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1474–1533

CANTO QUINTODECIMO.

Ludovico Ariosto

F U il vincer sem pre mai lauda/ bil cosa Vincasi o per for/ tuna o per in / gegno Glie ver che la vittoria sangui nosa Spesso far suole il capitan men degno,

E quella eternamente e gloriosa E de i divini honori arriva al segno Quando servando i suoi senza alcun danno Si fa che gl'inimici in rotta vanno.

La vostra Signor mio fu degna loda Quando al Leone in mar tanto feroce C'havea occupata l'una e l'altra proda Del Po, da Francolin sin'alla foce,

Faceste si, ch'anchor che ruggir l'oda S'io vedro voi, non tremero alla voce, Come vincer si de ne dimostraste Ch'uccideste i nemici, e noi salvaste.

Questo il Pagan, troppo in suo danno audace Non seppe far, che i suoi nel fosso spinse Dove la fiamma subita e vorace Non perdono ad alcun, ma tutti estinse,

A tanti non saria stato capace Tutto il gran fosso, ma il fuoco restrinse Restrinse i corpi e in polve li ridusse, Accio c'habile a tutti il luogo fusse.

Undici mila & otto sopra venti Si ritrovar ne l'affocata buca Che v'erano discesi mal contenti, Ma cosi volle il poco saggio Duca,

Quivi fra tanto lume hor sono spenti, E la vorace fiamma li manuca, E Rodomonte causa del mal loro Se ne va esente da tanto martoro.

Che tra nemici alla ripa piu interna Era passato d'un mirabil salto: Se con glialtri scendea ne la caverna Questo era ben il fin d'ogni suo assalto:

Rivolge gliocchi a quella valle inferna E quando vede il fuoco andar tant'alto E di sua gente il pianto ode e lo strido: Bestemmia il ciel con spaventoso grido.

In tanto il Re Agramante mosso havea Impetuoso assalto ad una porta, Che mentre la crudel battaglia ardea Quivi ove e tanta gente afflitta e morta,

Quella sprovista forse esser credea Di guardia che bastasse alla sua scorta, Seco era il Re d'Arzilla Bambirago E Baliverzo d'ogni vitio vago.

E Corineo di Mulga e Prusione Il ricco Re de l'Isole beate, Malabuferso che la regione Tien di Fizan sotto continua estate,

Altri Signori: & altre assai persone Esperte ne la guerra e bene armate E molti anchor senza valore e nudi Che'l cor non s'armerian con mille scudi.

Trovo tutto il contrario al suo pensiero In questa parte il Re de Saracini, Perche in persona il capo de l'Impero V'era Re Carlo, e de suoi Paladini

Re Salamone, & il Danese Ugiero: Et ambo i Guidi, & ambo gli Angelini: E'l Duca di Bavera, e Ganelone E Berlengier, e Avolio, e Avino, eOthone.

Gente infinita poi di minor conto DeFranchi de Tedeschi e de Lombardi Presente il suo Signor ciascuno pronto A farsi riputar fra i piu gagliardi.

Di questo altrove io vo rendervi conto Ch'ad un gran Duca e forza ch'io riguardi Ilqual mi grida, e di lontano accenna E priega ch'io nol lasci ne la penna,

Glie tempo ch'io ritorni ove lasciai L'aventuroso Astolfo d'Inghilterra Che'l lungo esilio havendo in odio hormai Di desiderio ardea de la sua terra:

Come gli n'havea data pur assai Speme colei ch'Alcina vinse in guerra, Ella di rimandarvilo havea cura Per la via piu espedita e piu sicura.

E cosi una Galea fu apparechiata Di che miglior mai non solco marina, E perche ha dubbio pur tutta fiata Che non gli turbi il suo viaggio Alcina,

Vuol Logistilla che con forte armata Andronica ne vada e Sophrosina Tanto che nel mar d'Arabi, o nel golfo De Persi, giunga a salvamento Astolfo.

Piu tosto vuol che volteggiando rada Gli Scythi, & gl'Indi e i regni Nabathei E torni poi per cosi lunga strada A ritrovare i Persi e gli Herythrei,

Che per quel Boreal Pelago vada Che turban sempre iniqui venti e rei: E si,qualche stagion, pover di Sole Che starne senza alcuni mesi suole.

La Fata poi che vide acconcio il tutto Diede licentia al Duca di partire, Havendol prima ammaestrato e instrutto Di cose assai che fora lungo a dire.

E per schivar che non sia piu ridutto Per arte maga onde non possa uscire, Un bello & util libro gli havea dato Che per suo amore havesse ogn'hora allato.

Come l'huom riparar debba agl'incanti Mostra il libretto che costei gli diede, Dove ne tratta o piu dietro o piu inanti Per rubrica e per indice si vede,

Un'altro don gli fece anchor, che quanti Doni fur mai, di gran vantaggio eccede, E questo fu d'horribil suono un corno Che fa fugire ognun che l'ode intorno.

Dico che'l corno e di si horribil suono Ch'ovunque s'oda fa fuggir la gente, Non puo trovarsi al mondo un cor si buono Che possa non fuggir come lo sente,

Rumor di vento e di termuoto, e'l tuono, A par del suon di questo, era niente , Con molto riferir di gratie, prese Da la Fata licentia il buono Inglese,

Lasciando il porto e l'onde piu tranquille Con felice aura ch'alla poppa spira Sopra le ricche e populose ville De l'odorifera India il Duca gira,

Scoprendo a destra, & a sinistra mille Isole sparse, e tanto va che mira La terra di Thomaso, onde il nocchiero Piu a Tramontana poi volge il sentiero.

Quasi radendo l'Aurea Chersonesso La bella armata il gran pelago frange, E costeggiando i ricchi liti spesso Vede come nel mar biancheggi ilGange,

E Traprobane vede e Cori appresso E vede il mar che fra i duo liti s'ange Dopo gran via furo a Cochino, e quindi Usciro fuor de i termini de gl'Indi.

Scorrendo il Duca il mar con si fedele E si sicura scorta, intender vuole, E ne domanda Andronica: se sdele Parti c'han nome dal cader del Sole

Mai legno alcun che vada a remi e a vele Nel mare Orientale apparir suole, E s'andar puo senza toccar mai terra Chi d'India scioglia inFrancia, o in inghilterre

Tu dei sapere (Andronica risponde,) Che d'ognintorno il mar la terra abbraccia, E van l'una ne l'altra tutte l'onde Sia dove bolle, o doveil mar s'aggiaccia

Ma perche qui davante si difonde E sotto il mezo di molto si caccia La terra d'Ethiopia: alcuno ha detto Ch'aNettunno ir piu inanzi ivi e interdetto.

Per questo dal nostro indico levante Nave non e che per Europa scioglia Ne si muove d'Europa Navigante Ch'in queste nostre parti arrivar voglia,

Il ritrovarsi questa terra avante E questi e quelli al ritornare invoglia, Che credeno veggendola si lunga Che con l'altro Hemisperio si congiunga.

Ma volgendosi gli anni io veggio uscire Da l'estreme contrade di ponente Nuovi Argonauti, e nuovi Tiphy: e aprire La strada ignota in fin'al di presente:

Altri volteggiar l'Africa: e seguire Tanto la costa de la negra gente Che passino quel segno onde ritorno Fa il Sole a noi, lasciando ilCapricorno.

E ritrovar del lungo tratto il fine Che questo fa parer dui mar diversi. E scorrer tutti i liti: e le vicine Isole d'Indi. d'Arabi, e di Persi.

Altri lasciar le destre e le mancine Rive: che due per opra Herculea fersi: E del Sole imitando il camin tondo Ritrovar nuove terre e nuovo mondo.

Veggio la Santa Croce: e veggio i segni Imperial: nel verde lito eretti. Veggio altri a guardia de i battuti legni Altri all'acquisto del paese: eletti,

Veggio da dieci cacciar mille: e i regni Di la da l'India ad Aragon suggetti: E veggio i Capitan di Carlo quinto Dovunque vanno haver per tutto vinto.

Dio vuol ch'ascosa antiquamente questa Strada sia stata: e anchor gran tempo stia, Ne che prima si sappia che la sesta E la settima eta passata sia,

E serba a farla al tempo manifesta Che vorra porre il mondo a Monarchia, Sotto il piu saggio Imperatore e giusto Che sia stato o sara mai: dopo Augusto.

Del sangue d'Austria e d'Aragon io veggio Nascer su'l Reno alla sinistra riva Un Principe: al valor del qual Pareggio Nessun valor: di cui si parli o scriva:

Astrea veggio per lui riposta in seggio Anzi di morta ritornata viva: E le virtu che caccio il mondo: quando Lei caccio anchora, uscir per lui di bando.

Per questi merti la bonta suprema Non solamente di quel grande impero Ha disegnato c'habbia Diadema C'hebbe Augusto Traian Marco e Severo

Ma d'ogni terra e quinci e quindi estrema Che mai ne al sol ne all'anno apre il sentiero E vuol che sotto a questo imperatore Solo un'ovile sia , solo un pastore.

E perc'habbian piu facile successo Gli ordini in Cielo eternamente scritti: Gli pon la somma providentia appresso In mare e in terra Capitani invitti,

VeggioHernando cortese, ilqualee ha messo Nuove citta sotto i Cesarei editti E Regni in Oriente si remoti Ch'anoi che siamo in India non son noti.

Veggio Prosper Colonna e di Pescara Veggio un Marchese, eveggio dopo loro Un giovene del Vasto, che fan cara Parer la bella Italia a i Gigli d'Oro,

Veggio ch'entrare inanzi si prepara Quel terzo a glialtri, a guadagnar l'alloro Come buon corridor ch'ultimo lassa Le mosse, e giunge, e inanzi a tutti passa.

Veggio tanto il valor veggio la fede Tanta d'Alfonso (che'l suo nome e questo) Ch'in cosi acerba eta (che non eccede Dopo il vigesimo anno anchora il sesto)

L'Imperator l'esercito gli crede Ilqual salvando salvar non che'l resto Ma farsi tutto il mondo ubidiente Con questo capitan sara possente.

Come con questi ovunque andar per terra Si possa accrescera l'imperio antico, Cosi per tutto il mar ch'in mezo serra Di la l'Europa e di qua l'Afro aprico,

Sara vittorioso in ogni guerra Poi ch'Andrea Doria s'havra fatto amico, Questo e quel Doria che fa da i Pirati Sicuro il vostro mar per tutti i lati.

Non fu Pompeio a par di costui degno Se ben vinse e caccio tutti i corsari, Perho che quelli al piu possente regno Che fosse mai, non poteano esser pari,

Ma questo Doria sol col proprio ingegno E proprie forze purghera quei mari, Si che da Calpe al Nilo ovunque s'oda Il nome suo tremar veggio ogni proda.

Sotto la fede entrar sotto la scorta Di questo capitan di ch'io ti parlo Veggio in Italia, ove da lui la porta Gli sara aperta, alla corona Carlo,

Veggio che'l premio che di cio riporta Non tien per se, ma fa alla patria darlo Con prieghi ottien ch'in liberta la metta Dove altri a se l'havria forse suggetta.

Questa pieta ch'egli alla patria mostra E degna di piu honor d'ogni battaglia, Ch'in Francia o in Spagna, o ne la terra vostra Vincesse Iulio o in Africa o in Tessaglia,

Ne il grande Ottavio, ne chi seco giostra Di par Antonio, in piu honoranza saglia Pei gesti suoi, ch'ogni lor laude amorza L'havere usato alla lor patria forza.

Questi & ogn'altro che la patria tenta Di libera far serva, si arrosisca, Ne dove il nome d'Andrea Doria senta di levar gliocchi inviso d'huomo ardisca

Veggio Carlo che'l premio gli augumenta Ch'oltre quel ch'in commun vuol che fruisca Gli da la ricca terra ch'ai Normandi Sara principio a farli in Puglia grandi.

A questo Capitan non pur cortese Il magnanimo Carlo ha da mostrarsi: Ma a quanti havra ne leCesaree imprese Del sangue lor non ritrovati scarsi:

D'haver citta d'haver tutto un paese Donato a un suo fedel, piu ralegrarsi Lo veggio, e a tutti quei che ne son degni Che d'acquistar nuov'altri imperii e regni.

Cosi de le vittorie: lequal poi Ch'un gran numero d'anni sara corso Daranno a Carlo i capitani suoi: Facea col Duca Andronica discorso,

E la Compagna in tanto a i venti Eoi Viene allentando e raccogliendo il morso E fa c'hor questo hor quel propitio l'esce. E come vuol li minuisce e cresce.

Veduto haveano in tanto il mar de Persi Come in si largo spatio si dilaghi, Onde vicini in pochi giorni fersi AlGolpho che nomar gliantiqui Maghi,

Quivi pigliaro il porto, e fur conversi Con la poppa alla ripa, i legni vaghi: Quindi sicur d'Alcina e di sua guerra Astolfo il suo camin prese per terra.

Passo per piu d'un campo, e piu d'un bosco Per piu d'un monte, e per piu d'una valle, Ove hebbe spesso all'aer chiaro e al fosco I ladroni hor'inanzi, hor'alle spalle

Vide Leoni e Draghi pien di tosco Et altre fere attraversarsi il calle: Ma non si tosto havea la bocca al corno, Che spaventati gli fuggian d'intorno.

Vien per l'Arabia ch'e detta felice Ricca di Myrrha, e d'odorato Incenso, Che per suo albergo l'unica Phenice E letto s'ha, di tutto il mondo immenso,

Fin che l'onda trovo vendicatrice Gia d'Israel, che per divin consenso Pharaone sommerse e tutti i suoi E poi venne alla terra de gli Heroi.

Lungo il fiume Traiano egli cavalca Su quel destrier ch'al mondo esenza pare Che tanto leggiermente e corre e valca Che ne l'arena l'orma non n'appare

L'herba non pur, non pur la nieve calca, Coi piedi asciuti andar potria su'l mare: E si stende al corso e si s'affretta Che passa e vento, e folgore, e saetta.

Questo e il destrier che fu de l'Argalia Che di fiamma e di vento era concetto E senza fieno e biada si nutria De l'aria pura, e Rabican fu detto,

Venne seguendo il Duca la sua via Dove da il Nilo a quel fiume ricetto, E prima che giugnesse in su la foce Vide un legno venire a se veloce.

Naviga in su la poppa uno Eremita Con bianca barba a mezo il petto lunga Che sopra il legno il Paladino invita E figliuol mio, gli grida dala lunga,

Se non t'e in odio la tua propria vita Se non brami che morte hoggi ti giunga Venir ti piaccia su quest'altra arena Ch'a morir quella via dritto ti mena.

Tu non andrai piu che sei miglia inante Che troverai la sanguinosa stanza Dove s'alberga un'horribil Gigante Che d'otto piedi ogni statura avanza,

Non habbia cavallier ne viandante Dipartirsi da lui vivo, speranza, Ch'altri il crudel nescanna, altri ne scuoia Molti ne squarta, e vivo alcun ne'ngoia .

Piacer, fra tanta crudelta, si prende D'una rete ch'egli ha molto ben fatta, Poco lontana al tetto suo la tende E ne la trita polve in modo appiatta

Che chi prima nol sa, non la comprende Tanto e sottil, tanto egli ben l'adatta E con tai gridi i peregrin minaccia Che spaventati dentro ve li caccia.

E con gran risa aviluppati in quella Se li strascina sotto il suo coperto. Ne cavallier riguarda ne donzella O sia di grande, o sia di picciol merto,

E mangiata la carne, e le cervella Succhiate e'l sangue, da lossa al deserto, E de l'humane pelli intorno intorno Fa il suo palazzo horribilmente adorno.

Prendi quest'altra via, prendila figlio Che fin'al mar ti fia tutta sicura, Io ti ringratio padre del consiglio (Rispose il Cavallier senza paura)

Ma non istimo, per l'honor periglio Di ch'assai piu, che de la vita ho cura, Per far ch'io passi, in van tu parli meco Anzi vo al dritto a ritrovar lo speco.

Fuggendo posso con disnor salvarmi, Ma tal salute ho piu che morte a schivo, S'io vi vo, al peggio che potra incontrarmi: Fra molti restero di vita privo:

Ma quando Dio cosi mi drizzi l'armi Che colui morto, & io rimanga vivo Sicura a mille rendero la via Si che l'util maggior che'l danno fia.

Metto all'incontro la morte d'un solo Alla salute di gente infinita, Vattene in pace (rispose) figliuolo Dio mandi, in difension de la tua vita

L'Archangelo Michel dal sommo polo E benedillo il semplice Eremita, Astolfo lungo il Nil tenne la strada Sperando piu nel suon che ne la spada.

Giace tra l'altro fiume e la palude Picciol sentier ne l'arenosa riva La solitaria casa lo richiude D'humanitade e di commercio priva:

Son fisse intorno teste, e membra nude De l'infelice gente che v'arriva: Non v'e finestra, non v'e merlo alcuno Onde penderne almen non si veggia uno.

Qual ne le alpine ville, o ne castelli Suol cacciator che gran perigli ha scorsi Su le porte attaccar l'hirsute pelli L'horride zampe, e i grossi capi d'Orsi,

Tal dimostrava il fier Gigante, quelli Che di maggior virtu gli erano occorsi: D'altri infiniti, sparse appaion l'ossa Et e di sangue human piena ogni fossa.

Stassi Caligorante in su la porta (Che cosi ha nome il dispietato mostro) Ch'orna la sua magion di gente morta Come alcun suol de panni d'oro o d'ostro

Costui per gaudio a pena si comporta Come il Duca lontan se gli e dimostro, Ch'eran duo mesi, e il terzo ne venia Che non fu cavallier per quella via.

Ver la palude ch'era scura e folta Di verdi canne, in gran fretta ne viene, Che disegnato havea correre in volta E uscire al Paladin dietro alle schene,

Che ne la rete, che tenea sepolta Sotto la polve, di cacciarlo ha spene, Come havea fatto glialtri peregrini Che quivi tratto havean lor rei destini.

Come venire il Paladin lo vede Ferma il destrier, non senza gran sospetto Chevada in quelli lacci a dar del piede, Di che il buon Vecchiarel gli havea predetto

Quivi il soccorso del suo corno chiede E quel sonando fa l'usato fa l'usato effetto Nel cor fere il Gigante che l'ascolta Di tal timor, ch'a dietro i passi volta.

Astolfo suona, e tuttavolta bada Che gli par sempre che la rete scocchi: Fugge il fellon, ne vede ove si vada Che come il core havea perduti gliocchi,

Tanta e la tema che non sa far strada Che ne li proprii aguati non trabocchi, Va ne la rete, e quella si disserra Tutto l'annoda: e lo distende in terra.

Astolfo ch'andar giu vede il gran peso Gia sicuro per se, v'accorre in fretta: E con la spada in man: d'arcion disceso Va per far di mill'anime vendetta:

Poi gli par che s'uccideun che sia preso Vilta piu che virtu ne sara detta, Che legate le braccia i piedi e il collo Gli vede si, che non puo dare un crollo.

Havea la rete gia fatta Vulcano Di sottil fil d'acciar, ma con tal'arte. Che saria stata ogni fatica in vano Per ismagliarne la piu debol parte,

Et era quella che gia piedi e mano Havea legate a Venere & a Marte La fe il geloso, e non ad altro effetto Che per pigliarli insieme ambi nel letto.

Mercurio al Fabbro poi la rete invola Che Chloride pigliar con essa vuole: Chloride bella che per l'aria vola Dietro all'Aurora all'apparir del Sole,

E dal raccolto lembo de la stola Gigli spargendo va rose e viole, Mercurio tanto questa Nympha attese Che con la rete in aria un di la prese.

Dove entra inmare il gran fiume Ethiopo Par che la Dea presa volando fosse, Poi nel tempio d'Anubide a Canopo La rete molti seculi serbosse,

Caligorante tre mila anni dopo Di la dove era sacra la rimosse, Se ne porto la rete il ladrone empio, Et arse la cittade, e rubo il tempio.

Quivi adattolla in modo in su l'arena Che tutti quei c'havean da lui la caccia Vi davan dentro,& era tocca a pena Che lor legava, e collo, e piedi, e braccia:

Di questo levo Astolfo una catena E le man dietro a quel fellon n'allaccia: Le braccia e'l petto in guisa gli ne fascia Che non puo sciorsi, indi levar lo lascia.

Da glialtri nodi havendol sciolto prima Ch'era tornato human piu che donzella: Di trarlo seco e di mostrarlo stima Per ville, per cittadi, e per castella,

Vuol la rete ancho haver, di che ne lima Ne martel fece mai cosa piu bella, Ne fa somier colui ch'alla catena Con pompa triomphal dietro si mena.

L'elmo e lo scudo anche a portar gli diede Come a valletto, e seguito il camino Di gaudio empiendo, ovunque mettail piede Ch'ir possa hormai sicuro il peregrino,

Astolfo se ne va tanto che vede Ch'ai sepolchri di Memphy e gia vicino, Memphy per le Pyramidi famoso: Vede all'incontro il Chairo populoso.

Tutto il popul correndo si trahea Per vedere il Gigante smisurato, Come e possibil (l'un l'altro dicea) Che quel piccolo ilgrande habbia legato,

Astolfo a pena inanzi andar potea Tanto la calca il preme da ogni lato, E come cavallier d'alto valore Ognun l'ammira e gli fa grande honore.

Non era grande il Chairo cosi allhora Come se ne ragiona a nostra etade, Che'l populo capir che vi dimora Non puon diciotto mila gran contrade,

E che le case hanno tre palchi, e anchora Ne dormono infiniti in su le strade, E che'l Soldano v'habita un castello Mirabil di grandezza e ricco e bello.

E che quindici mila suoi vasalli Che son Christiani rinegati tutti, Con mogli,con famiglie, e con cavalli Ha sotto un tetto sol, quivi ridutti,

Astolfo veder vuole, ove s'avalli E quanto il Nilo entri ne i salsi flutti A Damiata, c'havea quivi inteso Qualunque passa restar morto o preso.

Perho ch'in ripa al Nilo in su la foce Si ripara un ladron dentro una torre, Ch'a paesani e a peregrini nuoce E fin'al Chairo ognun rubando scorre:

Non gli puo alcun resistere, & ha voce Che l'huom gli cerca in van la vita torre, Cento mila ferite egli ha gia hautto, Ne ucciderlo perho mai s'e potuto.

Per veder se puo far rompere il filo Alla Parca di lui, si che non viva Astolfo viene a ritrovareHorrilo, (Cosi havea nome) e a Damiata arriva,

Et indi passa ove entra in mare il Nilo E vede la gran torre in su la riva Dove s'alberga l'anima incantata Che d'un Folletto nacque, e d'una Fata .

Quivi ritruova che crudel battaglia Era tra Horrilo, e dui guerrieri accesa Horrilo e solo, e si que dui travaglia Ch'a gran fatica gli puon far difesa,

E quanto in arme l'uno e l'altro vaglia A tutto il mondo la fama palesa, Questi erano i dui figli d'Olivero Griphone il bianco, & Aquilante il nero.

Glie ver che'l Negromante venuto era Alla battaglia con vantaggio grande Che seco tratto in campo havea una fera Laqual si truova solo in quelle bande,

Vive su'l lito, e dentro alla rivera E i corpi humani son le sue vivande De le persone misere & incaute De viandanti, e d'infelici naute.

La bestia ne l'arena appresso al porto Per man de i duo fratei morta giacea: E per questo ad Horril non si fa torto S'a un tempo l'uno e l'altro gli nocea,

Piu volte l'han smembrato, e non mai morto Ne per smembrarlo uccider si potea: Che se tagliato, o mano, o gamba gli era La rapiccava che parea di cera.

Hor fin'a denti il capo gli divide Griphone, hor Aquilante fin'al petto, Egli de i colpi lor sempre si ride S'adiran'essi che non hanno effetto,

Chi mai d'alto cader l'argento vide Che gli Alchimisti hanno Mercurio detto E spargere e raccor tutti i suo membri Sentendo di costui, se ne rimembri.

Se gli spiccano il capo, Horrilo scende Ne cessa brancolar fin che lo truovi, Et hor pel crine & hor pel naso il prende Lo salda al collo, e non so con che chiovi

Piglial talhor Griphone, e'l bracio stende Nel fiume il getta, e non par ch'ancho giovi Che nuota Horrilo al fondo come un pesce E col suo capo salvo alla ripa esce.

Due belle donne honestamente ornate L'una vestita a bianco, e l'altra a nero, Che de la pugna causa erano state Stavano a riguardar l'assalto fiero:

Queste eran quelle due benigne Fate C'havean notriti i figli d'Oliviero Poi che li trasson teneri citelli Da i curvi artigli di duo grandi augelli.

Che rapiti gli havevano a Gismonda E portati lontan dal suo paese, Ma non bisogna in cio ch'io mi diffonda Ch'a tutto il mondo e l'historia palese:

Ben che l'author nel padre si confonda Ch'un per un altro (io non so come) prese Hor la battaglia i duo gioveni fanno Che le due donne ambi pregati n'hanno.

Era in quel clima gia sparito il giorno All'Isole anchor alto di Fortuna: L'ombre havean tolto ognivedere atorno Sotto l'incerta e mal compresa Luna

Quando alla rocca Horril fece ritorno Poi ch'alla bianca, e alla sorella bruna Piacque di differir l'aspra battaglia Fin che'l Sol nuovo all'Orizonte saglia.

Astolfo che Griphone, & Aquilante Et all'insegne, e piu al ferir gagliardo Riconosciuto havea gran pezzo inante, Lor non fu altiero a salutar ne tardo,

Essi vedendo, che quel che'l Gigante Trahea legato, era il Baron dal Pardo (Che cosi in corte era quel Duca detto) Raccolser lui con non minore affetto.

Le donne a riposare i cavallieri Menaro a un lor palagio indi vicino, Donzelle incontra vennero e scudieri Con torchi accesi a mezo del camino,

Dietro, achi n'hebbe cura, i lor destrieri Trassonsi l'arme, e dentroun bel giardino Trovar ch'apparechiata era la cena Ad una fonte limpida, & amena.

Fan legare il Gigante alla verdura Con un'altra catena molto grossa, Ad una quercia di molt'anni dura, Che non si rompera per una scossa,

E da dieci sergenti haverne cura Che la notte discior non se ne possa, Et assalirli, e forse far lor danno Mentre sicuri e senza guardia stanno,

All'abondante e sontuosa mensa Dove il manco piacer fur le vivande Del ragionar gran parte si dispensa Sopra d'Horrilo, e del miracol grande

Che quasi par un sogno a chi vi pensa: C'hor capo hor braccio a terra se gli mande Et egli lo raccolga e lo raggiunga E piu feroce ogn'hor torni alla pugna.

Astolfo nel suo libro havea gia letto, Quel ch'agl'incanti riparare insegna, Ch'ad Horril non trarra l'alma del petto Fin ch'un crine fatal nel capo tegna.

Ma se lo svelle o tronca, fia constretto Che suo mal grado fuor l'alma ne vegna: Questo ne dice il libro, ma non come Conosca il crine in cosi folte chiome.

Non men de la vittoria si godea Che se n'havesse Astolfo gia la palma, Come chi speme in pochi colpi havea Svellere il crine al Negromante e l'alma,

Perho di quella impresa promettea Tor su gli homeri suoi tutta la salma, Horril fara morir quando non spiaccia A i duo fratei ch'egli la pugna faccia.

Ma quei gli danno volentier l'impresa Certi che debbia affaticarsi in vano: Era gia l'altra Aurora in cielo ascesa Quando calo da i muri Horrilo al piano,

Tra il Duca e lui fu la battaglia accesa La mazza l'un l'altro ha la spada in mano, Di mille attende Astolfo un colpo trarne Che lo spirto gli sciolga da la carne.

Hor cadergli fa il pugno con la mazza Hor l'uno hor l'altro braccio con la mano, Quando taglia a traverso la corazza E quando il va troncando a brano a brano,

Ma ricogliendo sempre de la piazza Va le sue membra Horrilo, e si fa sano: S'in cento pezzi ben l'havesse fatto Redintegrarsi il vedea Astolfo a un tratto.

Al fin di mille colpi un gli ne colse Sopra le spalle a i termini del mento, La testa e l'elmo dal capo gli tolse Ne fu d'Horrilo a dismontar piu lento:

La sanguinosa chioma in man s'avolse E risalse a cavallo in un momento E la porto correndo incontra'l Nilo, Che rihaver non la potesse Horrilo.

Quel sciocco che del fatto non s'accorse Per la polve cercando iva la testa, Ma come intese, il corridor via torse Portare il capo suo per la foresta:

Immantinente al suo destrier ricorse Sopra vi sale e di seguir non resta, Volea gridar aspetta volta volta Ma gli havea il Duca gia la bocca tolta.

Pur che non gli ha tolto ancho le calcagna Si riconforta, e segue a tutta briglia, Dietro il lascia gran spatio di campagna Quel Rabican che corre a maraviglia,

Astolfo intanto per la cuticagna Va da la nuca fin sopra le ciglia Cercando in fretta se'l crine fatale, Conoscer puo c'Horril tiene immortale.

Fra tanti e innumerabili capelli Un piu de l'altro non si stende o torce, Qual dunque Astolfo scegliera di quelli Che per dar morte al rio ladron raccorce:

Meglio e (disse) che tutti io tagli o svelli. Ne si trovando haver rasoi ne force. Ricorse immantinente alla sua spada Che taglia si.che si puo dir che rada.

E tenendo quel capo per lo naso Dietro e dinanzi lo dischioma tutto. Trovo fra glialtri quel fatale a caso: Si fece il viso allhor pallido e brutto,

Travolse gli occhi, e dimostro all'occaso Per manifesti segni, esser condutto, E'l busto che seguia troncato al collo, Di sella cadde, e die l'ultimo crollo.

Astolfo,ove le donne e i cavallieri Lasciato havea, torno col capo in mano, Che tutti havea di morte i segni veri E mostro il tronco,ove giacea lontano,

Non so ben se lo vider volentieri Anchor che gli mostrasser viso humano. Che la intercetta lor vittoria, forse D'invidia ai duo germani il petto morse.

Ne che tal fin quella battaglia havesse Credo piu fosse alle due Donne grato Queste, perche piu in lungo si trahesse De duo fratelli il doloroso fato

Ch'inFrancia par ch'in breve esser dovesse, Con loro Horrilo havean quivi azzuffato, Con speme di tenerli tanto a bada Che la trista influentia se ne vada.

Tosto che'l Castellan di Damiata Certificossi ch'era morto Horrilo La columba lascio c'havea legata Sotto l'ala la lettera col filo,

Quella ando al Chairo, & indi fu lasciata Un'altra altrove, come quivi e stilo: Si che in pochissime hore ando l'aviso Per tutto Egytto ch'era Horrilo ucciso.

Il Duca come al fin trasse l'impresa Conforto molto i nobili Garzoni: Ben che da se v'havean la voglia intesa Ne bisognavan stimuli ne sproni,

Che per difender de la santa Chiesa E del Romano Imperio le ragioni Lasciasser le battaglie d'Oriente E cercassino honor ne la lor gente.

Cosi Griphone & Aquilante tolse Ciascuno da la sua Donna licentia. Le quali anchor che lor n'encrebbe e dolse, Non vi seppon perho far resistentia:

Con essi Astolfo a man destra si volse Che si deliberar far riverentia A i santi luoghi, ove Dio in carne visse Prima che verso Francia si venisse.

Potuto havrian pigliar la via mancina Ch'era piu dilettevole e piu piana, E mai non si scostar da la marina Ma per la destra andaro horrida e strana:

Perche l'alta citta di Palestina Per questa, sei giornate, e men lontana: Acqua si truova, & herba in questa via Di tutti glialtri ben v'e carestia.

Si che prima ch'entrassero in viaggio Cio che lor bisogno fecion raccorre, E carcar su'l Gigante il carriaggio C'havria portato in collo ancho una torre

Al finir del camino aspro e selvaggio Da l'alto monte alla lor vista occorre La santa terra, ove il superno Amore Lavo col proprio sangue il nostro errore.

Trovano in su l'entrar de la cittade Un giovene gentil lor conoscente, Sansonetto da Meca, oltre l'etade (Ch'era nel primo fior) molto prudente,

D'alta cavalleria d'alta bontade Famoso, e riverito fra la gente: Orlando lo converse a nostra fede Et di sua man battesmo ancho gli diede.

Quivi lo trovan che disegna, a fronte Del Calife d'Egytto una fortezza, E circondar vuole il Calvario monte Di muro di duo miglia di lunghezza,

Da lui raccolti fur con quella fronte Che puo d'interno amor dar piu chiarezza E dentro accompagnati, e con grande agio Fatti alloggiar nel suo real palagio.

Havea in governo egli la terra, e in vece Di Carlo, vi reggea l'imperio giusto Il Duca Astolfo a costui dono fece Di quel si grande e smisurato busto

Ch'a portar pesi, gli varra per diece Bestie da soma, tanto era robusto Diegli Astolfo il Gigante, e diegli appresso La rete ch'in sua forza l'havea messo.

Sansonetto all'incontro al Duca diede Per la spada una cinta ricca e bella, E diede spron per l'uno e l'altro piede Che d'Oro havean la fibbia e la girella,

Ch'esser del Cavallier stati si crede Che libero dal Drago la Donzella, Al Zaffo havuti con molt'altro arnese Sansonetto glihavea quando lo prese.

Purgati de lor colpe a un monasterio Che dava di se odor di buoni esempii De la passion di Christo ogni mysterio Contemplando n'andar per tutti i tempii

C'hor con eterno obbrobrio e vituperio A gli Christiani usurpano i Mori empii, L'Europa ein arme e di far guerra agogna In ogni parte, fuor ch'ove bisogna.

Mentre havean quivi l'animo divoto A perdonanze e a cerimonie intenti Un peregrin di Grecia a Griphon noto Novelle gli areco gravi e pungenti:

Dal suo primo disegno, e lungo voto Troppo diverse, e troppo differenti: E quelle il petto gl'infiammaron tanto Che gli scacciar l'oration da canto.

Amava il cavallier per sua sciagura Una donna c'havea nome Horrigille: Di piu bel volto e di miglior statura Non se ne sceglierebbe una fra mille,

Ma disleale, e di si rea natura, Che potresti cercar cittadi e ville La terra ferma, e l'Isole del mare Ne credo ch'una le trovassi pare.

Ne la citta di Constantin lasciata Grave l'havea di febbre acuta e fiera, Hor quando rivederla alla tornata Piu che mai bella, e di goderla spera,

Ode il meschin ch'in Antiochia andata, Dietro un suo nuovo amante, ella se n'era Non le parendo hormai di piu patire C'habbia in si fresca eta sola a dormire.

Da indi in qua c'hebbe la trista nuova Sospirava Griphon notte e di sempre: Ogni piacer ch'a glialtri aggrada e giova Par ch'a costui piu l'animo distempre,

Pensilo ognun ne li cui danni pruova Amor, se li suoi strali han buone tempre, Et era grave sopra ogni martire Che'l mal c'havea si vergognava a dire.

Questo perche mille fiate inante Gia ripreso l'havea di quello amore, Di lui piu saggio il fratello Aquilante, E cercato colei trargli del core.

Colei ch'al suo giudicio, era di quante Femine rie si trovin la peggiore, Griphon l'escusa, se'l fratel la danna E le piu volte il parer proprio inganna.

Perho fece pensier, senza parlarne Con Aquilante, girsene soletto Sin dentro d'Antiochia, e quindi trarne Colei, che tratto il cor glihavea del petto

Trovar colui che gli l'ha tolta, e farne Vendetta tal,che ne sia sempre detto, Diro come ad effetto il pensier messe Nell'altro canto e cio che ne successe.

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CANTO QUINTODECIMO. · Ludovico Ariosto · Poetry Cove