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1474–1533

CANTO QUARTODECIMO.

Ludovico Ariosto

N Ei molti assalti, e ne i crudel conflitti C'havuti havea con Francia A frica e Spagna Morti erano infi niti, e derelitti Al Lupo al Cor vo all'Aquila griffagna:

E benche i Franchi fossero piu afflitti Che tutta havean perduta la campagna, Piu si doleano i Saracin, per molti Principi e gran baron ch'eran lor tolti.

Hebbon vittorie cosi sanguinose Che lor poco avanzo di che allegrarsi: E se alle antique le moderne cose Invitto Alphonso, denno assimigliarsi:

La gran vittoria, onde alle virtuose Opere vostre, puo la gloria darsi, Di c'haver sempre lachrymose ciglia Ravenna debbe, a queste s'assimiglia.

Quando cedendo Morini e Picardi L'esercito Normando, e l'Aquitano: Voi nel mezo assaliste li stendardi Del quasi vincitor nimico Hispano:

Seguendo voi quei gioveni gagliardi Che meritar con valorosa mano Quel di da voi per honorati doni L'else indorate e gl'indorati sproni.

Con si animosi petti che vi foro Vicini, o poco lungi al gran periglio, Crollaste si le ricche Giande d'Oro: Si rompeste il baston giallo e vermiglio,

Ch'a voi si deve il triomphale alloro Che non fu guasto ne sfiorato il Giglio, D'un'altra fronde v'orna ancho la chioma L'haver servato il suo Fabritio a Roma.

La gran Colonna del nome Romano Che voi prendeste e che servaste intera Vi da piu honor, che se di vostra mano Fosse caduta la militia fiera

Quanta n'ingrassa il campo Ravegnano: E quanta se n'ando senza bandiera D'Aragon di Castiglia, e di Navarra Veduto non giovar spiedi ne carra.

Quella vittoria fu piu di conforto Che d'allegrezza, perche troppo pesa Contra la gioia nostra, il veder morto Il capitan di Francia, e de l'impresa,

E seco havere una procella absorto Tanti principi illustri,ch'a difesa De i regni lor, de i lor confederati Di qua da le fredd'Alpi era passati.

Nostra salute, nostra vita, in questa Vittoria, suscitata si conosce, Che difende che'l verno, e la tempesta Di Giove irato, sopra noi non crosce,

Ma ne goder potiam ne farne festa Sentendo i gran ramarichi e l'angosce Ch'in veste bruna e lachrimosa guancia Le vedovelle fan per tutta Francia.

Bisogna che proveggia il Re Luigi Di nuovi capitani alle sue squadre, Che per honor de l'aurea Fiordaligi Castighino le man rapacci e ladre,

Che suore, e frati, e bianchi, e neri, e bigi Violato hanno, e sposa, e figlia, e madre Gittato in terra Christo in sacramento, Per torgli un tabernaculo d'argento.

O misera Ravenna t'era meglio Ch'al vincitor non fessi resistenza Far ch'a te fosse inanzi Brescia speglio Che tu lo fossi a Arimino e a Faenza,

Manda Luigi il buon Traulcio veglio Ch'insegni a questi tuoi piu continenza, E conti lor quanti per simil torti, Stati ne sian per tutta Italia morti.

Come di capitani bisogna hora Che'l Re di Francia al campo suo proveggia Cosi Marsilio & Agramante allhora Per dar buon reggimento alla sua greggia

Da i lochi dove il verno fe dimora Vuol ch'in campagna all'ordine si veggia Perche vedendo ove bisogno sia, Guida e governo ad ogni schiera dia.

Marsilio prima, e poi fece Agramante Passar la gente sua schiera per schiera, I Cathalani a tutti glialtri inante Di Doriphebo van con la bandiera,

Dopo vien senza il suo Re Folvirante, Che per man di Rinaldo gia morto era, La gente di Navarra, e lo Re Hispano Halle dato Isolier per capitano.

Balugante del popul di Leone Grandonio cura de gli Algarbi piglia Il fratel di Marsilio Falsirone Ha seco armata la minor castiglia,

Seguon di Madarasso il gonfalone Quei che lasciato han Malaga e Siviglia Dal Mar di Gade a Cordova feconda Le verdi ripe ovunque il Bethy inonda.

Stordilano e Tesira e Baricondo, L'un dopo l'altro mostra la sua gente Granata al primo Ulisbona al secondo E Maiorca al terzo e ubidiente

Fu d'Ulisbona Re, tolto dal mondo Larbin, Tessira di Larbin parente Poi vien Gallitia, che sua Guida in vece Di Maricoldo: Serpentino fece.

Quei di Tolledo, e quei di Calatrava Di c'hebbe Sinagon gia la bandiera, Con tutta quella gente che si lava In Guadiana, e bee della riviera

L'audace Matalista governava: Bianzardin quei d'Asturga in una schiera Con quei di Salamanca e di Piagenza, D'Avila di Zamora, e di Palenza.

Di quei di Saragosa e de la corte Del Re Marsilio: ha Ferrau il governo, Tutta la gente e ben armata e forte: In questi e Malgarino: Balinverno:

Malzarise: e Morgante: ch'una sorte Havea fatto habitar paese esterno: Che poi che i regni lor, lor furon tolti, Gli havea Marsilio in corte sua raccolti.

In questa e di Marsilio il gran Bastardo Follicon d'Almeria con Doriconte, Bavarte e Largalifa, & Analardo: Et Archidante il Sagontino Conte,

E l'Amirante, e Langhiran gagliardo: E Malagur c'havea l'astutie pronte, Et altri & altri, di quai penso dove, Tempo sara, di far veder le pruove.

Poi che passo l'esercito di Spagna Con bella mostra inanzi alRe Agramante, Con la sua squadra apparve alla campagna Il Re d'Oran che quasi era Gigante,

L'altra che vien per Martasin si lagna Il qual morto le fu da Bradamante, E si duol ch'una femina si vanti. D'haver ucciso il Re de Garamanti.

Segue la terza schiera di Marmonda Ch'Argosto morto abbandono in Guascogna, A questa un capo come alla seconda E come ancho alla quarta dar bisogna:

Quantunque il Re Agramante non abonda Di capitani, pur ne finge e sogna Dunque Buraldo, Ormida, Arganio elesse E dove uopo ne fu guida li messe.

Diede ad Arganio quei di Libicana Che piangean morto il negro Dudrinasso: Guida Brunello i suoi di Tingitana Con viso nubiloso e ciglio basso,

Che poi che ne la selva, non lontana Dal castel c'hebbe Atlante in cima al sasso Gli fu tolto l'annel da Bradamante, Caduto era in disgratia al Re Agramante.

E se'l fratel di Ferrau Isoliero Ch'al arbore legato ritrovollo, Non facea fede inanzi al Re del vero, Havrebbe dato in su le forche un crollo

Muto a prieghi di Molti il Re pensiero, Gia havendo fatto porgli il laccio al collo, Gli lo fece levar, ma riserbarlo Pel primo error, che poi giuro impiccarlo.

Si c'havea causa di venir Brunello Col viso mesto, e con la testa china Seguia poi Farurante, e dietro a quello Eran cavalli e fanti di Maurina,

Venia Libanio appresso il Re novello La gente era con lui di Constantina Perho che la corona, e il baston d'Oro Gli ha dato il Re che fu di Pinadoro.

Con la gente d'Hesperia Soridano, E Dorilon ne vien con quei di Setta, Ne vien coi Nasamoni Puliano, Quelli d'Amonia il Re Agricalte affretta

Malabuferso quelli di Fizano, Da Finadurro e l'altra squadra retta Che di Canaria viene e di Marocco, Balastro ha quei che fur del re Tardocco.

Due squadre una di Mulga una d'Arzilla Seguono, e questa ha'l suo Signore antico, Quella n'e priva, e perho il Re Sortilla Et diella a Corineo suo fido amico,

E cosi de la gente d'Almansilla C'hebbe Tanfirion, fe Re Caico, Die quella di Getulia a Rimedonte Poi vien con quei di Cosca Balinfronte.

Quell'altra schiera e la gente di Bolga, Suo Re e Clarindo, e gia fu Mirabaldo, Vien Baliverzo, ilqual vuo che tu tolga Di tutto il gregge pel maggior ribaldo,

Non credo in tutto il campo si disciolga Bandiera c'habbia esercito piu saldo De l'altra con che segue il Re Sobrino, Ne piu di lui prudente saracino.

Quei di Bellamarina, che Gualciotto Solea guidare, hor guida il Re d'Algieri Rodomonte e di Sarza, che condotto Di nuovo havea pedoni e cavallieri,

Che mentre il Sol fu nubiloso sotto Il gran Centauro, e i corni horridi e fieri, Fu in Africa mandato da Agramante Onde venuto era tre giorni inante.

Non havea il campo d'Africa piu forte Ne saracin piu audace di costui, E piu temean le Parigine porte, Et havean piu cagion di temer lui,

Che Marsilio Agramante e la gran corte C'havea seguito in Francia questi dui: E piu d'ogni altro che facesse mostra, Era nimico de la fede nostra.

Vien Prusione il Re de l'Alvaracchie Poi quel de la Zumara Dardinello, Non so s'habbiano o nottole o cornacchie O altro manco & importuno augello

Ilqual da i tetti e da le fronde gracchie Futuro mal, predetto a questo e a quello, Che fissa in ciel nel di seguente e l'hora, Che l'uno e l'altro in quella pugna muora.

In campo non haveano altri a venire Che quei di Tremisenne e di Noritia: Ne si vedea alla mostra comparire Il segno lor, ne dar di se notitia,

Non sapendo Agramante che si dire Ne che pensar di questa lor pigritia, Uno scudiero al fin gli fu condutto, Del Re di Tremisen:che narro il tutto.

E gli narro ch'Alzirdo e Manilardo Con molti altri de suoi giaceano al campo Signor (dis'egli) il cavallier gagliardo Ch'ucciso ha i nostri, ucciso havria il tuocampo,

Se fosse stato a torsi via piu tardo Di me ch'a pena anchor cosi ne scampo Fa quel de cavallieri e de pedoni, Che'l Lupo fa di capre e di montoni.

Era venuto pochi giorni avante Nel campo del Re d'Africa un Signore Ne in Ponente era, ne in tutto Levante, Di piu forza di lui, ne di piu core,

Gli facea grande honore il Re Agramante Per esser costui figlio e successore In Tartaria de'l Re Agrican gagliardo Suo nome era il feroce Mandricardo.

Per molti chiari gesti era famoso E di sua fama tutto il mondo empia, Ma lo facea piu d'altro glorioso Ch'al castel de la Fata di Soria

L'usbergo havea acquistato luminoso C'Hettor Troiano porto mille anni pria Per strana e formidabile aventura Che'l ragionarne pur mette paura.

Trovandosi costui dunque presente A quel parlar, alzo l'ardita faccia: E si dispose andare immantinente Per trovar quel guerrier dietro alla traccia

Ritenne occulto il suo pensiero in mente O sia perche d'alcun stima non faccia: O perche tema se'l pensier palesa Ch'unaltro inanzi a lui pigli l'impresa.

Allo scudier fe dimandar come era La sopravesta di quel cavalliero, Colui rispose quella e tutta nera Lo scudo nero, e non ha alcun cimiero,

E fu Signor la sua risposta vera, Perche lasciato Orlando havea il quartiero, Che come dentro l'animo era in doglia Cosi imbrunir di fuor volse la spoglia.

Marsilio a Mandricardo havea donato Un destrier baio a scorza di castagna Con gambe e chiome nere, & era nato Di Frisa madre, e d'un vilan di Spagna,

Sopra vi salta Mandricardo armato E galoppando va per la campagna. E giura non tornare a quelle schiere, Se non truova il campion da l'arme nere.

Molta incontro de la paurosa gente Che da le man d'Orlando era fuggita, Chi del figliuol chi del fratel dolente Ch'inanzi a gliocchi suoi perde la vita

Anchora la codarda e trista mente Ne la pallida faccia era sculpita, Anchor per la paura che havuta hanno Pallidi muti, & insensati vanno.

Non fe lungo camin che venne dove Crudel spettaculo hebbe, & inhumano: Ma testimonio alle mirabil pruove Che fur raconte inanzi al Re Africano:

Hor mira questi hor quelli morti, e muove E vuol le piaghe misurar con mano, Mosso da strana invidia ch'egli porta Al cavallier c'havea la gente morta.

Come Lupo o Mastin ch'ultimo giugne Al bue lasciato morto da villani, Che truova sol le corna l'ossa e l'ugne Del resto son sfamati augelli e cani:

Riguarda in vano il teschio che non ugne Cosi fa il crudel Barbaro in quei piani: Per duol bestemmia, e mostra invidia immensa Che venne tardi a cosi ricca mensa.

Quel giorno e mezo l'altro segue incerto Il cavallier dal negro, e ne domanda, Ecco vede un pratel d'ombre coperto Che si d'un'alto fiume si ghirlanda

Che lascia a pena un breve spatio aperto Dove l'acqua si torce ad altra banda, Un simil luogo con girevol' onda Sotto Ocricoli il Tevere circonda.

Dove entrar si potea, con l'arme indosso Stavano molti cavallieri armati, Chiede il pagan chi glihavea in stuol sigrosso Et a che effetto insieme ivi adunati

Gli fe risposta il Capitano, mosso Dal signoril sembiante, e da fregiati D'oro e di gemme arnesi di gran pregio, Che lo mostravan cavalliero egregio.

Dal nostro Re sian (disse) di Granata Chiamati in compagnia de la figliuola: Laquale al Re di Sarza ha maritata Benche di cio la fama anchor non vola:

Come appresso la sera racchetata La cicaleta sia, c'hor s'ode sola Avanti al padre fra l'Hispane torme La condurremo, intanto ella si dorme.

Colui che tutto il mondo vilipende Disegna di veder tosto la pruova, Se quella gente o bene, o mal difende La donna alla cui guardia si ritruova,

Disse, costei per quanto se n'intende E bella, e di saperlo hora mi giova, Allei mi mena, o falla qui venire Ch'altrove mi convien subito gire.

Esser per certo dei pazzo solenne, Rispose il Granatin, ne piu gli disse, Ma il Tartaro a ferir tosto lo venne Con l'hasta bassa, e il petto gli trafisse,

Che la corazza il colpo non sostenne E forza fu che morto in terra gisse: L'hasta ricovra il figlio d'Agricane, Perche altro da ferir non gli rimane,

Non porta spada ne baston, che quando L'arme acquisto che fur d'Hettor Troiano Perche trovo che lor mancava il brando Gli convenne giurar (ne giuro in vano)

Che fin che non togliea quella d'Orlando Mai non porrebbe ad altra spada mano, Durindana ch'Almonte hebbe in gran stima E Orlando hor porta, Hettor portava prima

Grande e l'ardir del Tartaro che vada Con disvantaggio tal contra coloro, Gridando chi mi vuol vietar la strada? E con la lancia si caccio tra loro:

Chi l'hasta abbassa, e chi tra fuor la spada E d'ogn'intorno subito gli foro: Egli ne fece morire una frotta Prima che quella lancia fosse rotta.

Rotta che se la vede, il gran troncone Che resta intero, ad ambe mani afferra: E fa morir con quel tante persone, Che non fu vista mai piu crudel guerra,

Come tra Philistei l'hebreo Sansone Con la mascella che levo di terra Scudi spezza, elmi schiaccia, e un colpospesso Spenge i cavalli a i cavallieri appresso.

Correno a morte que miseri a gara Ne perche cada l'un, l'altro andar cessa, Che la maniera del morire, amara Lor par piu assai, che non e morte istessa:

Patir non ponno che la vita cara Tolta lor sia da un pezzo d'hasta fessa, E sieno sotto alle picchiate strane A morir giunti, come biscie o rane.

Ma poi ch'a spese lor, si furo accorti Che male in ogni guisa era morire: Sendo gia presso alli duo terzi morti Tutto l'avanzo comincio a fuggire,

Come del proprio haver via se gli porti Il Saracin crudel non puo patire Ch'alcun di quella turba sbigottita Da lui partir si debba con la vita.

Come in palude asciuttaa dura poco Stridula canna, o in campo arrida stoppia Contra il soffio di Borea, e contra il fuoco Chel cauto agricultore insieme accoppia

Quando la vaga fiamma occupa il loco E scorre per li solchi, e stride e scoppia: Cosi costor, contra la furia accesa Di Mandricardo fan poca difesa.

Poscia ch'egli restar vede l'entrata Che mal guardata fu senza custode, Per la via che di nuovo era segnata, Ne l'herba, e al suono de i ramarchi ch'ode

Viene a veder la Donna di Granata Se di bellezze e pari alle sue lode, Passa tra i corpi de la gente morta Dove gli da, torcendo il fiume, porta.

E Doralice in mezo il prato vede (Che cosi nome la Donzella havea) Laqual suffolta da l'antico piede D'un Frassino silvestre si dolea,

Il pianto come un rivo che succede Di viva vena, nel bel sen cadea, E nel bel viso si vedea che insieme De l'altrui mal si duole, e del suo teme.

Crebbe il timor come venir lo vide Di sangue brutto e con faccia empia e oscura E'l grido sin al ciel l'aria divide Di se e de la sua gente per paura,

Che oltre i cavallier v'erano guide Che de la bella infante haveano cura, Maturi vecchi, e assaai donne e donzelle Del regno di Granata, e le piu belle,

Come il Tartaro vede quel bel viso Che non ha paragone in tutta Spagna, E c'ha nel pianto, hor ch'esser de nel riso? Tesa d'Amor l'inestricabil ragna,

Non sa se vive, o in terra o in paradiso, Ne de la sua vittoria altro guadagna Se non che in man de la sua prigioniera, Si da prigione e non sa in qual maniera.

Allei perho non si concede tanto Che del travaglio suo le doni il frutto, Benche piangendo ella ddimostri, quanto Possa donna mostrar dolore e lutto,

Egli sperando volgerle quel pianto In sommo gaudio, era disposto al tutto Menarla seco, e sopra un bianco ubino, Montar la fece, e torno al suo camino,

Donne e donzelle e vecchi & altra gente Ch'eran con lei venuti di Granata, Tutti licentio benignamente, Dicendo assai da me fia accompagnata,

Io mastro, io balia, io le saro sergente In tutti i suoi bisogni, a dio brigata, Cosi non gli possendo far riparo Piangendo e sospirando se n'andaro.

Tra lor dicendo quanto doloroso Ne sara il padre come il caso intenda, Quanta ira, quanto duol ne havra il suo sposo, O come ne fara vendetta horrenda,

Deh perche a tempo tanto bisognoso Non e qui presso, a far che costui renda Il sangue illustre del Re Stordilano, Prima che se lo porti piu lontano.

De la gran preda il Tartaro contento Che Fortuna e valor gli ha posta inanzi Di trovar quel dal negro vestimento Non par c'habbia la fretta c'havea dianzi

Correva dianzi, hor viene adagio e lento E pensa tutta via dove si stanzi, Dove ritruovi alcun commodo loco Per eshalar tanto amoroso foco.

Tuttavolta conforta Doralice C'havea di pianto e gliocchi e'l viso molle, Compone e finge molte cose, e dice Che per fama gran tempo ben le volle,

E che la patria e il suo regno felice Che'l nome di grandezza a glialtri tolle, Lascio non per vedere oSpagna o Francia, Ma sol per contemplar sua bella guancia.

Se per amar l'huom debbe essere amato Merito il vostro amor che v'ho amat'io, Se per stirpe, di me chi e meglio nato? Che'l possente Agrican fu il padre mio,

Se per richezza, chi ha di me piu stato? Che di dominio io cedo solo a Dio, Se per valor, credo hoggi haver esperto Ch'essere amato per valore io merto.

Queste parole & altre assai, ch'Amore A Mandricardo di sua bocca ditta, Van dolcemente a consolare il core De la Donzella di paura afflitta,

Il timor cessa, e poi cessa afflitta, Che le havea quasi l'anima trafitta, Ella comincia con piu patienza, A dar piu grata al nuovo amante udienza.

Poi con risposte piu benigne molto A mostrarsegli affabile e cortese: E non negargli di fermar nel volto Tal'hor le luci di pietade accese,

Onde il Pagan che da lo stral fu colto Altre volte d'Amor, certezza prese Non che speranza, che la donna bella Non saria a suo desir sempre ribella.

Con questa compagnia lieto e gioioso Che si gli satisfa, si gli diletta, Essendo presso all'hora ch'a riposo La fredda notte ogni animale alletta

Vedendo il Sol gia basso e mezo ascoso, Commincio a cavalcar con maggior fretta, Tanto ch'udi sonar zuffoli e canne, E vide poi fumar ville e capanne.

Erano pastorali alloggiamenti Miglior stanza e piu commoda che bella, Quivi il guardian cortese de gli armenti Honoro il Cavalliero e la Donzella

Tanto che si chiamar da lui contenti, Che non pur per cittadi e per castella, Ma per tugurii anchora e per fenili, Spesso si trovan gli huomini gentili.

Quel che fosse dipoi fatto all'oscuro Tra Doralice e il figlio d'Agricane A punto racontar non m'assicuro Si ch'al giudicio di ciascun rimane,

Creder si puo che ben d'accordo furo Che si levar piu allegri la dimane E Doralice ringratio il Pastore, Che nel suo albergo l'havea fatto honore.

Indi d'uno in un'altro luogo errando Si ritrovaro al fin sopra un bel fiume, Che con silentio al mar va declinando E se vada o se stia mal si prosume,

Limpido e chiaro si: ch'in lui mirando Senza contesa al fondo porta il lume, In ripa a quello a unaa fresca ombra e bella Trovar dui cavallieri e una donzella,

Hor l'alta fantasia, ch'un sentier solo Non vuol chi segua ogn'hor, quindi mi guida Et mi ritorna ove il Moresco stuolo Assorda di rumor Francia e di grida

D'intorno il padiglione ove il figliuolo Del Re Troiano il santo Imperio sfida, E Rodomonte audace se gli vanta Arder Parigi, e spianar Roma santa.

Venuto ad Agramante era all'orecchio, Che gia l'Inglesi havean passato il mare, Perho Marsilio e il Re del Garbo vecchio E glialtri capitan fece chiamare:

Consiglian tutti a far grande apparecchio Si che Parigi possino espugnare, Ponno esser certi che piu non s'espugna, Se nol fan prima che l'aiuto giugna.

Gia scale innumerabili per questo Da luoghi intorno havean fatto raccorre Et asse e travi, e vimine contesto Che lo poteano a diversi usi porre:

E navi e ponti, e piu facea che'l resto Il primo e il secondo ordine disporre A dar l'assaltto, & egli vuol venire Tra quei che la citta denno assalire.

L'Imperatore il di che'l di precesse De la battaglia, fe dentro a Parigi Per tutto celebrare uffici, e messe A Preti, a Frati, bianchi, neri, e bigi

E le gente che dianzi eran confesse E di man tolte a gl'inimici stigi Tutti communicar non altramente C'havessino a morire il di seguente.

Et egli tra Baroni e Paladini Principi, & Oratori, al maggior tempio Con molta religione a quei divini Atti intervenne, e ne die a glialtri esempio,

Con le man giunte, e gliocchi al ciel supini Disse: Signor ben ch'io sia iniquo & empio Non voglia tua bonta pel mio fallire Che'l tuo popul fedele habbia a patire.

E se glie tuo voler ch'egli patisca E c'habbia il nostro error degni supplici/ Almen la punition si differisca Si che per man non sia de tuoi nemici,

Che quando lor d'uccider noi sortisca Che nome havemo pur d'esser tuo'amici: I Pagani diran che nulla puoi, Che perir lasci i partigiani tuoi.

E per un che ti sia fatto ribelle Cento ti si faran per tutto il mondo, Tal che la legge falsa di Babelle Cacciera la tua fede e porra al fondo,

Difendi queste genti che son quelle Che'l tuo sepulchro hanno purgato e mondo Da brutti cani, e la tua Santa Chiesa Con li vicarii suoi spesso difesa.

So che i meriti nostri atti non sono A satisfare al debito d'un'oncia, Ne devemo sperar da te perdono Se riguardiamo a nostra vita sconcia,

Ma se vi aggiugni di tua gratia il dono Nostra ragion fia ragguagliata e concia Ne del tuo aiuto disperar possiamo Qualhor di tua pieta ci ricordiamo.

Cosi dicea l'Imperator devoto Con humiltade e contrition di core: Giunse altri prieghi e convenevol voto Al gran bisogno e all'alto suo splendore,

Non fu il caldo pregar d'effetto voto Perho che'l Genio suo l'Angel migliore I prieghi tolse e spiego al ciel le penne Et a narrare al Salvator li venne.

E furo altri infiniti in quello instante Da tali messagier portati a Dio, Che come gli ascoltar l'anime sante Dipinte di pietade il viso pio,

Tutte miraro il sempiterno Amante E gli mostraro il commun lor disio. Che la giusta oration fosse esaudita Del populo Christian che chiedea aita.

E la bonta ineffabile, ch'in vano Non fu pregata mai da cor fedele, Leva gli occhi pietosi, e fa con mano Cenno, che venga a se l'Angel Michele

Va (gli disse) all'esercito Christiano Che dianzi in Picardia calo le vele: E al muro di Parigi l'appresenta Si che'l campo nimico non lo senta.

Truova prima il Silentio, e da mia parte Gli di, che teco a questa impresa venga, Ch'egli ben proveder con ottima arte Sapra di quanto proveder convenga,

Fornito questo, subito va in parte Dove il suo seggio la Discordia tenga, Dille che l'esca e il fucil seco prenda, E nel campo de Mori il fuoco accenda.

E tra quei che vi son detti piu forti Sparga tante zizanie e tante liti, Che combattano insieme, & altri morti: Altri ne sieno presi, altri feriti.

E fuor del campo altri lo sdegno porti: Si che il lor Re poco di lor s'aiti, Non replica a tal detto altra parola Il benedetto Augel, ma dal ciel vola.

Dovunque drizza Michel Angel l'ale Fuggon le nubi, e torna il ciel sereno: Gli gira intorno un'aureo cerchio: quale Veggian di notte lampeggiar baleno,

Seco pensa tra via dove si cale Il celeste Corrier per fallir meno, A trovar quel nimico di parole A cui la prima commission far vuole,

Vien scorrendo ov'egli habiti, ov'egli usi E se accordaro in fin tutti i pensieri Che de Frati e de Monachi rinchiusi Lo puo trovare inchiese e in monasterir,

Dove sono i parlari in modo esclusi Che'l Silentio, ove cantano i salteri, Ove dormeno, ove hanno la piatanza, E finalmente e scritto in ogni stanza.

Credendo quivi ritrovarlo, mosse Con maggior fretta le dorate penne, E diveder ch'anchor pace vi fosse Quiete e Charita sicuro tenne,

Ma da la opinion sua ritrovosse Tosto ingannato, che nel chiostro venne, Non e Silentio quivi, e gli fu ditto, Che non v'habita piu fuor che in iscritto.

Ne pieta,ne quiete, ne humiltade Ne quivi Amor, ne quivi Pace mira, Ben vi fur gia, ma ne l'antiqua etade: Che le cacciar, Gola, Avaritia, & Ira,

Superbia, Invidia, Inertia, e Crudeltade Di tanta novita l'Angel si ammira Ando guardando quella brutta schiera, E vide ch'ancho la discordia v'era.

Quella che gli havea detto il Padre eterno Dopo il Silentio, che trovar dovesse, Pensato havea di far la via d'Averno Che si credea che tra dannati stesse,

E ritrovolla in questo nuovo inferno (Ch'il crederia:) tra santi ufficii e messe Par di strano a Michel ch'ella vi sia Che per trovar credea di far gran via.

La conobbe al vestir di color cento, Fatto a liste inequali & infinite: C'hor la copruono hor no, che i passi e'l vento Le giano aprendo, ch'erano sdrucite,

I crini havea qual d'oro, e qual d'argento, E neri, e bigi e haver pareano lite Altri in treccia altri in nastro eran raccolti Molti alle spalle, alcuni al petto sciolti.

Di citatorie piene e di libelli D'essamine e di carte di procure Havea le mani e il seno, e gran fastelli Di chiose di consigli e di letture,

Per cui le faculta de poverelli Non sono mai ne le citta sicure, Havea dietro e dinanzi e d'ambi i lati, Notai Procuratori Et Avocati.

La chiama a se Michele, e le commanda Che tra i piu forti Saracini scenda, E cagion truovi, che con memoranda Ruina insiem e a guerreggiar gliaccenda:

Poi del Silentio nuova le domanda Facilmente esser puo ch'essa n'intenda Si come quella ch'accendendo fochi Di qua e di la va per diversi lochi.

Rispose la Discordia io non ho a mente In alcun loco haverlo mai veduto, Udito l'ho ben nominar sovente E molto commendarlo per astuto,

Ma la Fraude una qui di nostra gente Che compagnia tal volta gli ha tenuto Penso che dir te ne sapra novella, (Eversouna alzo il dito, e disse e quella)

Havea piacevol viso, habito honesto Un'humil volger d'occhi, un andar grave: Un parlar si benigno e si modesto: Che parea Gabriel che dicesse ave:

Era brutta e deforme in tutto il resto: Ma nascondea queste fattezze prave Con lungo habito e largo, e sotto quello Attosicato havea sempre il coltello.

Domanda a costei l'Angelo, che via Debba tener, si che'l Silentio truove: Disse la Fraude, gia costui solia Fra virtudi habitare, e non altrove

Con Benedetto, e con quelli d'Helia Ne le Badie, quando erano anchor nuove: Fe ne le Scuole assai de la sua vita Al tempo di Pythagora e d'Archita.

Mancati quei Philosophi e quei Santi, Che lo solean tener pel camin ritto Da glihonesti costumi c'havea inanti Fece alle sceleraggini tragitto,

Commincio andar la notte con gli amanti Indi co i ladri, e fare ogni delitto: Molto col Tradimento egli dimora Veduto l'ho con l'homocidio anchora.

Con quei che falsan le monete ha usanza Di ripararsi in qualche buca scura: Cosi spesso compagni muta e stanza: Che'l ritrovarlo ti saria ventura:

Ma pur ho d'insegnartelo speranza Se d'arrivare a meza notte hai cura Alla casa del Sonno, senza fallo Potrai (che quivi dorme) ritrovallo.

Ben che soglia la Fraude esser bugiarda Pur'e tanto il suo dir simile al vero Che l'Angelo le crede, indi non tarda A volarsene fuor del monastero,

Tempra il batter de l'ale, e studia e guarda Giungere in tempo al fin del suo sentiero Ch'alla casa del Sonno, che ben dove Era sapea, questo Silentio truove.

Giace in Arabia una valletta amena Lontana da cittadi e da villaggi, Ch'all'ombra di duo monti e tutta piena D'antiqui Abeti, e di robusti Faggi,

Il Sole indarno il chiaro di vi mena Che non vi puo mai penetrar co i raggi, Si glie la via da folti rami tronca E quivi entra sotterra una spelonca.

Sotto la negra selva una capace E spatiosa grotta entra nel sasso, Di cui la fronte l'Hedera seguace Tutta aggirando va con storto passo,

In questo albergo il grave Sonno giace L'Otio da un canto corpulento e grasso Da l'altro la Pigritia in terra siede Che non puo andare, e mal reggersi in piede.

Lo smemorato Oblio sta su la porta Non lascia entrar, ne riconosce alcuno, Non ascolta imbasciata ne riporta E parimente tien cacciato ognuno,

Il Silentio va intorno, e fa la scorta, Ha le scarpe di feltro, e'l mantel bruno, Et a quanti n'incontra, di lontano Che non debban venir cenna con mano.

Se gli accosta all'orecchio, e pianamente L'Angel gli dice, Dio vuol che tu guidi A Parigi Rinaldo con la gente Che per dar mena al suo Signor sussidi,

Ma che lo facci tanto chetamente Ch'alcun de saracin non oda i gridi, Si che piu tosto che ritruovi il calle La fama d'avisar, glihabbia alle spalle.

Altrimente il Silentio non rispose, Che col capo, accennando che faria, E dietro ubidiente se gli pose, E furo al primo volo in Picardia,

Michel mosse le squadre coraggiose, E fe lor breve un gran tratto di via, Si che in un di a Parigi le condusse, Ne alcun s'avide che miracol fusse.

Discorreva il Silentio, e tutta volta, E dinanzi alle squadre e d'ogni'intorno Facea girare un'alta nebbia in volta, Et havea chiaro ogn'altra parteil giorno

E non lasciava questa nebbia folta Che s'udisse di fuor tromba ne corno, Poi n'ando tra Pagani e meno seco Un non so che, ch'ognun fe sordo e cieco.

Mentre Rinaldo in tal fretta venia Che ben parea da l'Angelo condotto: E con ssilentio tal, che non s'udia Nel campo saracin farsene motto:

Il Re Agramante havea la fanteria Messo ne borghi di Parigi, e sotto Le minacciate mura in su la fossa: Per far quel di l'estremo di sua possa.

Chi puo contar l'esercito che mosso Questo di contra Carlo ha'l ReAgramante Contera anchora in su l'ombroso dosso Del silvoso Apennin tutte le piante,

Dira quante onde quando e il mar piu grosso Bagnano i piedi a'l Mauritano Atlante: E per quanti occhi il ciel le furtive opre De gli amatori a meza notte scuopre.

Le campane si sentono a martello Di spessi colpi e spaventosi tocche, Si vede molto in questo tempio e in quello Alzar di mano e dimenar di bocche,

Se'l thesoro paresse a Dio si bello Come alle nostre openioni sciocche, Questo era il di che'l santo consistoro Fatto havria in terra ogni sua statua d'oro

S'odon ramaricare i vecchi giusti Che s'erano serbati in quelli affanni, E nominar felici i sacri busti Composti in terra gia molti e molt'anni,

Ma glianimosi gioveni robusti Che miran poco i lor propinqui danni, Sprezzando le ragion de piu maturi Di qua di la vanno correndo a muri.

Quivi erano Baroni, e Paladini, Re, Duci, Cavallier, Marchesi, e Conti, Soldati forestieri, e cittadini, Per Christo e pel suo honore a morir pronti

Che per uscire adosso a i Saracini Pregnan l'Imperator ch'abbassi i ponti: Gode egli diveder l'animo audace Ma di lasciarli uscir non li compiace.

E li dispone in oportuni lochi Per impedire a i barbari la via, La si contenta che ne vadan pochi, Qua non basta una grossa compagnia,

Alcuni han cura maneggiare i fuochi Le machine altri, ove bisogno sia: Carlo di qua di la non sta mai fermo Va soccorrendo, e fa per tutto schermo

Siede Parigi in una gran pianura Nel'ombilico a Francia, anzi nel core Gli passa la Riviera entro le mura, E corre & esce in altra parte fuore

Ma fa un'isola prima: e v'assicura De la citta una parte, e la migliore: L'altre due (ch'in tre parti, e la gran terra) Di fuor la fossa e dentro il fiume serra.

Alla citta che molte miglia gira Da molte parti si puo dar battaglia: Ma perche sol da un canto assalir mira Ne volentier l'esercito sbarraglia

Oltre il fiume Agramante si ritira Verso Ponente, accio che quindi assaglia Perho che ne cittade ne campagna Ha dietro (se non sua) fin'alla Spagna.

Dovunque intorno il gran muro circonda Gran munitioni havea gia Carlo fatte: Fortificando d'argine ogni sponda Con scannafossi dentro, e case matte:

Onde entra ne la terra, onde esce l'onda Grossissime cathene haveva tratte, Ma fece piu ch'altrove provedere La dove havea piu causa di temere.

Con occhi d'Argo il figlio di Pipino Previde ove assalir dovea Agramante: E non fece disegno il Saracino A cui non fosse riparato inante:

Con Ferrau, Isoliero Serpentino Grandonio, Falsirone, e Balugante E con cio che di Spagna havea menato Resto Marsiglio alla campagna armato.

Sobrin gliera a man manca in ripa a Senna Con Pulian, con Dardinel d'Almonte, Col Re d Oran ch'esser gigante accenna Lungo sei braccia da i piedi alla fronte,

Deh perche a muover men son'io la penna Che quelle genti a muover l'arme pronte? Che'l Re di Sarza pien d'ira e di sdegno, Grida e bestemmia, e non puo star piu a segno

Come assalire, o vasi pastorali O le dolci reliquie de convivi Soglion con rauco suon di stridule ali Le impronte mosche a caldi giorni estivi ,

Come li storni a rosseggianti pali Vanno de mature uve: cosi quivi Empiendo il ciel di grida e di rumori Veniano a dare il fiero assalto i Mori.

L'esercito Christian sopra le mura Con lancie, spade, e scure, e pietre, e fuoco, Difende la citta senza paura, E il Barbarico orgoglio estima poco,

E dove Morte uno& un altro fura Non e chi per vilta ricusi il loco, Tornano i Saracin giu ne le fosse, A furia di ferite e di percosse.

Non ferro solamente vi s'adopra Ma grossi massi: e merli integri e saldi: E muri dispiccati con molt'opra Tetti di torri, e gran pezzi di spaldi:

L'acque bollenti che vengon di sopra Portano a Mori insupportabil caldi, E male a questa pioggia si resiste Ch'entra per glielmi e fa acciecar le viste.

E questa piu nocea che'l ferro quasi: Hor che de far la nebbia di calcine? Hor che doveano far li ardenti vasi? Con olio e zolfo, e peci, e trementine,

I cerchii in munition non son rimasi Che d'ognintorno hanno di fiamma il crine, Questi scagliati per diverse bande Mettono a Saracini aspre ghirlande.

In tanto il Re di Sarza havea cacciato Sotto le mura la schiera seconda: Da Buraldo da Ormida accompagnato Quel Garamante, e questo di Marmonda:

Clarindo e Soridan gli sono allato Ne par che'l Re di Setta si nasconda: Segue il Re di Marocco, e quel di Cosca Ciascun perche il valor suo si conosca.

Ne la bandiera ch'e tutta vermiglia Rodomonte di Sarza il Leon spiega: Che la feroce bocca ad una briglia Che gli pon la sua donna, aprir non niega,

Al Leon se medesimo assimiglia, E per la donna che lo frena e lega La bella Doralice ha figurata Figlia di Stordilan Re di Granata.

Quella che tolto havea (come io narrava) Re Mandricardo (e dissi dove e a cui) Era costei che Rodomonte amava Piu che'l suo regno, e piu che gliocchisui:

E cortesia, e valor per lei mostrava, Non gia sapendo ch'era in forza altrui Se saputo l'havesse allhora allhora Fatto havria quel: che fe quel giorno anchora.

Sono appoggiate a un tempo mille scale Che non han men di dua per ogni grado, Spinge il secondo quel ch'inanzi sale Che'l terzo lui montar fa suo mal grado,

Chi per virtu chi per paura vale, Convien ch'ognun per forza entri nel guado, Che qualunche s'adagia, il Re d'Algere Rodomonte crudele uccide o fere.

Ognun dunque si sforza di salire Tra il fuoco e le ruine in su le mura, Ma tutti glialtri guardano se aprire Veggiano passo, ove sia poca cura:

Sol Rodomonte sprezza di venire Se non dove la via meno e sicura, Dove nel caso disperato e rio Glialtri fan voti, egli bestemmia Dio.

Armato era d'un forte e duro usbergo, Che fu di drago una scagliosa pelle: Di questo gia si cinse il petto e'l tergo Quello Avol suo ch'edifico Babelle:

E si penso cacciar de l'aureo albergo E torre a Dio il governo de le stelle: L'elmo e lo scudo fece far perfetto E il brando insieme, e solo a questo effetto.

Rodomonte non gia men di Nembrotte Indomito superbo e furibondo, Che d'ire al ciel non tarderebbe a notte Quando la strada si trovasse al mondo,

Quivi non sta a mirar s'intere o rotte Sieno le mura, o s'habbia l'acqua fondo Passa la fossa, anzi la corre, e vola Ne l'acqua e nel pantan fin'alla gola.

Di fango brutto e molle d'acqua, vanne tra il foco e i sassi e gliarchi e le balestre Come andar suol tra le palustri canne De la nostra Mallea porco silvestre,

Che col petto col grifo, e con le zanne Fa dovunque si volge ample finestre: Con lo scudo alto il Saracin sicuro Ne vien sprezzando il ciel, non che quel muro.

Non si tosto all'asciutto e Rodomonte Che giunto si senti su le bertresche Che dentro alla muraglia facean ponte Capace e largo alle squadre Francesche,

Hor si vede spezzar piu d'una fronte Far chieriche maggior de le fratesche, Braccia e capi volare, e ne la fossa Cader da muri una fiumana rossa.

Getta il Pagan lo scudo, e a duo man prende La crudel spada, e giunge il Duca Arnolfo Costui venia di la dove discende L'acqua del Rheno nel salato golfo,

Quel miser contra lui non si difende Meglio che faccia contra il fuoco il zolfo: E cade in terra, e da l'ultimo crollo Dal capo fesso un palmo sotto il collo.

Uccise di rovescio in una volta Anselmo, Oldrado, Spineloccio, e Prando,/ Il luogo stretto, e la gran turba folta Fece girar si pienamente il brando,

Fu la prima metade a Fiandra tolta, L'altra scemata al populo Normando, Divise appresso da la fronte al petto Et indi al ventre il Maganzese Orghetto.

Getta da merli Andropono e Moschino Giu ne la fossa, il primo e sacerdote: Non adora il secondo altro che'l vino E le bigonce a un sorso n'ha gia vuote

Come veneno e sangue viperino, L'acque fugia quanto fuggir si puote: Hor qui muore,e quel che piu l'annoia E'l sentir che ne l'acqua se ne muoia.

Taglio In due parti il Provenzal Luigi E passo il petto al Tolosano Arnaldo, Di Torse Oberto, Claudio, Ugo, e Dionigi Mandar lo spirto fuor col sangue caldo,

E presso a questi, quattro da Parigi Gualtiero, Satallone, Odo, & Ambaldo, Et altri molti, & io non saprei come Di tutti nominar la patria e il nome.

La turba dietro a Rodomonte presta Le scale appoggia, e monta in piu d'un loco Quivi non fanno i Parigin piu testa Che la prima difesa lor val poco,

San ben ch'agli nemici assai piu resta Dentro da fare, e non l'havran da gioco, Perche tra il muro e l'argine secondo Discende il fosso horribile e profondo.

Oltra che i nostri facciano difesa Dal basso all'alto, e mostrino valore, Nuova gente succede alla contesa Sopra l'erta pendice interiore.

Che fa con lancie e con saette offesa Alla gran moltitudine di fuore, Che credo ben che saria stata meno Se non v'era il figliuol del Re Ulieno.

Egli questi conforta e quei riprende E lor mal grado inanzi se gli caccia: Ad altri il petto, ad altri il capo fende Che per fuggir veggia voltar la faccia:

Molti ne spinge, & urta, alcuni prende Pei capelli, pel collo, e per le braccia: E sozopra la giu tanti ne getta Che quella fossa a capir tutti e stretta.

Mentre lo stuol de Barbari si cala Anzi trabocca al periglioso fondo Et indi cerca per diversa scala Di salir sopra l'argine secondo:

Il Re di Sarza (come havesse un'ala Per ciascun de suoi membri) levo il pondo Di si gran corpo, e con tant'arme indosso E netto si lancio di la dal fosso.

Poco era men di trenta piedi, o tanto Et egli il passo destro come un veltro, E fece nel cader strepito, quanto Havesse havuto sotto i piedi il feltro,

Et a questo, & a quello affrappa il manto Come sien l'arme di tenero peltro E non di ferro, anzi pur sien di scorza Tal la sua spada, e tanta e la sua forza.

In questo tempo i nostri da chi tese L'insidie son ne la cava profonda Chee v'han scope e fascine in copia stese Intorno a quai di molta pece abonda,

Ne perho alcuna si vede palese Ben che n'e piena l'una e l'altra sponda Dal fondo cupo infino all'orlo quasi E senza fin v'hanno appiatati vasi.

Qual con salnitro, qual con oglio, quale Con zolfo, qual con altra simil'esca, I nostri in questo tempo perche male A i Saracini il folle ardir riesca

Ch'eran nel fosso, e per diverse scale Credean montar su l'ultima bertresca Udito il segno da oportuni lochi Di qua e di la fenno avampare i fochi.

Torno la fiamma sparsa tutta in una Che trauna ripa e l'altra ha'l tutto pieno E tanto ascende in alto, ch'alla Luna Puo d'appresso asciugar l'humido seno,

Sopra si volve oscura nebbia e bruna Che'lSole adombra e spegne ogni sereno: Sentesi un scoppio in un perpetuo suono Simile a un grande e spaventoso tuono.

Aspro concento horribile harmonia D'alte querele d'ululi e di strida De la misera gente che peria Nel fondo per cagion de la sua guida:

Istranamente concordar s'udia Col fiero suon de la fiamma homicida, Non piu Signor non piu di questo canto Ch'io son gia rauco e vo posarmi alquanto.

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CANTO QUARTODECIMO. · Ludovico Ariosto · Poetry Cove