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1474–1533

CANTO QUARTO

Ludovico Ariosto

Donne mie care, il torto che mi fate bene è il maggior che voi mai feste altrui: che di me vi dolete et accusate che nei miei versi io dica mal di vui,

che sopra tutti gli altri v'ho lodate, come quel che son vostro e sempre fui: io v'ho offeso, ignorante, in un sol loco; vi lodo in tanti a studio, e mi val poco.

Questo non dico a tutte, ché ne sono di quelle ancor c'hanno il giudicio dritto, che s'appigliano al più che ci è di buono, e non a quel che per cianciare è scritto;

dàn facilmente a un leve error perdono, né fan mortal un veni al delitto. Pur, s'una m'odia, ancor che m'amin cento, non mi par di restar però contento:

ché, com'io tutte riverisco et amo, e fo di voi, quanto si può far, stima, così né che pur una m'odii bramo, sia d'alta sorte o mediocre o d'ima.

Voi pur mi date il torto, et io mel chiamo; concedo che v'ha offese la mia rima: ma per una ch'in biasmo vostro s'oda, son per farne udir mille in gloria e loda.

Occasion non mi verrà di dire in vostro onor, che preterir mai lassi; e mi sforzerò ancor farla venire, acciò il mondo empia e fin nel ciel trapassi;

e così spero vincer le vostr'ire, se non sarete più dure che sassi: pur, se sarete anco ostinate poi, la colpa non più in me serà, ma in voi.

Io non lasciai per amor vostro troppo Gano allegrar di Bradamante presa, ché venir da Valenza di galoppo feci il signor d'Anglante in sua difesa;

et or costui che credea sciorre il groppo di Gano, e far alle guerriere offesa, a vostro onor udite anco in che guisa, con tutti i suoi, trattar fo da Marfisa.

Marfisa parve al stringer de la spada una Furia che uscisse de lo inferno; gli usberghi e gli elmi, ovunque il colpo cada, più fragil son che le cannucce il verno;

o che giù al petto o almen che a' denti vada, o che faccia del busto il capo esterno, o che sparga cervella, o che triti ossa, convien che uccida sempre ogni percossa.

Dui ne partì fra la cintura e l'anche: restar le gambe in sella e cadde il busto; da la cima del capo un divise anche fin su l'arcion, ch'andò in dui pezzi giusto;

tre ferì su le spalle o destre o manche; e tre volte uscì il colpo acre e robusto sotto la poppa dal contrario lato: dieci passò da l'uno all'altro lato.

Lungo saria voler tutti gli colpi de la spada crudel, dritti e riversi, quanti ne sveni, quanti snervi e spolpi, quanti ne tronchi e fenda porre in versi.

Chi fia che Lupo di viltade incolpi, e gli altri in fuga appresso a lui conversi, poi che dal brando che gli uccide e strugge difender non si può se non chi fugge?

Creduto avea la figlia di Beatrice d'esser venuta a far quivi battaglia, e si ritrova giunta spettatrice di quanto in armi la cognata vaglia:

ché non è alcun del numero infelice ch'a lei s'accosti pur, non che l'assaglia: che fan pur troppo, senza altri assalire, se puon, volgendo il dosso, indi fuggire.

D'ogni salute or disperato Gano, di corvi, d'avoltor ben si vede ésca; ché, poi che questo aiuto è stato vano, altro non sa veder che gli riesca.

Lo trasser le cognate a Mont'Albano, che più che morte par che gli rincresca; e fin ch'altro di lui s'abbia a disporre, lo fan calar nel piè giù d'una torre.

Ruggiero intanto al suo viaggio intento, ch'ancor nulla sapea di questo caso, carcando or l'orza et or la poggia al vento, facea le prore andar volte all'occaso.

Ogni lito di Francia più di cento miglia lontano a dietro era rimaso. Tutta la Spagna, che non sa a ch'effetto l'armata il suo mar solchi, è in gran sospetto.

La città nominata da l'antico Barchino Annon, tumultuar si vede; Taracona e Valenza, e il lito aprico a cui l'Alano e il Gotto il nome diede;

Cartagenia, Almeria, con ogni vico, de' bellicosi Vandali già sede; Malica, Saravigna, fin là dove la strada al mar diede il figliuol di Giove.

Avea Ruggier lasciato poche miglia Tariffa a dietro, e da la destra sponda vede le Cade, e più lontan Siviglia, e ne le poppe avea l'aura seconda;

quando a un tratto di man, con maraviglia, un'isoletta uscir vide de l'onda: isola pare, et era una balena che fuor dal mar scopria tutta la schena.

L'apparir del gran mostro, che ben diece passi del mar con tutto il dosso usciva, correr all'armi i naviganti fece, et a molti bramar d'essere a riva.

Saette e sassi e foco acceso in pece da tutto il stuolo in gran rumor veniva di timpani e di trombe, e tanti gridi, che facea il ciel, non che sonare i lidi.

Poco lor giova ir l'acqua e l'aer vano di percosse e di strepiti ferendo: che non si fa per questo più lontano, né più si fa vicino il pesce orrendo;

quanto un sasso gittar si può con mano, quel vien l'armata tuttavia seguendo: sempre le appar col smisurato fianco ora dal destro lato, ora dal manco.

Andar tre giorni et altre tante notti, quanto il corso dal stretto al Tago dura, che sempre di restar sommersi e rotti dal vivo e mobil scoglio ebbon paura:

gli assalse il quarto dì, che già condotti eran sopra Lisbona, un'altra cura: ché scoperson l'armata di Ricardo che contra lor venia dal mar Picardo.

Insieme si conobbero l'armate, tosto che l'una ebbe de l'altra vista: Ruggier si crede ch'ambe sian mandate perché lor meno il Lusitan resista;

e non che, per zizanie seminate da Gano, l'una l'altra abbia a far trista: non sa il meschin che colui sia venuto per ruinarlo, e non per darli aiuto.

Fa sugli arbori tutti e in ogni gabbia e le bandiere stendere e i pennoni, dare ai tamburi, e gonfiar guance e labbia a trombe, a corni, a pifari, a bussoni:

come allegrezza et amicizia s'abbia quivi a mostrar, fa tutti i segni buoni; gittar fa in acqua i palischermi, e gente a salutarlo manda umanamente.

Ma quel di Normandia, ch'assai diverso dal buon Ruggier ha in ogni parte il core, al suo vantaggio intento, non fa verso lui segno alcun di gaudio né d'amore;

ma, con disir di romperlo e sommerso quivi lasciar, ne vien senza rumore; e scostandosi in mar, l'aura seconda si tolle in poppa, ove Ruggier l'ha in sponda.

Poi che vide Ruggiero assenzo al mèle, armi a' saluti, odio all'amore opporse; e che, ma tardi, del voler crudele del capitan di Normandia s'accorse;

né più poter montar sopra le vele di lui, né per fuggir di mezo tòrse, si volse e diede a' suoi duri conforti, ch'invendicati almen non fosser morti.

L'armata de' Normandi urta e fracassa ciò che tra via, cacciando Borea, intoppa; e prore e sponde al mare aperte lassa, da non le serrar poi chiovi né stoppa:

ch'ogni sua nave al mezo, ove è più bassa, vince dei Provenzal la maggior poppa. Ruggier, col disvantaggio che ciascuna nave ha minor, ne sostien sei contr'una.

Il naviglio maggior d'ogni normando, che nel castel da poppa avea Ricardo, per l'alto un pezzo era venuto orzando: come su l'ali il pellegrin gagliardo,

che mentre va per l'aria volteggiando, non leva mai da la riviera il sguardo; e vista alzar la preda ch'egli attende, come folgor dal ciel ratto giù scende.

Così Ricardo, poi che in mar si tenne alquanto largo, e vedut'ebbe il legno con che venia Ruggier, tutte l'antenne fece carcar fino all'estremo segno;

e, sì come era sopra vento, venne ad investire, e riuscì il disegno: ché tutto a un tempo fur l'àncore gravi d'alto gittate ad attaccar le navi;

e correndo alle gomone in aita più d'una mano, i legni gionti furo. Da pal di ferro intanto e da infinita copia di dardi era nissun sicuro:

che da le gagge ne cadea, con trita calzina e solfo acceso, un nembo scuro: né quei di sotto a ritrovar si vanno con minor crudeltà, con minor danno.

Quelli di Normandia, che di luogo alto e di numero avean molto vantaggio, nel legno di Ruggier féro il mal salto, dal furor tratti e dal lor gran coraggio;

ma tosto si pentir del folle assalto: ché non patendo il buon Ruggier l'oltraggio, presto di lor, con bel menar de mani, fe' squarzi e tronchi e gran pezzi da cani;

e via più a sé valer la spada fece, che 'l vantaggio del legno lor non valse, o perché contra quattro fosson diece: con tanta forza e tanto ardir gli assalse!

Fe' di negra parer rossa la pece, e rosseggiar intorno l'acque salse: ché da prora e da poppa e da le sponde molti a gran colpi fe' saltar ne l'onde.

Fattosi piazza, e visto sul naviglio che non era uom se non de' suoi rimaso, ad una scala corse a dar di piglio, per montar sopra quel di maggior vaso;

ma veduto Ricardo il gran periglio in che incorrer potea, provide al caso: fu la provision per lui sicura, ma mostrò di pochi altri tener cura.

Mentre i compagni difendean il loco, andò alli schiffi e fe' gettarli all'acque: quattro o sei n'avisò; ma il numer poco fu verso agli altri a chi la cosa tacque.

Poi fe' in più parti al legno porre il foco, ch'ivi non molto addormentato giacque; ma di Ruggier la nave accese ancora, e da le poppe andò sin alla prora.

Ricardo si salvò dentro ai batelli, e seco alcuni suoi ch'ebbe più cari; e sopra un legno si fe' por di quelli ch'in sua conserva avean solcati i mari:

indi mandò tutti i minor vasselli a trar i suoi dei salsi flutti amari: che per fuggir l'ardente dio di Lenno in braccio a Teti et a Nettun si denno.

Ruggier non avea schiffo ove salvarse, ché, come ho detto, il suo mandato avea a salutar Ricardo et allegrarse di quel di che doler più si dovea;

né all'altre navi sue, ch'erano sparse per tutto il mar, ricorso aver potea: sì che, tardando un poco, ha da morire nel foco quivi, o in mar se vuol fuggire.

Vede in prua, vede in poppa e ne le sponde crescer la fiamma, e per tutte le bande: ben certo è di morir, ma si confonde, se meglio sia nel foco o nel mar grande:

pur si risolve di morir ne l'onde, acciò la morte in lungo un poco mande: così spicca un gran salto da la nave in mezo il mar, di tutte l'armi grave.

Qual suol vedersi in lucida onda e fresca di tranquillo vivai correr la lasca al pan che getti il pescator, o all'ésca ch'in ramo alcun de le sue rive nasca;

tal la balena, che per lunga tresca segue Ruggier perché di lui si pasca, visto il salto, v'accorre, e senza noia con un gran sorso d'acqua se lo ingoia.

Ruggier, che s'era abbandonato e al tutto messo per morto, dal timor confuso, non s'avvide al cader, come condutto fosse in quel luogo tenebroso e chiuso;

ma perché gli parea fetido e brutto, esser spirto pensò di vita escluso, il qual fosse dal Giudice superno mandato in purgatorio o giù all'inferno.

Stava in gran tema del foco penace, di che avea ne la nuova Fé già inteso. Era come una grotta ampia e capace l'oscurissimo ventre ove era sceso:

sente che sotto i piedi arena giace, che cede, ovunque egli la calchi, al peso: brancolando le man quanto può stende da l'un lato e da l'altro, e nulla prende.

Si pone a Dio, con umiltà di mente, de' suoi peccati a dimandar perdono, che non lo danni alla infelice gente di quei ch'al ciel mai per salir non sono.

Mentre che in ginocchion divotamente sta così orando al basso curvo e prono, un picciol lumicin d'una lucerna vide apparir lontan per la caverna.

Esser Caron lo giudicò da lunge, che venisse a portarlo all'altra riva: s'avvide, poi che più vicin gli giunge, che senza barca a sciutto piè veniva.

La barba alla cintura si congiunge, le spalle il bianco crin tutto copriva; ne la destra una rete avea, a costume di pescator; ne la sinistra un lume.

Ruggier lo vedea appresso, et era in forse se fosse uom vivo, o pur fantasma et ombra. Tosto che del splendor l'altro s'accorse che feria l'armi e si spargea per l'ombra,

si trasse a dietro e per fuggir si torse, come destrier che per camino adombra; ma poi che si mirar l'un l'altro meglio, Ruggier fu il primo a dimandar al veglio:

— Dimmi, padre, s'io vivo o s'io son morto, s'io sono al mondo o pur sono all'inferno: questo so ben, ch'io fui dal mar absorto; ma se per ciò morissi, non discerno.

Perché mi veggo armato, mi conforto ch'io non sia spirto dal mio corpo esterno; ma poi l'esser rinchiuso in questo fondo fa ch'io tema esser morto e fuor del mondo.

— Figliuol, — rispose il vecchio — tu sei vivo, com'anch'io son; ma fòra meglio molto esser di vita l'uno e l'altro privo, che nel mostro marin viver sepolto.

Tu sei d'Alcina, se non sai, captivo: ella t'ha il laccio teso, e al fin t'ha colto, come colse me ancora, con parecchi altri che ci vedrai, giovani e vecchi.

Vedendoti qui dentro, non accade di darti cognizion chi Alcina sia; che se tu non avessi sua amistade avuta prima, ciò non t'avverria.

In India vedut'hai la quantitade de le conversion che questa ria ha fatto in fere, in fonti, in sassi, in piante, dei cavallier di ch'ella è stata amante.

Quei che, per nuovi successor, men cari le vengono, muta ella in varie forme; ma quei che se ne fuggon, che son rari, sì come esserne un tu credo di apporme,

quando giunger li può negli ampli mari (però che mai non ne abbandona l'orme), gli caccia in ventre a quest'orribil pesce, donde mai vivo o morto alcun non esce.

Le Fate hanno tra lor tutta partita e l'abitata e la deserta terra: l'una ne l'Indo può, l'altra nel Scita, questa può in Spagna e quella in Inghilterra;

e ne l'altrui ciascuna è proibita di metter mano, et è punita ch'erra: ma comune fra lor tutto il mare hanno, e ponno a chi lor par quivi far danno.

Tu vederai qua giù, scendendo al basso, degli infelici amanti i scuri avelli, de' quali è alcun sì antico, che nel sasso gli nomi non si puon legger di quelli.

Qui crespo e curvo, qui debole e lasso m'ha fatto il tempo, e tutti bianchi i velli; che quando venni, a pena uscìan dal mento com'oro i peli ch'or vedi d'argento.

Quanti anni sien non saprei dir, ch'io scesi in queste d'ogni tempo oscure grotte: che qui né gli anni annoverar né i mesi, né si può il dì conoscer da la notte.

Duo vecchi ci trovai, dai quali intesi quel da che fur le mie speranze rotte: che più de la mia età ci avean consunto, et io gli giunsi a sepelire a punto.

E mi narrar che, quando giovenetti ci vennero, alcun'altri avean trovati, che similmente d'Alcina diletti, di poi qui presi e posti erano stati:

sì che, figliuol, non converrà ch'aspetti riveder mai più gli uomini beati, ma con noi che tre eramo, et ora teco siam quattro, starti in questo ventre cieco.

Ci rimasi io già solo, e poscia dui, poi da venti dì in qua tre fatti eramo, et oggi quattro, essendo tu con nui: ch'in tanto mal grand'aventura chiamo

che tu ci trovi compagnia, con cui pianger possi il tuo stato oscuro e gramo; e non abbi a provar l'affanno e 'l duolo che quel tempo io provai che ci fui solo. —

Come ad udir sta il misero il processo de' falli suoi che l'han dannato a morte, così turbato e col capo demesso udia Ruggier la sua infelice sorte.

— Rimedio altro non ci è — soggiunse appresso il vecchio — che di oprar l'animo forte. Meco verrai dove, secondo il loco, l'industria e il tempo n'ha adagiati un poco.

Ma voglio proveder prima di cena, che qui sempre però non si digiuna. — Così dicendo, Ruggier indi mena, cedendo al lume l'ombra e l'aria bruna,

dove l'acqua per bocca alla balena entra, e nel ventre tutta si raguna: quivi con la sua rete il vecchio scese e di più forme pesci in copia prese.

Poi, con la rete in collo e il lume in mano, la via a Ruggier per strani groppi scorse: al salir et al scendere la mano ai stretti passi anco talor gli porse.

Tratto ch'un miglio o più l'ebbe lontano, con gli altri dui compagni al fin trovorse in più capace luogo, ove all'esempio d'una moschea, fatto era un picciol tempio.

Chiaro vi si vedea come di giorno, per le spesse lucerne ch'eran poste in mezzo e per gli canti e d'ogn'intorno, fatte di nicchi di marine croste:

a dar lor l'oglio traboccava il corno, ché non è quivi cosa che men coste, pei molti capidogli che divora e vivi ingoia il mostro ad ora ad ora.

Una stanza alla chiesa era vicina, di più famiglia che la lor capace, dove su bene asciutta alga marina nei canti alcun commodo letto giace.

Tengono in mezo il fuoco la cucina: che fatto avea l'artefice sagace, che per lungo condutto di fuor esce il fumo, ai luoghi onde sospira il pesce.

Tosto che pon Ruggier là dentro il piede, vi riconosce Astolfo paladino, che mal contento in un dei letti siede, tra sé piangendo il suo fero destino.

Lo corre ad abbracciar, come lo vede: gli leva Astolfo incontro il viso chino: e come lui Ruggier esser conosce, rinuova i pianti, e fa maggior l'angosce.

Poi che piangendo all'abbracciar più d'una e di due volte ritornati furo, l'un l'altro dimandò da qual fortuna fosson dannati in quel gran ventre oscuro.

Ruggier narrò quel ch'io v'ho già de l'una e l'altra armata detto, il caso oscuro, e di Ricardo senza fin si dolse; Astolfo poi così la lingua sciolse:

— Dal mio peccato (che accusar non voglio la mia fortuna) questo mal mi avviene. Tu di Ricardo, io sol di me mi doglio: tu pati a torto, io con ragion le pene.

Ma, per aprirti chiaramente il foglio sì che l'istoria mia si vegga bene, tu déi saper che non son molti mesi ch'andai di Francia a riveder mie' Inglesi.

Quivi, per chiari e replicati avisi essendo più che certo de la guerra che 'l re di Danismarca e i Dazii e i Frisi apparecchiato avean contra Inghilterra;

ove il bisogno era maggior mi misi, per lor vietar il dismontar in terra, dentro un castel che fu per guardia sito di quella parte ov'è men forte il lito:

ché da quel canto il re mio padre Otton temea che fosse l'isola assalita. Signor di quel castell'era un barone ch'avea la moglie di beltà infinita;

la qual tosto ch'io vidi, ogni ragione, ogni onestà da me fece partita; e tutto il mio voler, tutto il mio core diedi in poter del scelerato amore.

E senza aver all'onor mio riguardo che quivi ero signor, egli vassallo (ché contra un debol, quanto è più gagliardo chi le forze usa, tanto è maggior fallo),

poi che dei prieghi ire il rimedio tardo e vidi lei più dura che metallo, all'insidie aguzzar prima l'ingegno, et indi alla violenzia ebbi il disegno.

E perché, come i modi miei non molto erano onesti, così ancor né ascosi, fui dal marito in tal sospetto tolto, che in lei guardar passò tutti i gelosi.

Per questo non pensar che 'l desir stolto in me s'allenti o che giamai riposi; et uso atti e parole in sua presenza da far romper a Giobbe la pacienza.

E perché aveva pur quivi rispetto d'usar le forze alla scoperta seco, dov'era tanto populo, in conspetto de' principi e baron che v'eran meco;

pur pensai di sforzarlo, ma l'effetto coprire, e lui far in vederlo cieco; e mezzo a questo un cavalier trovai, il qual molt'era suo, ma mio più assai.

A' preghi miei, costui gli fe' vedere com'era mal accorto e poco saggio a tener dov'io fossi la mogliere, che sol studiava in procacciargli oltraggio;

e saria più laudabile parere, tosto che m'accadesse a far viaggio da un loco a un altro, com'era mia usanza, di salvar quella in più sicura stanza.

Còrre il tempo potea la prima volta che, per non ritornar la sera, andassi: che spesso aveva in uso andar in volta per riparar, per riveder i passi.

Gualtier (che così avea nome) l'ascolta, né vuol ch'indarno il buon consiglio passi: pensa mandarla in Scozia, ove di quella il padre era signor di più castella.

Quindi segretamente alcune some de le sue miglior cose in Scozia invia. Io do la voce d'ir a Londra; e, come mi par il tempo, un dì mi metto in via;

et ei con Cinzia sua (che così ha nome), senza sospetto di trovar tra via cosa ch'all'andar suo fosse molesta, del castello esce, et entra in la foresta.

Con donne e con famigli disarmati la via più dritta inverso Scozia prese: non molto andò, che cadde negli aguati, ne l'insidie che i miei li avean già tese.

Avev'io alcuni miei fedel mandati, che co' visi coperti in strano arnese gli furo adosso, e tolser la consorte, e a lui di grazia fu campar da morte.

Quella portano in fretta entro una torre, fuor de la gente, in loco assai rimoto; donde a me senza indugio un messo corre, il qual mi fa tutto il successo noto.

Io già avea detto di volermi tòrre de l'isola; e la causa di tal moto era, ch'udiva esser Rinaldo a Carlo fatto nemico, et io volea aiutarlo.

Alli amici fo motto; e, come io voglia passar quel giorno, inverso il mar mi movo; poi mi nascondo, et armi muto e spoglia, e piglio a' miei servigi un scudier novo;

e per le selve ove meno ir si soglia, verso la torre ascosa via ritrovo; e dove è più solinga e strana et erma, incontro una donzella che mi ferma,

e dice: «Astolfo, giovaràtti poco» che mi chiamò per nome «andar di piatto; che ben sarai trovato, e a tempo e a loco ti punirà quello a chi ingiuria hai fatto.»

Così dice; e ne va poi come foco che si vede pel ciel discorrer ratto: la vuo' seguir; ma sì corre, anzi vola, che replicar non posso una parola.

E se n'andò quel dì medesimo anco a ritrovar Gualtiero afflitto e mesto, che per dolor si battea il petto e 'l fianco, e gli fe' tutto il caso manifesto:

non già ch'alcun me lo dicessi, e manco che con gli occhi i'l vedessi, io dico questo; ma, così, discorrendo con la mente, veggo che non puote esser altramente.

Conietturando, similmente, seppi esser costei d'Alcina messaggera; che dal dì ch'io mi sciolsi dai suoi ceppi, sempre venuta insidiando m'era.

Come ho detto, costei Gualtier pei greppi pianger trovò di sua fortuna fiera; né chi offeso l'avea gli mostra solo, ma il modo ancor di vendicar suo duolo.

E lo pon, come suol porre alla posta il mastro de la caccia i spiedi e i cani; e tanto fa, ch'un mio corrier, ch'in posta mandav'a Antona, gli fa andar in mani.

Io scrivea a un mio, ch'ivi tenea a mia posta un legno per portarmi agli Aquitani, il giorno ch'io volea che fosse a punto in certa spiaggia per levarmi giunto.

Né in Antona volea né in altro porto, per non lasciar conoscermi, imbarcarmi: del segno ancora io lo faceva accorto col qual volea dal lito a lui mostrarmi,

acciò stando sul mar tuttavia sorto mandasse il palischermo indi a levarmi; et, all'incontro, il segno che dovessi far egli a me in la lettera gli espressi.

Ben fu Gualtier de la ventura lieto, che sì gli apria la strada alla vendetta. Fe' che tornar non poté il messo, e, cheto, dov'era un suo fratel se n'andò in fretta,

e lo pregò che gli armasse in segreto un legno di fedele gente eletta. Avuto il legno, il buon Gualtiero corse al capo di Lusarte, e quivi sorse.

Vicino a questo mar sedea la rocca, dove aspettava in parte assai selvaggia, sì ch'apparir veggo lontan la cocca col segno da me dato in su la gaggia:

io, d'altra parte, quel ch'a me far tocca gli mostro da la torre e da la spiaggia. Manda Gualtier lo schiffo, e me raccoglie, et un scudier c'ho meco, e la sua moglie.

Né sé né alcun de' suoi ch'io conoscessi prima scopersi che sul legno fui; ove lasciando a pena ch'io dicessi: — Dio aiutami —, pigliar mi fece ai sui,

che come vespe e galavroni spessi mi s'aventaro; e, comandando lui, in mar buttarmi, ove già questa fera, come Alcina ordinò, nascosa s'era.

Così 'l peccato mio brutto e nefando, degno di questa e di più pena molta, m'ha chiuso qui, onde di come e quando io n'abbia a uscir, ogni speranza è tolta;

quella protezion tutta levando, che san Giovanni avea già di me tolta. — Poi ch'ebbe così detto, allentò il freno Astolfo al pianto, e bagnò il viso e 'l seno.

Ruggier, che come lui non era immerso sì nel dolor, ma si sentia più sorto, gli studiava, inducendogli alcun verso de la Scrittura, di trovar conforto.

— Non è — dicea — del Re de l'universo, l'intenzion che 'l peccator sia morto, ma che dal mar d'iniquitadi a riva ritorni salvo, e si converti e viva.

Cosa umana è a peccar; e pur si legge che sette volte il giorno il giusto cade; e sempre a chi si pente e si corregge ritorna a perdonar l'Alta bontade:

anzi, d'un peccator che fuor del gregge abbi errato, e poi torni a miglior strade, maggior gloria è nel regno degli eletti, che di novantanove altri perfetti. —

Per far nascer conforto, cotal seme il buon Ruggier venìa spargendo quivi; poi ricordava ch'altra volta insieme d'Alcina in Oriente fur captivi;

e come di là usciro, anco aver speme dovean d'uscir di questo carcer vivi. — S'allora io fui — dicea — degno d'aita, or ne son più, che son miglior di vita. —

E seguitò: — Se quando ne l'errore de la dannata legge ero perduto, e ne l'ozio sommerso e nel fetore tutto d'Alcina, come animal bruto,

mi liberò il mio sommo almo Fattore; perché sperar non debbo ora il suo aiuto, che per la Fede essendo puro e netto di molte colpe, io so che m'ha più accetto?

Creder non voglio che 'l demonio rio, dal qual la forza di costei dipende, possa nuocere agli uomini che Dio per suoi conosce e che per suoi difende.

Se vera fede avrai, se l'avrò anch'io, Dio la vedrà che i nostri cori intende: e vedendola vera, abbi speranza che non avrà il demonio in noi possanza. —

Astolfo, presa la parola, disse: — Questo ogni buon cristian de' tener certo. Non scese in terra Dio, né con noi visse, né in vita e in morte ha tanto mal sofferto,

perché il nimico suo dipoi venisse a riportar di sua fatica il merto. Quel che sì ricco prezzo costò a lui, non lascerà sì facilmente altrui.

Non manchi in noi contrizione e fede, e di pregar con purità di mente; che Dio non può mancarci di mercede: Egli lo disse, e il dir suo mai non mente.

Scritto ha nel suo Evangelio: «Ch'in me crede, uccide nel mio nome ogni serpente, il venen bee senza che mal gli faccia, sana gli infermi e gli demoni scaccia.»

E dice altrove: «Quando con perfetta fede ad un monte a commandar tu vada: “Di qui ti leva, e dentro il mar ti getta”; che 'l monte piglierà nel mar la strada.»

Ma perché fede quasi morta è detta quella che sta senza fare opre a bada, procacciamo con buon'opre che sia più grata a Dio la tua fede e la mia.

Proviam di trarre alla vera credenza quest'altri che son qui presi con nui; di che già fatto ho qualche esperienza, ma poco un parer mio può contra dui.

Forse saremo a mutar lor sentenza meglio insieme tu et io, ch'io sol non fui; e se potiam questi al demonio tòrre, non ha qua dentro poi dove si porre.

E Dio, tutti vedendone fedeli pregar la sua clemenza che n'aiute, dal fonte di pietà scender dai cieli farà qua dentro un fiume di salute. —

Così dicean; poi salmi, inni e vangeli, orazion che a mente avean tenute, incominciar i cavallier devoti, e a porr'in opra i prieghi e i pianti e i voti.

Intanto gli altri dui con studio grande cercavan di far vezzi al novell'oste. Di vari pesci varie le vivande a rosto e lesso al foco erano poste.

Poco inanzi, un naviglio da le bande di Vinegia, spezzato ne le coste, la balena s'avea cacciato sotto e tratto in ventre in molti pezzi rotto;

e le botte e le casse e gli fardelli tutti nel ventre ingordo erano entrati. Gli naviganti soli coi batelli ai legni di conserva eran campati:

sì che v'è da dar foco, e nei piatelli da condir buoni cibi e delicati con zucchero e con spezie; et avean vini e còrsi e grechi, preciosi e fini.

Passavano pochi anni, ch'una o due volte non si rompesson legni quivi; donde i prigion per le bisogne sue cibi traean da mantenersi vivi.

Poser la cena, come cotta fue; s'avessen pane o se ne fosson privi, non so dir certo: ben scrive Turpino che sotto il gorgozulle era un molino,

che con l'acque ch'entravan per la bocca del mostro, il grano macinava a scosse, il quale o in barcia o in caravella o in cocca rotta, là dentro ritrovato fosse.

D'una fontana similmente tocca, ch'a ridirla le guance mi fa rosse: lo scrive pure, et il miracol copre dicendo ch'eran tutte magich'opre.

Non l'afferm'io per certo né lo niego: se pane ebbono o no, lo seppon essi. Gli dui fedel, de' dui infedeli al prego, fen punto ai salmi, e a tavola son messi.

Ma di Astolfo e Ruggier più non vi sego: diròvvi un'altra volta i lor successi. Finch'io ritorno a rivederli, ponno cenare ad agio, e dipoi fare un sonno.

Intanto Carlo, alla battaglia intento che 'l re boemme aver dovea con lui, senza sospetto ignun che tradimento (quel che non era in sé) fosse in altrui,

facea provar destrier, che cento e cento n'avea d'eletti alli bisogni sui; e gli migliori, a chi facea mestieri, largamente partia fra i suoi guerrieri.

Non solo aver per sé buona armatura quanto più si potea forte e leggiera, ma trovarne ai compagni anco avea cura, che se mai lor ne fu bisogno, or n'era.

Seco gli usava alla fatica dura due fiate ogni dì, mattino e sera; e seco in maneggiar arme e cavallo facea provarli, e non ferire in fallo.

Ma Cardoran, che non ha alcun disegno di por lo stato a sorte d'una pugna, viene aguzzando tuttavia l'ingegno, sì come tronchi all'augel santo l'ugna.

Aspetta e spera d'Ungheria, e dal regno de li Sassoni ormai, ch'aiuto giugna: la notte e il giorno intanto unqua non testa di far più forte or quella cosa or questa.

E ridur si fa dentro a poco a poco e vettovaglia e munizione e gente, ché per la tregua, in assediar quel loco l'esercito era fatto negligente;

e parea quasi ritornata in gioco la guerra ch'a principio era sì ardente; e scemata di qui più d'una lancia, contra Rinaldo era tornata in Francia.

Sansogna e Slesia et Ungheria una bella e grossa armata insieme posta avea: la gente di Sansogna, e così quella di Slesia, i pedestri ordini movea;

venir con questi, e la più parte in sella, l'esercito de l'Ungar si vedea; poi seguia un stuol di Traci e di Valachi, Bulgari, Servian, Russi e Polachi.

Questi mandava il greco Costantino, e per suo capitano un suo fratello; sì come quel ch'a Carlo di Pipino portava iniqua invidia et odio fello,

per esser fatto imperador latino e usurparli il coronato augello. Ben di lor mossa e di lor porse in via avuto Carlo avea più d'una spia;

ma, com'ho detto, Gano con diversi mezi gli avea cacciato e fisso in mente che si metteva insieme per doversi mandar verso Ellesponto quella gente,

e tragittarsi in Asia contra i Persi ch'avean presa Bittinia nuovamente; e ch'era a petizion fatta et instanza del greco imperator la ragunanza.

Né ch'ella fosse alli suoi danni volta prima sentì, ch'era in Boemmia entrata; sì che ben si pentì più d'una volta che la sua più del terzo era scemata.

Già credendo aver vinto, quindi tolta n'avea una parte et al nipote data. Ma quel ch'oggi dir volsi è qui finito: chi più ne brama udir, domani invito.

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CANTO QUARTO · Ludovico Ariosto · Poetry Cove