a farlo Si per haverne gia parlato a Carlo

Giunse il giorno seguente a Basilea Ove la nuova era venuta inante, Che'l conte Orlando haver pugna dovea Contra Gradasso e contra il Re Agramante,

Ne questo per aviso si sapea C'havesse dato il cavallier d'Anglante: Ma di Sicilia in fretta venut'era Chi la novella v'apporto per vera.

Rinaldo vuol trovarsi con Orlando Alla battaglia: e se ne vede lunge, Di dieci in dieci miglia va mutando Cavalli e guide, e corre, e sferza, e punge

Passa il Rheno a Costanza, e in su volando Traversa l'alpe, & in Italia giunge: Verona a dietro, a dietro Mantua lassa Su'l Po si trova, e con gran fretta il passa.

Gia s'inchinava il Sol molto alla sera E gia apparia nel ciel la prima stella Quando Rinaldo in ripa alla riviera Stando in pensier: s'havea da mutar sella

O tanto soggiornar che l'aria nera Fuggisse inanzi all'altra Aurora bella, Venir si vede un cavalliero inanti Cortese ne l'aspetto e nei sembianti.

Costui dopo il saluto con bel modo Gli domando s'aggiunto a moglie fosse, Disse Rinaldo io son nel giugal nodo Ma di tal domandar maravigliosse,

Soggiunse quel, che sia cosi ne godo Poi che chiarir perche tal detto mosse Disse io ti priego che tu sia contento Ch'io ti dia questa sera alloggiamento.

Che ti faro veder cosa che debbe Ben volentier veder chi ha moglie a lato Rinaldo, si perche posar vorrebbe Hormai di correr tanto affaticato.

Si perche di vedere e d'udire hebbe Sempre aventure un desiderio innato, Accetto l'offerir del cavalliero: E dietro gli piglio nuovo sentiero.

Un tratto d'arco fuor di strada usciro E inanzi un gran palazzo si trovaro, Onde scudieri in gran frotta veniro Con torchi accesi, e fero intorno chiaro,

Entro Rinaldo, e volto gliocchi in giro E vide loco ilqual si vede raro: Di gran fabrica e bella e bene intesa: Ne a privato huom convenia tanta spesa.

Di serpentin di porphydo le dure Pietre, fan de la porta il ricco volto: Quel che chiude e di bronzo: con figure Che sembrano spirar muovere il volto,

Sotto un'arco poi s'entra, ove misture Di bel Musaico ingannan l'occhio molto Quindi si va in un quadro ch'ogni faccia De le sue loggie ha lunga cento braccia

La sua porta ha per se ciascuna loggia E tra la porta e se ciascuna ha un'arco: D'ampiezza pari son: ma varia foggia Fe d'ornamenti il mastro lor non parco,

Da ciascuno arco s'entra ove si poggia Si facil ch'un somier vi puo gir carco, Un'altro arco di su trova ogni scala E s'entra per ogni arco in una sala.

Gliarchi di sopra escono fuor del segno Tanto che fan coperchio alle gran porte: E ciascun due colonne ha per sostegno Altre di bronzo altre di pietra forte,

Lungo sara se tutti vi disegno Gli ornati alloggiamenti de la corte, E oltr'a quel ch'appar, quanti agi sotto La cava terra il mastro havea ridotto.

L'alte colonne e i capitelli d'oro Da che i gemmati palchi eran suffulti I peregrini marmi che vi foro Da dotta mano in varie forme sculti,

Pitture, e getti, e tant'altro lavoro: (Ben che la notte a gliocchi il piu ne occulti) Mostran che non bastaro a tanta mole Di duo Re insieme le ricchezze sole,

Sopra glialtri ornamenti ricchi e belli Ch'erano assai ne la gioconda stanza: V'era una fonte: che per piu ruscelli Spargea freschissime acque in abondanza,

Poste le mense havean quivi i donzelli Ch'era nel mezo per ugual distanza, Vedeva e parimente veduta era Da quattro porte de la casa altiera.

Fatta da mastro diligente e dotto La fonte era con molta e suttil opra Di loggia a guisa o padiglion, ch'in otto Faccie distinto: intorno adombri e cuopra

Un ciel d'oro che tutto era di sotto Colorito di smalto le sta sopra, Et otto statue son di marmo bianco Che sostengon quel ciel col braccio manco.

Ne la man destra il corno d'Amalthea Sculto havea lor l'ingenioso mastro, Onde con grato murmure cadea L'acqua di fuore in vaso d'alabastro,

Et a sembianza di gran donna havea Ridutto con grande arte ogni pilastro, Son d'habito e di faccia differente Ma gratia hanno e belta tutte ugualmente.

Fermava il pie ciascun di questi segni Sopra due belle imagini piu basse, Che con la bocca aperta facean segni Che'l canto e l'harmonia lor dilettasse,

E quell'atto in che son par che disegni Che l'opra e studio lor tutto lodasse Le belle donne che su gli homeri hanno, Se fosser quei di cu'in sembianza stanno.

I simulachri inferiori, in mano Havean lunghe & amplissime scritture: Ove facean con molta laude piano I nomi de le piu degne figure:

E mostravano anchor poco lontano I propri loro in note non oscure, Miro Rinaldo a lume di doppieri Le donne ad una ad una e i cavallieri.

La prima inscrittion ch'a gliocchi occorre Con lungo honor Lucretia Borgia noma, La cui bellezza & honesta, preporre Debbe all'antiqua, la sua patria Roma,

I duo che voluto han sopra se torre Tanto eccellente & honorata soma Noma lo scritto, Antonio Thebaldeo Hercole Strozza, un Lino, & uno Orpheo

Non men gioconda statua ne men bella Si vede appresso, e la scrittura dice Ecco la figlia d'Hercole Issabella: Per cui Ferrara si terra felice

Via piu perche in lei nata sara quella, Che d'altro ben , che prospera e fautrice E benigna Fortuna dar le deve Volgendo glianni nel suo corso lieve.

I duo che mostran disiosi affetti Che la gloria di lei sempre risuone, Gian Iacobi ugualmente erano detti L'uno Calandra e l'altro Bardelone,

Nel terzo e quarto loco ove per stretti Rivi,l'acqua esce fuor del padiglione Due donne son che patria, stirpe, honore Hanno di par, di par belta e valore.

Helissabetta l'una, e Leonora Nominata era al'altra, e fia per quanto Narrava il marmo sculto d'esse anchora Si gloriosa la terra di Manto.

Che di Vergilio che tanto l'honora Piu che di queste non si dara vanto, Havea la prima a pie del sacro lembo Iacobo Sadoletto, e Pietro Bembo.

Uno elegante Castiglione, e un culto Mutio Arelio de l'altra eran sostegni, Di questi nomi era il bel marmo sculto Ignoti allhora, hor si famosi e degni,

Veggon poi quella a cui dal cielo indulto Tanta virtu sara quanta ne regni O mai regnata in alcun tempo sia Versata da Fortuna hor buona hor ria.

Lo scritto d'oro esser costei dichiara Lucretia Bentivoglia, e fra le lode Pone di lei: che'l Duca di Ferrara D'esserle padre si rallegra e gode:

Di costei canta con soave e chiara Voce, un Camil che'l Rheno e Felsina Con tanta attention tanto stupore Con quanta Amphryso udi gia il suo pastoreode

Et un per cui la terra ove l'Isauro Le sue dolci acque in sala in maggior vase: Nominata sara da l'Indo al Mauro E da l'Austrine all'Hyperboree case

Via piu che per pesare il Romano auro Di che perpetuo nome le rimase, Guido Posthumo a cui doppia corona Pallade quinci: e quindi Phebo dona.

L'altra che segue in ordine e Diana: Non guardar dice ilmarmo scritto, ch'ella Sia altiera in vista, che nel core humana Non sara perho men ch'in viso bella,

Il dotto Celio Calcagnin lontana Fara la gloria e'l bel nome di quella Nel regno di Monese: in quel di Iuba: In India e Spagna udir con chiara Tuba.

Et un Marco Cavallo che tal fonte Fara di poesia nascer d'Ancona Qual fe il cavallo alato uscir del monte Non so se di Parnasso o d'Helicona:

Beatrice appresso a questo alza la fronte Di cui lo scritto suo cosi ragiona Beatrice bea vivendo il suo consorte: E lo lascia infelice alla sua morte.

Anzi tutta l'Italia che con lei Fia triumphante, e senza lei captiva: Un Signor di Coreggio di costei Con alto stil par che cantando scriva,

E Timotheo l'honor de Bendedei: Ambi faran tra l'una e l'altra riva Fermare al suon de lor soavi plettri Il fiume ove sudar gli antiqui elettri,

Tra questo loco e quel de la colonna Che fu sculpita in Borgia com'e detto: Formata in alabastro una gran donna Era di tanto e si sublime aspetto

Che sotto puro velo in nera gonna Senza oro e gemme in un vestire schietto Tra le piu adorne non parea men bella Che sia tra l'altre la Cyprigna stella.

Non si potea ben contemplando fiso Conoscer se piu gratia o piu beltade: O maggior maesta fosse nel viso: O piu inditio d'ingegno: o d'honestade

Chi vorra di costei (dicea l'inciso Marmo) parlar quanto parlar n'accade: Ben torra impresa piu d'ognaltra degna Ma non perho ch'a fin mai se ne vegna.

Dolce quantunque e pien di gratia tanto Fosse il suo bello e ben formato segno: Parea sdegnarsi, che con humil canto Ardisse lei lodar si rozo ingegno

Com'era quel che sol senz'altri a canto (Non so perche) le fu fatto sostegno: Di tutto'l resto erano i nomi sculti Sol questo duo l'artefice havea occulti.

Fanno le statue in mezo un luogo tondo Che'l pavimento asciutto ha di corallo, Di freddo soavissimo giocondo Che rendea il puro e liquido chrystallo

Che di fuor cade in un canal fecondo: Che'l pratoverde, azurro, bianco, e giallo Rigando scorre per vari ruscelli, Grato alle morbide herbe e a gli arbuscelli

Col cortese hoste ragionando stava Il Paladino a mensa, e spesso spesso Senza piu differir, gli ricordava, Che gli attenesse quanto havea promesso:

E adhor adhor mirandolo, osservava C'havea di grande affanno il core oppresso, Che non puo star momento che non habbia Un cocente sospiro in su le labbia.

Spesso la voce dal disio cacciata Viene a Rinaldo sin presso alla bocca, Per domandarlo, e quivi raffrenata Da cortese modestia fuor non scocca,

Hora essendo la cena terminata Ecco un donzello a chi l'ufficio tocca: Pon su la mensa un bel napo d'or fino Di fuor di gemme e dentro pien di vino.

Il Signor de la casa allhora alquanto Sorridendo, a Rinaldo levo il viso, Ma chi ben lo notava:piu di pianto Parea c'havesse voglia che di riso,

Disse, hora a quel che mi ricordi tanto Che tempo sia di sodisfar m'e aviso Mostrarti un paragon ch'esser de grato Di vedere a ciascun c'ha moglie allato.

Ciascun marito a mio giuditio deve Sempre spiar se la sua donna l'ama: Saper s'honore o biasmo ne riceve Se per lei bestia, o se pur'huom si chiama,

L'incarco de le corna, e lo piu lieve Ch'al mondo sia, se ben l'huom tanto infama Lo vede quasi tutta l'altra gente E chi l'ha in capo mai non se lo sente,

Se tu sai che fedel la moglie sia Hai di piu amarla e d'honorar ragione Che non ha quel che la conosce ria O quel che ne sta in dubbio e in passione,

Di molte n'hanno a torto gelosia I lor mariti, che son caste e buone, Molti di molte ancho sicuri stanno Che con le corna in capo se ne vanno.

Se vuoi saper se la tua sia pudica. Come io credo che credi, e creder dei Ch'altrimente far credere e fatica Se chiaro gia per prova non ne sei,

Tu per te stesso senza ch'altri il dica Te n'avvedrai, s'in questo vaso bei Che per altra cagion non e qui messo Che per mostrarti quanto io t'ho promesso.

Se bei con questo vedrai grande effetto Che se porti il cimier di Cornovaglia Il vin ti spargerai tutto su'l petto, Ne gocciola sara ch'in bocca saglia:

Ma s'hai moglie fedel tu berai netto, Hor di veder tua sorte ti travaglia, Cosi dicendo per mirar tien gliocchi Ch'in seno il vin Rinaldo si trabocchi.

Quasi Rinaldo di cercar suaso Quel che poi ritrovar non vorria forse, Messa la mano inanzi, e preso il vaso Fu presso di volere in prova porse,

Poi quanto fosse periglioso il caso A porvi i labri col pensier discorse, Ma lasciate Signor ch'io mi ripose Poi diro quel, che'l Paladin rispose.

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CANTO XLII. · Ludovico Ariosto · Poetry Cove