Un capitan che d'inclito e di saggio e di magno e d'invitto il nome merta, non dico per ricchezze o per lignaggio, ma perché spesso abbia fortuna esperta,
non si suol mai fidar sì nel vantaggio, che la vittoria si prometta certa: sta sempre in dubbio ch'aver debbia cosa da ripararsi il suo nimico ascosa.
Sempre gli par veder qualche secreta fraude scoccar, ch'ogni suo onor confonda: ché pur là dove è più tranquilla e queta, più perigliosa è l'acqua e più profonda;
perciò non mai prosperità sì lieta né tal baldanza a' suoi desir seconda, che lasciar voglia gli ordini e i ripari che faria avendo uomini e Dei contrari.
Io 'l dirò pur, se bene audace parlo, che quivi errò quel sì lodato ingegno col qual paruto era più volte Carlo saggio e prudente e più d'ogn'altro degno:
ma il vincer Cardorano, e vinto trarlo, glorioso spettacolo, al suo regno, quivi gli avea così occupati i sensi, ch'altro non è che ascolti, vegga e pensi.
Né si scema sua colpa, anzi augumenta, quando di Gano il mal consiglio accusi. Per lui vuol dunque ch'altri vegga o senta, et ei star tuttavia con gli occhi chiusi?
Dunque l'aloppia Gano e lo addormenta, e tutti gli altri ha dai segreti esclusi? Ben seria il dritto che tornasse il danno solamente su quei che l'error fanno.
Ma, pel contrario, il populo innocente, il cui parer non è chi ascolti o chieggia, è le più volte quel che solamente patisce quanto il suo signor vaneggia.
Carlo, che non ha tempo che di gente, né che d'altro ripar più si proveggia, quella con diligenzia, che si trova, tutta rivede e gli ordini rinova.
E come che passar possa la Molta sul ponte che v'è già fatto a man destra, e sua gente ne li ordini raccolta ritrarre ai monti et alla strada alpestra;
e ver' le terre Franche indi dar volta, o dove creda aver la via più destra: pur ogni condizion dura et estrema vuol patir, prima che mostrar che tema.
Or quel muro ch'opposto avea alla terra tra un fiume e l'altro con sì lungo tratto, fa con crescer di fosse, e legne e terra, più forte assai che non avea già fatto;
e con gente a bastanza i passi serra, acciò non, mentre attende ad altro fatto, questi di Praga, ritrovato il calle di venir fuor, l'assaltino alle spalle.
L'un nimico avea dietro e l'altro a fronte, e vincer quello e questo animo avea. L'esercito de' Barbari su al monte passò l'Albi, vicino ove sorgea.
Carlo tenea sopra l'altr'acqua il ponte, ch'uscìa verso la selva di Medea; e quello alla sua gente, che divise in tre battaglie, al destro fianco mise.
E così fece che 'l sinistro lato non men difeso era da l'altro fiume: si pose dietro l'argine e il steccato, da non poter salir senza aver piume.
Il corno destro ad Olivier fu dato, del sangue di Borgogna inclito lume, che cento fanti avea per ogni fila, le file cento, con cavai seimila.
Ebbe il Danese in guardia l'altro corno, con numer par de fanti e de cavalli. L'imperator, di drappo azurro adorno tutto trapunto a fior de gigli gialli,
reggea nel mezo; e i Paladini intorno, duchi, marchesi e principi vassalli, e sette mila avea di gente equestre, e duplicato numero pedestre.
All'incontro, il stuol barbaro, diviso in tre battaglie, era venuto inanti, men d'una lega appresso a questi assiso, e similmente avea i dui fiumi ai canti.
Cento settanta mila era il preciso numer, ch'un sol non ne mancava a tanti; e in ogni banda con ugual porzioni partiti i cavalli erano e i pedoni.
Ogni squadra de' Barbari non manco ivi quel giorno stata esser si crede, che tutto insieme fosse il popul franco, quanto ve n'era, chi a caval, chi a piede:
ma tal ardir e tal valor, tal anco ordine avean questi altri, e tanta fede nel suo signor, d'ingegno e di prudenza, che ciascun valer quattro avea credenza.
Ma poi sentir, che si trovar in fatto, che pur troppo era un sol, non che a bastanza; né di quella battaglia ebbono il patto che lor promesso avea lor arroganza:
e potea Carlo rimaner disfatto se Dio, che salva ch'in lui pon speranza, non gli avesse al bisogno proveduto d'un improviso e non sperato aiuto.
E non poteron sì l'insidie astute, l'arte e l'ingan del traditor crudele, che non potesse più chi per salute nostra morendo, volse bere il fele:
Gano le ordì, ma al fin l'Alta virtute fece in danno di lui tesser le tele: lo fe' da Bradamante e da Marfisa metter prigione, e detto v'ho in che guisa.
Quelle gli avean già ritrovato adosso lettere e contrasegni e una patente, per le quali apparea che Gano mosso non s'era a tòr Marsiglia di sua mente,
ma che venuto il male era da l'osso: Carlo n'era cagion principalmente; e vider scritto quel ch'in mar appresso per distrugger Ruggier s'era commesso.
E leggendo, Marfisa vi trovoro e Ruggier traditori esser nomati, perché, partiti da le guardie loro, in favor di Rinaldo erano andati;
e per questo ribelli ai gigli d'oro eran per tutto il regno divulgati; e Carlo avea lor dietro messo taglia, sperando averli in man senza battaglia.
Marfisa, che sapea che alcun errore, né suo né del fratello, era precorso, pel qual dovesse Carlo imperatore contr'essi in sì grand'ira esser trascorso,
di giusto sdegno in modo arse nel core, che, quanto ir si potea di maggior corso, correr penso in Boemia e uccider Carlo, che non potrian suoi Paladin vietarlo.
E ne parlò con Bradamante, e appresso col Selvaggio Guidon, ch'ivi era allora: ché Mont'Alban gli avea il fratel commesso che vi dovesse far tanta dimora
che Malagigi, come avea promesso, venisse; e l'aspettava d'ora in ora per dar a lui la guardia del castello, e poi tornar in campo al suo fratello.
Marfisa ne parlò, come vi dico, ai dui germani, e gli trovò disposti che s'abbia a trattar Carlo da nimico e far che l'odio lor caro gli costi;
che si meni con lor Gano, il suo amico, e che s'un par di forche ambi sian posti; e che si scanni, tronchi, tagli e fenda qualunque d'essi la difesa prenda.
Guidon, ch'andar con lor facea pensiero né lasciar senza guardia Mont'Albano, espedì allora allora un messaggiero, ch'andò a far fretta al frate di Viviano;
e gli parve che fosse quel scudiero che tratto avea quivi legato Gano; per narrar lui che la figlia d'Amone libera e sciolta, e Gano era prigione.
Sinibaldo, il scudier, calò del monte e verso Malagigi il camin tenne; e noi potendo aver in Agrismonte, più lontan per trovarlo ir gli convenne.
Ma il dì seguente Alardo entrò nel ponte di Mont'Albano; e bene a tempo venne, ché, lui posto in suo loco, entrò in camino Guidon, senza aspettar più il suo cugino.
Egli e le donne, tolto i loro arnesi, in Armaco e a Tolosa se ne vanno due donzelle e tre paggi avendo presi, col conte di Pontier che legato hanno.
Lasciànli andar, che forse più cortesi che non ne fan sembianti, al fin seranno: diciam del messo il qual da Mont'Albano vien per trovar il frate di Viviano.
Non era in Agrismonte, ma in disparte, tra certe grotte inaccessibil quasi, dove imagini sacre, sacre carte, sacri altar, pietre sacre e sacri vasi,
et altre cose appartinenti all'arte, de le quai si valea per vari casi, in un ostello avea ch'in cima un sasso non ammettea, se non con mani, il passo.
Sinibaldo, che ben sapea il camino (ché vi venne talor con Malagigi, del qual da' tener'anni piccolino fin a' più forti stato era a' servigi),
giunse all'ostello, e trovò l'indovino ch'avea sdegno coi spirti aerii e stigi, ché scongiurati avendoli due notti gli lor silenzi ancor non avea rotti.
Malagigi volea saper s'Orlando nimico di Rinaldo era venuto, sì come in apparenza iva mostrando, o pur gli era per dar secreto aiuto:
perciò due notti i spirti scongiurando, l'aria e l'inferno avea trovato muto; ora s'apparecchiava al ciel più scuro provar il terzo suo maggior scongiuro.
La causa che tenean lor voci chete non sapeva egli, et era nigromante; e voi non nigromanti lo sapete, mercé che già ve l'ho narrato inante.
Quando contra l'imperio ordì la rete Alcina, s'ammutiro in un instante, eccetto pochi, che serbati fòro da quelle Fate alli servigi loro.
Malagigi, al venir di Sinibaldo, molto s'allegra udendo la novella che sia di man del traditor ribaldo in libertà la sua cugina bella,
e ch'in la gran fortezza di Rinaldo si truovi chiuso in potestà di quella; e gli par quella notte un anno lunga, che veder Gano preso gli prolunga.
Perciò s'affretta con la terza prova di vincer la durezza dei demoni; e con orrendo murmure rinova preghi, minacce e gran scongiurazioni,
possenti a far che Belzebù si mova con le squadre infernali e legioni. La terra e il cielo è pien di voci orrende; ma del confuso suon nulla s'intende.
Il mutabil Vertunno, ne l'anello che Sinibaldo avea sendo nascosto (sapete già come fu tolto al fello Gan di Maganza, e in altro dito posto:
non che 'l scudier virtù sapesse in quello, ma perché il vedea bello e di gran costo), Vertunno, a cui il parlar non fu interdetto, là si trovò con gli altri spirti astretto.
E perché il silinguagnolo avea rotto, narrò di Gano l'opera volpina, ch'a prender varie forme l'avea indotto per por Rinaldo e i suoi tutti in ruina;
e gli narrò l'istoria motto a motto, e da Gloricia cominciò e d'Alcina, fin che sul molo Bradamante ascesa per fraude fu con la sua terra presa.
Maravigliossi Malagigi, e lieto fu ch'un spirto a sé incognito gli avesse a caso fatto intendere un secreto che saper d'alcun altro non potesse.
L'anel in ch'era chiuso il spirto inquieto, nel dito onde lo tolse, anco rimesse; e la mattina andò verso Rinaldo, pur con la compagnia di Sinibaldo.
Rinaldo dava il guasto alla campagna de li Turoni e la città premea; ché, costeggiando Arverni e quei di Spagna, col lito di Pittoni e di Bordea,
se gli era il pian renduto e la montagna, né fatto colpo mai di lancia avea: ma già per l'avvenir così non fia, poi ch'Orlando al contrasto gli venia.
Orlando amò Rinaldo, e gli fu sempre a far piacer e non oltraggio pronto; ma questo amore è forza che distempre il veder far del re sì poco conto.
Non sa trovar ragion per la qual tempre l'ira c'ha contra lui per questo conto: cagion non gli può alcuna entrar nel core, che scusi il suo cugin di tanto errore.
Or se ne vien il paladino innanti quanto più può verso Rinaldo in fretta; e seco ha cavallieri, arcieri e fanti, varie nazion, ma tutta gente eletta.
Sa Rinaldo ch'ei vien; né fa sembianti quali far debbe chi 'l nimico aspetta: tanto sicur di quello si tenea ch'in nome suo detto 'l demon gli avea.
Da campo a Torse, ove era, non si mosse, né curò d'alloggiarsi in miglior sito. È ver che nel suo cuor maravigliosse che, dopo che Terigi era partito,
avisato dal conte più non fosse, per tramar quanto era tra loro ordito: molto di ciò maravigliossi, e molto ch'avessi il baston d'or contra sé tolto;
e non gli avesse innanzi un dei mal nati del scelerato sangue di Maganza mandato a castigar de li peccati indegni di trovar mai perdonanza:
ma tal contrari non puon far che guati fuor di quanto gli mostra la fidanza, né che per suo vantaggio se gli affronti, dove vietar gli possa guadi o ponti.
Ben mostra far provision; ma solo fa per dissimulare e per coprire l'accordo ch'aver crede col figliuolo del buon Milon, da non poter fallire.
Ma 'l Conte, che non sa di Gano il dolo, fa le sue genti gli ordini seguire; né questa né altra cosa pretermette, ch'a valoroso capitan si spette.
Alla sua giunta, tutti i passi tolle, che non venga a Rinaldo vettovaglia; e di quanti ne prese, alcun non volle vivo serbar, ma impicca e i capi taglia.
Quel donde più Rinaldo d'ira bolle, è che 'l cugin fa publicar la taglia, la qual su la persona il re de' Franchi bandita gli ha di cento mila franchi.
Et ha fatto anco publicar per bando che 'l re vuol perdonar a tutti quelli che verran ne l'esercito d'Orlando e lasceran Rinaldo e gli fratelli.
Rinaldo al fin si vien certificando ch'Orlando esser non vuol de li ribelli; e si conosce, in somma, esser tradito, ma quando non vi può prender partito.
Vede che se non vien al fatto d'arme, ancor che noi può far con suo vantaggio, di fame sarà vinto, se non d'arme, ch'a lui nave ir non può né cariaggio;
e teme appresso, che la gente d'arme un giorno non si levi a farli oltraggio: ché non è cosa che più presto chiame a ribellarsi un campo, che la fame.
Mirava le sue genti, e gli parea che di febre sentissero ribrezo: sì la giunta d'Orlando ognun premea, ch'avean creduto dover star di mezo.
Rinaldo, poiché forza lo traea, fece tutto il suo campo uscir del rezo, e cautamente, in quattro schiere armato, al Conte il fe' veder fuor del steccato.
Già prima i fanti e i cavallieri avea con Unuldo partito e con Ivone; quei di Medoco il duca conducea, con quei di Villanova e di Rione,
da San Macario, l'Aspara e Bordea, Selva Maggior, Caorsa e Talamone, e gli altri che dal mar fino in Rodonna tra Cantello s'albergano e Garonna.
Usciti erano gli Auscii e gli Tarbelli sotto i segni d'Unuldo alla campagna; gli Cotueni e gli Ruteni, e quelli de le vallee che Dora e Niva bagna;
e gli altri che le ville e gli castelli quasi vuoti lasciar de la montagna che già natura alzò per muro e sbarra al furore aquitano e di Navarra.
Rinaldo gli Vassari e gli Biturgi, Tabali, Petrocori avea in governo, e Pittoni e gli Movici e Cadurgi, con quei che scesi eran dal monte Arverno;
e quei ch'avean tra dove, Loria, surgi, e dove è meta al tuo viaggio eterno, le montagne lasciate e le maremme, con quei di Borgo, Blaia et Angolemme.
Et oltre a questi, avea d'altro paese e fanti e cavallier di buona sorte; di quai parte avea prima, e parte prese dal suo signor, quando partì di corte;
tutti all'onor di lui, tutti all'offese di suoi nimici pronti sino a morte. Dato avea in guardia questo stuol gagliardo a Ricciardetto et al fratel Guicciardo.
Unuldo d'Aquitania era nel destro, Ivo sul fiume avea il sinistro corno; de la schiera di mezo fu il maestro Rinaldo, che quel dì molto era adorno
d'un ricco drappo di color cilestro sparso di pecchie d'or dentro e d'intorno, che cacciate parean dal natio loco da l'ingrato villan con fumo e foco.
E perché ad ogni incommodo occorresse (che non men ch'animoso, era discreto), contra quei de la terra il fratei messe, con buona gente, per far lor divieto
che, mentre gli occhi e le man volte avesse a quei dinanzi, non venisser drieto, o venisser da' fianchi, e con gran scorno, oltre il danno, gli dessero il mal giorno.
Da l'altra parte il capitan d'Anglante quelli medesimi ordini gli oppone: fa lungo il fiume andar Teone innante, figliuolo e capitan di Tassillone;
da l'altro corno al conte di Barbante, alla schiera di mezo egli s'oppone. Bianca e vermiglia avea la sopravesta, ma di ricamo d'or tutta contesta.
Ne l'un quartiero e l'altro la figura d'un rilevato scoglio avea ritratta, che sembra dal mar cinto, e che non cura che sempre il vento e l'onda lo combatta.
L'uno di qua, l'altro di là procura pigliar vantaggio, e le sue squadre adatta con tal rumor e strepito di trombe che par che triemi il mar e 'l ciel ribombe.
Già l'uno e l'altro avea, con efficace et ornato sermon, chiaro e prudente, cercato d'animar e fare audace quanto potuto avea più la sua gente.
Era d'ambi gli eserciti capace il campo, sino al mar largo e patente; ché non s'era indugiato a questo giorno a levar boschi e far spianate intorno.
Gli corridori e l'arme più leggiere, e quei che i colpi lor credono al vento, or lungi, or presso, intorno alle bandiere scorrono il pian con lungo avvolgimento;
mentre gli uomini d'arme e le gran schiere vengon de' fanti a passo uguale e lento, sì che né picca a picca o piede a piede, se non quanto vuol l'ordine, precede.
L'un capitano e l'altro a chiuder mira dentro 'l nimico, e poi venirli a fianco. Teon, per questo, il corno estende e gira, e Ivo il simil fa dal lato manco.
Andar da l'altra parte non s'aspira, ché l'acqua vi facea sicuro e franco a Rinaldo il sinistro, al Conte serra il destro corno il gran fiume de l'Erra.
L'un campo e l'altro venìa stretto e chiuso con suo vantaggio, stretto ad affrontarsi: tutte le lance con le punte in suso poteano a due gran selve assimigliarsi,
le quai venisser, fuor d'ogn'uman uso, forse per magica arte, ad incontrarsi. Cotali in Delo esser doveano, quando andava per l'Egeo l'isola errando.
All'accostarsi, al ritener del passo, all'abbassar de l'aste ad una guisa, sembra cader l'orrida Ircina al basso, che tutta a un tempo sia dal piè succisa:
un fragor s'ode, un strepito, un fracasso, qual forse Italia udì quando divisa fu dal monte Apennin quella gran costa che su Tifeo per soma eterna è imposta.
Al giunger degli eserciti si spande tutto 'l campo di sangue e 'l ciel di gridi: a un volger d'occhi in mezo e da le bande ogni cosa fu piena d'omicidi:
in gran confusion tornò quel grande ordine, e non è più chi regga o guidi, o ch'oda o vegga; ché conturba e involve, assorda e accieca il strepito e la polve.
A ciascuno a bastanza, a ciascun troppo era d'aver di se medesmo cura. La fanteria fu per disciorre il groppo, perduto 'l lume in quella nebbia oscura:
ma quelli da cavallo al fiero intoppo già non ebbon la fronte così dura; le prime squadre sùbito e l'estreme di qua e di là restar confuse insieme.
Le compagnie d'alcuni, che promesso s'avean di star vicine, unite e strette, e l'un l'altro in aiuto essersi appresso né si lasciar se non da morte astrette,
in modo si disciolser che rimesso non fu più 'l stuol fin che la pugna stette; e di cento o di più ch'erano stati, al dipartir non foro i dui trovati.
Ché da una parte Orlando e da l'altra era Rinaldo entrato, e prima con la lancia forando petti e più d'una gorgiera, più d'un capo, d'un fianco e d'una pancia;
poi, l'un con Durindana, e con la fera Fusberta l'altro, i dui lumi di Francia, a' colpi, qual fece in Val Flegra Marte, poneano in rotta e l'una e l'altra parte.
Come nei paschi tra Primaro e Filo, voltando in giù verso Volana e Goro, nei mesi che nel Po cangiato ha il Nilo il bianco uccel ch'a' serpi dà martoro,
veggiàn, quando lo punge il fiero asilo, cavallo andare in volta, asino e toro, così veduto avreste quivi intorno le schiere andar senza pigliar soggiorno.
A Rinaldo parea che, distornando da quella pugna il cavallier di Brava, gli suoi sarebbon vincitori, quando sol Durindana è che gli afflige e grava;
di lui parea il medesimo ad Orlando: che se da le sue genti il dilungava, facilmente alli Franchi e alli Germani cederiano i Pittoni e gli Aquitani.
Perciò l'un l'altro, con gran studio e fretta e con simil desir, par che procacci di ritrovarsi, e da la turba stretta tirarse in parte ove non sia ch'impacci.
Per vietarli il camin nessun gli aspetta, non è chi lor s'opponga o che s'affacci; ma in quella parte ove gli veggon volti, tutti le spalle dàn, nissuno i volti.
Come da verde margine di fossa dove trovato avean lieta pastura, le rane soglion far sùbita mossa e ne l'acqua saltar fangosa e scura
se da vestigio uman l'erba percossa o strepito vicin lor fa paura; così le squadre la campagna aperta a Durindana cedono e a Fusberta.
Gli duo cugin, di lance proveduti (che d'olmo l'un, l'altro l'avea di cerri), s'andaro incontro, e i lor primi saluti furo abbassarsi alle visiere i ferri.
Gli dui destrier, che senton con ch'acuti sproni alli fianchi il suo ciascun afferri, si vanno a ritrovar con quella fretta che uccel di ramo o vien dal ciel saetta.
Negli elmi si feriro a mezo 'l campo sotto la vista, al confinar dei scudi: suonar come campane, e gittar vampo, come talor sotto 'l martel gl'incudi.
Ad amendui le fatagion fur scampo, che non potero entrarvi i ferri crudi: l'elmo d'Almonte e l'elmo di Mambrino difese l'uno e l'altro Paladino.
Il cerro e l'olmo andò, come se stato fosser di canne, in tronchi e in schegge rotto: messe le groppe Brigliador sul prato, ma, come un caprio snel, sorse di botto.
L'uno e l'altro col freno abbandonato, dove piacea al cavallo, era condotto, coi piedi sciolti e con aperte braccia, roverscio a dietro, e parea morto in faccia.
Poi che per la campagna ebbono corso di più di quattro miglia il spazio in volta, pur rivenne la mente al suo discorso, e la memoria sparsa fu raccolta:
tornò alla staffa il piè, la mano al morso, e rassettati in sella dieder volta; e con le spade ignude aspra tempesta portaro al petto, agli omeri e alla testa.
Tutto in un tempo, d'un parlar mordente Rinaldo a ferir venne, e di Fusberta, al cavallier d'Anglante, e insiememente gli dice — Traditor — a voce aperta;
e la testa che l'elmo rilucente tenea difesa, gli fe' più che certa ch'a far colpo di spada di gran pondo si ritrovava altro che Orlando al mondo.
Per l'aspro colpo il senator romano si piegò fin del suo destrier sul collo; ma tosto col parlare e con la mano ricompensò l'oltraggio e vendicollo:
gli fe' risposta che mentia, e villano e disleal e traditor nomollo; e la lingua e la mano a un tempo sciolse e quella il core e questa l'elmo colse.
Multiplicavan le minacce e l'ire, le parole d'oltraggio e le percosse; né l'un l'altro potea tanto mentire che detto traditor più non gli fosse.
Poi che tre volte o quattro così dire si sentì Orlando dal cugin, fermosse; e pianamente domandollo come gli dava, e per che causa, cotal nome.
Con parole confuse gli rispose Rinaldo, che di còlera ardea tutto; Carlo, Orlando e Terigi insieme pose in un fastel, da non ne trar construtto:
come si suol rispondere di cose donde quel che dimanda è meglio instrutto. — Pian, pian, fa ch'io t'intenda, — dicea Orlando — cugino; e cessi intanto l'ira e 'l brando. —
In questo tempo i cavallieri e i fanti per tutto il campo fanno aspra battaglia, né si vede anco in mezo, né dai canti qual parte abbia vantaggio e che più vaglia.
Le trombe, i gridi, i strepiti son tanti, che male i duo cugin alzar, che vaglia, la voce ponno, e far sentir di fuore perché l'un l'altro chiami traditore.
Per questo fur d'accordo di ritrarsi e diferir la pugna al nuovo sole; poi, la mattina, insieme ritrovarsi nel verde pian con le persone sole;
e qual fosse di lor certificarsi il traditor, con fatti e con parole. Fatto l'accordo, dier subito volta, e per tutto sonar féro a raccolta.
Al dipartir vi fur pochi vantaggi; pur, s'alcun ve ne fu, Rinaldo l'ebbe: che, oltre che prigioni e carriaggi vi guadagnasse, a grand'util gli accrebbe,
ché alloggiò dove aver da li villaggi copia di vettovaglie si potrebbe. L'altra mattina, com'era ordinato, si trovò solo alla campagna armato.
Scendono a basso a Basilea et al Reno, e van lungo le rive insino a Spira, lodando il ricco e di cittadi pieno e 'l bel paese ove il gran fiume gira.
Entrano quindi alla Germania in seno, e son già a Norimbergo, onde la mira lontan si può veder de la montagna che la Boemia serra da la Magna.
Venner, continuando il lor viaggio, su 'n monte onde vedean giù ne la valle la pugna che Sassoni, Ungari e Traci facean crudel contra i Francesi audaci:
e gli aveano a tal termine condotti, per esser tre, come io dicea, contr'uno; e sì gli avean ne l'antiguardia rotti, che senza volger volto fuggia ognuno:
né per fermargli i capitani dotti de la milizia avean riparo alcuno; anzi, i primi che 'n fuga erano volti, i secondi e i terzi ordini avean sciolti.
L'ardite donne, con Guidone, e 'nsieme gli altri venuti seco a questa via, sul monte si fermar che da l'estreme rive d'intorno tutto il pian scopria:
dove sì Carlo e li suoi Franchi preme la gente di Sansogna e d'Ungheria, e l'altre varie nazioni miste, barbare e greche, ch'a pena resiste.
Con gran cavalleria russa e polacca, l'esercito di Slesia e di Sansogna guida Gordamo; e sì fiero s'attacca con la gente di Fiandra e di Borgogna,
e sì l'ha rotta, tempestata e fiacca al primo incontro, che fuggir bisogna; né può Olivier fermargli, ch'è lor guida, e prega invano e 'nvan minaccia e grida.
Or, mentre questo et or quell'altro prende ne le spalle, nel collo e ne le braccia, volge per forza l'un, l'altro riprende, che 'l nemico veder non voglia in faccia;
Gordamo di traverso a lui si stende, e s'un corsier ch'a tutta briglia caccia sì con l'urto il percuote e sì l'afferra con la gross'asta, che lo stende in terra.
Non lunge da Olivier era un Gherardo et un Anselmo: il primo è di sua schiatta, ché di don Buovo nacque, ma bastardo (però avea il nome del vecchio da Fratta);
il secondo fiamingo, il cui stendardo seguia una schiera in sue contrade fatta: restar questi dui soli alle difese, fuggendo gli altri, del gentil marchese.
Gherardo col caval d'Olivier venne, e si volea accostar perché montassi; et Anselmo, menando una bipenne, gli andava innanzi e disgombrava i passi:
quando Gordamo alzò la spada, e fenne con un gran colpo i lor disegni cassi: ché da la fronte agli occhi a quello Anselmo divise il capo, e non li valse l'elmo.
Tutto ad un tempo, o con poco intervallo, con la spada a due man menò Baraffa, venuto quivi con Gordamo, et hallo accompagnato il dì sempre alla staffa;
e le gambe troncò dietro al cavallo de l'altro sì, che parve una giraffa: ch'alto dinanzi e basso a dietro resta. Sopra Gherardo ognun picchia e tempesta;
e tanto gli ne dàn che l'hanno morto prima ch'aiutar possa il suo parente. Dolse a Olivier vederli far quel torto, ma vendicar non lo potea altrimente;
perché, da terra a gran pena risorto, avea da contrastar con troppa gente; pur, quanto lungo il braccio era e la spada, dovunque andasse si facea far strada.
E se non fosser stati sì lontani da lui suoi cavallieri in fuga volti, che fuggian come il cervo inanzi a' cani o la perdice alli sparvieri sciolti;
tra lor per forza de piedi e di mani saria tornato, e gli avria ancor rivolti: ma che speme può aver perché contenda che forza è ch'egli muoia o che s'arrenda?
Ecco Gordamo, senza alcun rispetto ch'egli a cavallo e ch'Olivier sia a piede, arresta un'altra lancia, e 'n mezzo il petto a tutta briglia il Paladino fiede;
e lo riversa sì, che de l'elmetto una percossa grande al terren diede. Tosto ch'in terra fu, sentì levarsi l'elmo dal capo, e non potere aitarsi:
ché li son più di venti adosso a un tratto, su le gambe, sul petto e su le braccia; e più di mille un cerchio gli hanno fatto: altri il percuote et altri lo minaccia;
chi la spada di mano, chi gli ha tratto dal collo il scudo, e chi l'altre arme slaccia. Al duca di Sansogna al fin si rende, che lo manda prigione alle sue tende.
Se non tenea Olivier, quando avea ancora l'arme e la spada, la sua gente in schiera, come fermarla e come volgerl'ora potrà, che disarmato e prigion era?
Fuggesi l'antiguardia, et apre e fora l'altra battaglia, e l'urta in tal maniera che, confondendo ogn'ordine, ogni metro, seco la volge e seco porta indietro.
E perché Praga è lor dopo le spalle, i fiumi a canto e gli Alemanni a fronte, non sanno ove trovar sicuro calle se non a destra, ov'era fatto il ponte;
e però a quella via sgombran la valle con li pedoni i cavallieri a monte; ma non riesce, perché già re Carlo preso avea il passo e non volea lor darlo.
Carlo, che vede scompigliata e sciolta venir sua gente in fuga manifesta, la via del ponte gli ha sùbito tolta, perché ritorni, o ch'ivi faccia testa;
né vi può far però ripar, ché molta l'arme abbandona e di fuggir non resta; e qualche un, per la tema che l'affretta, lascia la ripa e nel fiume si getta.
Altri s'affoga, altri nuotando passa, altri il corso de l'acqua in giro mena; chi salta in una barca e 'l caval lassa, chi lo fa nuotar dietro alla carena;
o dove un legno appare, ivi s'ammassa la folta sì, che, di soverchio piena, o non si può levar se non si scarca, o nel fondo tra via cade la barca.
Non era minor calca in su l'entrata del ponte, che da Carlo era difesa; e sì cresce la gente spaventata, a cui più d'ogni biasmo il morir pesa,
che 'l re non pur, con tutta quella armata che seco avea, ne perde la contesa, ma, con molt'altri uomini e bestie a monte, nel fiume è rovesciato giù del ponte.
Carlo ne l'acqua giù dal ponte cade, e non è chi si fermi a darli aiuto; che sì a ciascun per sé da fare accade, che poco conto d'altri ivi è tenuto:
quivi la cortesia, la caritade, amor, rispetto, beneficio avuto, o s'altro si può dire, è tutto messo da parte, e sol ciascun pensa a se stesso.
Se si trovava sotto altro destriero Carlo, che quel che si trovò quel giorno, restar potea ne l'acqua di leggiero, né mai più in Francia bella far ritorno.
Bianco era il buon caval, fuor ch'alcun nero pelo, che parean mosche, avea d'intorno il collo e i fianchi fin presso alla coda: da questo al fin fu ricondotto a proda.
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